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Le piante della fame - Lezione ALL'UNITRE del prof. Pirola
di Marisa Schena Andreoni (x)

 
Sintesi della lezione tenuta per l’Unitre di Sondrio il 15 novembre 2004 dal prof. Augusto Pirola – Professore emerito dell’Università di Pavia

Le popolazioni alpine come tutte quelle di zone povere sottoposte a climi
difficili, hanno sempre condotto un’agricoltura di sussistenza i cui prodotti erano al meglio appena sufficienti per l’alimentazione di un anno e per il rinnovamento delle colture. Le proprietà frammentate dei suoli da coltivare non hanno mai permesso il passaggio a forme di monoculture più vantaggiose per la creazione di eccedenze di prodotti da scambiare
attraverso il commercio. D’altra parte i frequenti e imprevedibili
peggioramenti climatici, con anni “senza estate”, propri del periodo noto
come Piccola Era Glaciale (1300-1850), furono il motivo ricorrente di un'indigenza persistente, specie nelle zone alpine. Qui, infatti, si sommarono gli effetti negativi naturali a quelli di ordine politico generati
dagli eventi bellici: l’isolamento, il passaggio di eserciti con libertà di
saccheggio e con la diffusione di pestilenze.
Le piante coltivate per la dieta normale possono già essere considerate
prossime tra le più povere: i cereali, ottenuti da suoli ridotti in superficie, ebbero un’altra riduzione per l’estensione del vigneto i cui proventi non erano sufficienti a compensare le mancanze alimentari. Le verdure coltivate negli orti familiari costituiscono allora la fonte più importante dell’alimentazione per tutti i ceti sociali, ma negli anni con clima sfavorevole, il ricorso a piante spontanee verosimilmente corrispondenti ad alcune di quelle coltivate, assume grande importanza per la sopravvivenza. Questa soluzione deriva dalle conoscenze acquisite dalla pratica della pastorizia seminomade fondata su spostamenti stagionali  verso gli alpeggi che permettono ai pastori di trovare erba per gli animali e i ricacci primaverili di piante eduli per la propria alimentazione. Il riconoscimento delle specie vegetali, solo sulla forma delle foglie, espone ai rischi di raccogliere piante con principi tossici. Di ciò dà prove il medico botanico Giuseppe Massara (1833).
Queste condizioni alimentari, per se stesse, sono da considerare sintomo di un’estrema indigenza, ma si trovano indicazioni di condizioni peggiori
quando per l’alimentazione umana sono usati erbe o frutti destinati di norma agli animali o trascurati in tempi normali: ghiande, semi della vite, paglie e fiori secchi, aggiunti alla scarsa farina di cereali senza concorso utilità alimentare se non quella di riempire lo stomaco.
Adesso sono rivisitate ricette dei periodi di indigenza con nostalgia, ma
con aggiunta di condimenti che allora erano molto scarsi o del tutto assenti.
Marisa Schena Andreoni
(x)

(x) Presidente UNITRE Sondrio

Gds - 20 XI 04 - www.gazzettadisondrio.it
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