Perché pubblichiamo
Abbiamo ricevuto l'appello che segue e pubblichiamo.
Cominciamo a dire che siamo amici degli americani seppure
avversari della politica "alla Rumsfeld" che ha portato alla
guerra - forse inevitabile conoscendo Saddam, in tal caso però in
altro modo e in altri termini, ma forse anche evitabile con un
"asse" ONU-Paesi ostili alla guerra-Papa -.
Diciamo ancora che non siamo d'accordo con diverse cose di questo
appello, ma pubblichiamo lo stesso perché la democrazia esige il
confronto e perché vi sia confronto la prima cosa da fare é far
girare le idee. In passato ci é capitato di pubblicare, in
giornale ad altissima diffusione che chi scrive dirigeva, un
attacco molto pesante al sottoscritto per altra attività rispetto
al giornale. Pubblicato tal quale rispondendo solo sul numero
successivo come sarebbe successo se il destinatario dell'attacco
non fosse il direttore del giornale.
Quando si enunciano principi non si deve fare eccezione solo per
il fatto che si viene interessati in prima persona...
Democrazia esige il confronto, dicevamo. E quindi pubblichiamo,
non senza alcune osservazioni.
Tre osservazioni
Ciò premesso tre sole notazioni sul merito dell'appello.
1) Cacciamo gli anglo-americani dall'Irak. In termini
realistici é una posizione sterile. Non ha possibilità di
realizzarsi concretamente. Si otterrebbe solo di prolungare nel
tempo una situazione dolorosamente caotica con tutte le
conseguenze umane del caso. Molto più realistico e produttivo
pensare a un sia pur lento e graduale ritorno dell'autorità, e
della comprensione, dell'ONU.
2) Via gli italiani in Irak. In termini realistici é una
posizione sterile. In termini concreti gli italiani hanno
dimostrato ovunque (Mozambico, Libano, Afghanistan, Somalia - dove
si era entrati in forte conflitto con il comandante americano
contrario alla linea degli italiani, molto positiva al contrario
di quella americana che ha portato al fallimento - e altri Paesi
ancora) di saperci fare.
In Irak occorre ricostruire, ma non solo quello che fisicamente é
andato distrutto.
Occorre la ricostruzione delle coscienze. Attenzione: non da parte
nostra. Occorre che questa ricostruzione sia loro, degli irakeni.
A noi il compito di dare una mano, una grossa mano. E l'umanità
degli italiani, ma magari anche degli spagnoli bene accolti al
loro arrivo in quel Paese, può essere molto più utile persino dei
soldi.
3) La resistenza irakena é un dato reale e sintomatico, al
di là dell'esistenza di probabili apporti anche stranieri.
Chi la condivide e la appoggia ha però un dovere morale. Dagli
attacchi ai soldati americani - é guerra che continua - si é
passati ad attentati il cui prezzo é stato pagato dai civili,
tanti bambini compresi, e da alcune Istituzioni come, allucinante,
la Croce Rossa Internazionale.
Il 6 dicembre a Roma - ma prima ancora, da subito, per tutte le
vie possibili, si faccia arrivare in Irak un messaggio di umanità.
Nessuna causa giusta può essere combattuta con metodi
sbagliati. Chi ha aderito o aderirà all'appello vede quindi con
favore la resistenza irakena ma non può vedere con favore
l'escalation che c'é stata vittime civili e bambini e non può
quindi tacere o giustificare.
Sottinteso infine che pubblicheremo ogni commento che ci
venisse, pro o contro, su questo tema.
Nota del Direttore
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L'APPELLO
CON IL POPOLO IRACHENO CHE RESISTE
FIRMA E DIFFONDI L'APPELLO per una manifestazione nazionale
il 6 dicembre a Roma
Per adesioni indica nome, cognome e città scrivendo a:
IRAQlibero@libero.it
(dal primo Novembre questo indirizzo provvisorio sarà
sostituito da quello definitivo)
Per informazioni e adesioni potete anche telefonare al
NUMERO VERDE: 800 031 533
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CON IL POPOLO IRACHENO CHE RESISTE
Appello per una manifestazione nazionale il 6 dicembre a
Roma
La guerra che l’imperatore in pectore G.W. Bush, il primo
maggio scorso, aveva solennemente dichiarato finita, è in
realtà appena agli inizi.
Gli aggressori angloamericani pensavano che una volta
battuto l’esercito regolare, i cittadini iracheni li
avrebbero accolti sventolando bandierine a stelle e strisce.
Si trovano invece alle prese con la crescente ostilità
popolare.
Gli invasori hanno occupato il Paese promettendo “democrazia
e libertà”. In realtà il governo fantoccio capeggiato dal
militare statunitense Bremer, fallita la politica
colonialista del divide et impera, reprime con metodi
dittatoriali e crudeli ogni manifestazione di malcontento.
Chiunque osi sfidare le sue decisioni, viene catturato,
arrestato e chiuso in campi di concentramento.
In queste condizioni la resistenza irachena si è andata
progressivamente rafforzando nella prospettiva di diventare
una vera e propria guerra di liberazione come fu quella
vietnamita.
Noi riteniamo la resistenza irachena legittima, non solo sul
piano morale, ma anche su quello politico. E’ l’occupazione
militare angloamericana, come quella israeliana della
Palestina, illegale e illegittima. La stessa aggressione
all’Iraq è avvenuta in aperta violazione della Carta delle
Nazioni Unite e del diritto internazionale.
La battaglia che si svolge in Iraq ha un’importanza storica.
Se gli occupanti angloamericani saranno cacciati, se il
popolo iracheno riuscirà a liberarsi di loro, le pretese
imperiali e imperialiste nordamericane, l’idea di
trasformare il mondo intero nel loro orto di casa, subiranno
un colpo fatale. La sconfitta degli occupanti angloamericani
sarebbe dunque una vittoria per tutti coloro che nel mondo
lottano per la democrazia, l’autodeterminazione e la libertà
dei popoli che non vogliono essere sottoposti al giogo
imperiale.
Nonostante la gran parte degli italiani si sia opposta
all’aggressione, malgrado milioni di persone abbiano
manifestato la loro volontà di pace, il governo Berlusconi
non solo si è schierato a fianco degli USA, ha addirittura
inviato proprie truppe in Iraq a dar manforte agli
occupanti.
Sosteniamo il popolo iracheno che resiste e chiediamo il
ritiro immediato dei soldati italiani dall’Iraq, così come
da tutti gli altri Paesi in cui essi sono presenti.
Chiediamo a tutte le persone che hanno gridato il loro no
alla guerra di riprendere la lotta manifestando con noi per:
La libertà dell’Iraq e della Palestina
Cacciare tutti gli invasori
Riportare a casa i soldati italiani
Chiudere le basi americane in Italia e in Europa
Per adesioni indica nome, cognome e città scrivendo a:
IRAQlibero@libero.it
(dal primo novembre questo indirizzo provvisorio sarà
sostituito da quello definitivo)
Per informazioni e adesioni potete anche telefonare al
NUMERO VERDE: 800 031 533
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FIRMATARI DELL’APPELLO al 22 ottobre 2003.
(Omettiamo per ragioni di spazio il
maxi-elenco di persone e organizzazioni NdR)
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Comunicazioni dei promotori
(1) Entro qualche giorno sarà in rete il sito dei promotori
della manifestazione. Oltre all'appello, all'elenco
aggiornato dei firmatari, a decine di link sui movimenti
contro la guerra, un dettagliato e sorprendente diario della
resistenza irachena dall'aprile in poi. Lo stesso Generale
Sanchez, che guida gli occupanti americani, ammette che le
sue truppe mercenarie subiscono una media quotidiana di 35
attacchi (con circa tre morti e decine di feriti ogni giorno
secondo la Resistenza). Gli inglesi non forniscono alcun
dato. Come del resto gli italiani dislocati a Nassiriyya, da
nostre fonti dirette alle prese con una crescente ostilità
popolare.
(2) La riunione nazionale del Comitato Promotore, svoltasi a
Firenze il 18 ottobre, tra le altre cose, ha scelto i
referenti regionali per organizzare la partecipazione alla
manifestazione del 6 dicembre.
(3) L'annuncio di una manifestazione per l'Iraq sta
attirando l'attenzione dei media. Dopo il Corriere della
Sera, con il criminogeno articolone di Magdi Allam, si è
occupato di noi, lunedì 20 ottobre, Bruno Vespa nella
trasmissione Porta a Porta, e con due intere pagine il 21,
il quotidiano Libero. Considerando che siamo ad un mese e
mezzo dall'evento la cosa è rimarchevole. Sappiamo che
l'interesse morboso dei media di regime crescerà con
l'approssimarsi della manifestazione. Ai tentativi di
criminalizzarci (avallati purtroppo da certi ambigui
personaggi che dicono di essere di sinistra) risponderemo
con la serenità di chi sa di essere nel giusto. Ripeteremo
che la manifestazione sarà pacifica, democratica, unitaria.
(4) Ma affinché la manifestazione abbia successo, le nostre
modeste forze non sono sufficienti. Noi ce la metteremo
tutta, ma ci serve l'aiuto di ognuno. Non avendo alcun
apparato, né giornali né TV, possiamo solo affidarci, oltre
alla forza e alla chiarezza del nostro Appello, alla sua
diffusione. Dobbiamo almeno raddoppiare i firmatari, mettere
il massimo numero di cittadini al corrente della
manifestazione del 6 dicembre, infine convincerli a venire.
Chiediamo ad ognuno di voi non solo di firmare, ove non
l'abbia fatto, ma di aiutarci a diffondere l'Appello *CON IL
POPOLO IRACHENO CHE RESISTE*
(5) Queste le date degli incontri con Awni Al Kalemji (*),
portavoce della Resistenza nazionale irachena:
Milano, 1 dicembre. Toscana 2 dicembre. Roma, Conferenza
stampa, 3 dicembre . Ancona, 4 dicembre. Perugia, 5
dicembre. Ci scusiamo con coloro che si sono resi
disponibili ad organizzare altre conferenze, ma Awni sarà in
Italia solo una settimana. A metà novembre comunicheremo
luoghi e orari degli incontri.
(6) LA PROSSIMA RIUNIONE NAZIONALE DEL COMITATO PROMOTORE
DELLA MANIFESTAZIONE
si svolgerà domenica 16 novembre, con inizio alle ore 10,30,
in Via Orsini 44 a Firenze.
La riunione è aperta. Tutti i firmatari sono invitati ad
intervenire.
Per informazioni telefonate a Leonardo: 347.7815904
(*)Chi e' Awni Al Kalemji, il portavoce della Resistenza
irachena
«Sono nato a Baghdad, nell’Iraq, nel 1941. Ho completato lì
la scuola media superiore e sono entrato nell’accademia
militare. Dopo tre anni, sono uscito diventando ufficiale
dell’esercito iracheno. Durante quegli anni, ho sempre
svolto attività politica e ho partecipato alle molte
manifestazioni contro il potere filo-coloniale in Iraq prima
del periodo di Saddam Hussein. Fondai, con George Habash
alla fondazione del Movimento Nazionalista Arabo (da cui
nascera' il FPLP, ndr) e presi parte a tre tentativi di
colpo di Stato, uno dei quali contro il famoso leader
iracheno, Abdel Salam Aref. Ho servito il mio paese dal 1961
al 1971 come ufficiale, e ho servito in diverse città dentro
e fuori l’Iraq. Nel 1971, sono stato messo a riposo.
L’ordine proveniva da Saddam in persona: all’epoca era
vicepresidente, ma anche il vero detentore del potere nel
paese. La decisione non mi colse di sorpresa, vista la mia
storia politica e il gran numero di tentativi insurrezionali
a cui avevo preso parte. Alla fine del 1971, oramai
oppositore del governo di Saddam Hussein, sono fuggito in
Siria perché sapevo che mi avrebbero ucciso se fossi rimasto
ancora nel mio paese. In Siria, sono entrato a far parte
dell’opposizione irachena, e ho condotto intensa attività
politica, diventando uno dei più noti leader
dell’opposizione. Nel 1986, è sorto un grosso conflitto tra
il mio partito e il governo siriano a causa del ruolo di
quest’ultimo nella guerra Iran-Iraq. Il governo siriano
sosteneva l’aggressione iraniana, mentre noi ci opponevamo.
Nel 1988, sono fuggito in Danimarca. Dopo la Guerra del
Golfo del 1991, ho preso una ferma posizione contro gli
Stati Uniti, e assieme ad alcuni partiti abbiamo costituito
quella che oggi si chiama la Coalizione patriottica
irachena, diventandone portavoce.
La coalizione prese una ferma posizione contro gli USA e
contro l’embargo anti-iracheno, perché capiva che lo scopo
degli USA era di invadere l’Iraq, impossessandosi del suo
petrolio e di distruggere l’identità irachena. Essendo
cosciente di ciò, la coalizione riteneva che l’unico modo
per tenere testa contro la guerra che stava per arrivare (la
recente aggressione anglo-americana, ndr) consistesse
nell’unire il popolo iracheno sotto un regime democratico e
multipartitico, con una stampa libera. Perciò abbiamo
iniziato un dialogo con il regime iracheno per convincerlo a
effettuare i necessari cambiamenti prima che fosse troppo
tardi. Il regime iracheno finì per convincersene, ma il
tempo fu troppo poco e la guerra iniziò.
Oggi, nonostante abbia superato di parecchio i sessant’anni,
mi trovo di nuovo in una posizione in cui non posso starmene
con le mani in mano. Devo fare tutto ciò che posso per
combattere gli invasori americani, fino a morire oppure a
vederli fuori dal mio paese.»
Awni Al Kalemji
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Per adesioni indica nome, cognome e città scrivendo a:
IRAQlibero@libero.it
(dal primo novembre questo indirizzo provvisorio sarà
sostituito da quello definitivo)
Per informazioni e adesioni potete anche telefonare al
NUMERO VERDE: 800 031 533
Enrico Galoppini
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