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MISSIONE IN IRAK: LA SINISTRA SBAGLIA
di Mario Segni

Tre punti

La sinistra ha deciso di votare contro la permanenza delle nostre truppe in Iraq. Sbaglia, ed è uno sbaglio pesante e negativo, perché in questi casi bisognerebbe creare una solida unità nazionale. Adesso in Iraq si intravede qualche spiraglio di luce. Non si può perdere l’occasione.
Detto questo noi dobbiamo però fare qualche passo indietro, perché quello che ho appena detto, unito all’esito positivo delle elezioni irachene, mi pone un grande interrogativo: ma allora Bush ha fatto bene a scatenare la guerra? L’Italia ha fatto bene ad appoggiarlo? Ricorderete forse che io ho sempre sostenuto che la guerra era un drammatico errore che rafforzava il terrorismo arabo, invece che indebolirlo. Mi sono sbagliato? Devo fare pubblica ammenda, come chiede dalle colonne de “La Stampa” Giorgio La Malfa (che si rivolge però alla sinistra, non a me)?
Non ci sarebbe niente di male a riconoscere un errore, ad ammettere che i fatti hanno dimostrato una realtà diversa. Se ne fossi convinto quindi lo farei. Ma sono convinto del contrario.
La stampa di questi giorni è un enorme peana per la amministrazione americana che starebbe risolvendo, con l’aiuto inglese e italiano, i drammatici problemi del Medio Oriente. Ragioniamo a mente fredda e ricordiamo perché fui contrario a quell’intervento.
Le ragioni erano tre.
- Innanzitutto l’inaccettabilità della guerra preventiva come strumento di politica internazionale, salvo i casi di un imminente e reale pericolo. I fatti hanno dimostrato che il pericolo imminente non c’era, le armi chimiche non sono mai state trovate. Se le cose stanno così, è bene riaffermare che una guerra preventiva non può mai essere accettata. Non vi è solo l’insegnamento del Papa, che in quell’occasione parlò più chiaro di tutti (dovrebbe fare ammenda anche lui?). Vi è la pericolosità di un simile principio. Come ci opporremo domani a una Russia o una Cina che pretendendo di essere minacciata da un suo piccolo vicino la invade?
- Secondo: il pericolo di rafforzare il terrorismo islamico. Per tutto il periodo sino alle elezioni questo è stato sicuramente vero. La forza della guerriglia indicava che a combattere non erano solo parte dei sunniti e i nostalgici di Saddam, ma fette consistenti di fondamentalisti arabi. Lo spazio del consenso si è quindi allargato. Diminuirà dopo le elezioni? Lo spero, ma è tutto da dimostrare.
- Terzo: la democrazia non si esporta, meno che mai con le armi. Parliamoci chiaro. L’Iraq è un paese che non ha mai conosciuto la democrazia, come noi la intendiamo. Non è la Germania e l’Italia degli anni trenta, dove il percorso democratico era bloccato da dittature nefaste. Quello che si sta concretando non è una democrazia all’occidentale. E’ il passaggio del potere alla componente religiosa più numerosa, gli sciiti. Che cosa verrà fuori è tutto da vedere, ma ben difficilmente arriverà una vera democrazia. Bisogna sgombrare il campo dagli slogan facili. La democrazia è il frutto di un percorso lungo e spontaneo di un popolo. Raramente può essere imposto dall’esterno.
Da tutta questa serie di cose sbagliare ne è derivato però un fatto positivo: l’alta affluenza al voto. Anche dal male può venir fuori un bene. E la partecipazione ha rivelato non solo l’intervento degli sciiti, ma anche un convinto desiderio di novità, di libertà. E proprio per questo è sbagliata la posizione della sinistra. Perché si può ricordare l’errore di partenza; ci si può legittimamente chiedere se comunque la liberazione da Saddam valesse centomila morti. Ma ormai questo è il passato, che non si recupera più.
Il presente è invece la possibilità di creare in Iraq qualcosa di autonomo e di moderato. Possibilità ancora remota, si badi, perché dal nuovo corso possono venir fuori nuovi drammi, compreso un nuovo stato teocratico alla Kohmeyni o una lunga guerra tribale. Ma qualunque soluzione positiva richiede comunque una lunga permanenza delle truppe. E quindi dobbiamo rimanere. E’ stato un errore andarci; sarebbe oggi un errore ritirarci.
Ho scritto tutto questo non solo per giustificare le cose dette in passato, ma perché gli stessi problemi si possono porre in futuro. Si parla già di un nuovo intervento unilaterale, questa volta in Iran. Non sarebbe un nuovo incendio. Sarebbe un vulcano. Forse questa volta, pur sbagliando, ci è andata bene. Perseverare sarebbe veramente diabolico.
Mario Segni

GdS 20 II 2005 - www.gazzettadisondrio.it
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