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Irak. L'APPELLO
di Enrico Galoppini

Perché pubblichiamo
Abbiamo ricevuto l'appello che segue e pubblichiamo.
Cominciamo a dire che siamo amici degli americani seppure avversari della politica "alla Rumsfeld" che ha portato alla guerra - forse inevitabile conoscendo Saddam, in tal caso però in altro modo e in altri termini, ma forse anche evitabile con un "asse" ONU-Paesi ostili alla guerra-Papa -.
Diciamo ancora che non siamo d'accordo con diverse cose di questo appello, ma pubblichiamo lo stesso perché la democrazia esige il confronto e perché vi sia confronto la prima cosa da fare é far girare le idee. In passato ci é capitato di pubblicare, in giornale ad altissima diffusione che chi scrive dirigeva, un attacco molto pesante al sottoscritto per altra attività rispetto al giornale. Pubblicato tal quale rispondendo solo sul numero successivo come sarebbe successo se il destinatario dell'attacco non fosse il direttore del giornale.
Quando si enunciano principi non si deve fare eccezione solo per il fatto che si viene interessati in prima persona...
Democrazia esige il confronto, dicevamo. E quindi pubblichiamo, non senza alcune osservazioni.
Tre osservazioni
Ciò premesso tre sole notazioni sul merito dell'appello.
1) Cacciamo gli anglo-americani dall'Irak. In termini realistici é una posizione sterile. Non ha possibilità di realizzarsi concretamente. Si otterrebbe solo di prolungare nel tempo una situazione dolorosamente caotica con tutte le conseguenze umane del caso. Molto più realistico e produttivo pensare a un sia pur lento e graduale ritorno dell'autorità, e della comprensione, dell'ONU.
2) Via gli italiani in Irak. In termini realistici é una posizione sterile. In termini concreti gli italiani hanno dimostrato ovunque (Mozambico, Libano, Afghanistan, Somalia - dove si era entrati in forte conflitto con il comandante americano contrario alla linea degli italiani, molto positiva al contrario di quella americana che ha portato al fallimento - e altri Paesi ancora) di saperci fare.
In Irak occorre ricostruire, ma non solo quello che fisicamente é andato distrutto.
Occorre la ricostruzione delle coscienze. Attenzione: non da parte nostra. Occorre che questa ricostruzione sia loro, degli irakeni. A noi il compito di dare una mano, una grossa mano. E l'umanità degli italiani, ma magari anche degli spagnoli bene accolti al loro arrivo in quel Paese, può essere molto più utile persino dei soldi.
3) La resistenza irakena é un dato reale e sintomatico, al di là dell'esistenza di probabili apporti anche stranieri.
Chi la condivide e la appoggia ha però un dovere morale. Dagli attacchi ai soldati americani - é guerra che continua - si é passati ad attentati il cui prezzo é stato pagato dai civili, tanti bambini compresi, e da alcune Istituzioni come, allucinante, la Croce Rossa Internazionale.
Il 6 dicembre a Roma - ma prima ancora, da subito, per tutte le vie possibili, si faccia arrivare in Irak un messaggio di umanità. Nessuna causa giusta può essere combattuta con metodi sbagliati. Chi ha aderito o aderirà all'appello vede quindi con favore la resistenza irakena ma non può vedere con favore l'escalation che c'é stata vittime civili e bambini e non può quindi tacere o giustificare.

Sottinteso infine che pubblicheremo ogni commento che ci venisse, pro o contro, su questo tema.
Nota del Direttore
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L'APPELLO
CON IL POPOLO IRACHENO CHE RESISTE
FIRMA E DIFFONDI L'APPELLO per una manifestazione nazionale il 6 dicembre a Roma
Per adesioni indica nome, cognome e città scrivendo a: IRAQlibero@libero.it
(dal primo Novembre questo indirizzo provvisorio sarà sostituito da quello definitivo)
Per informazioni e adesioni potete anche telefonare al NUMERO VERDE: 800 031 533
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CON IL POPOLO IRACHENO CHE RESISTE
Appello per una manifestazione nazionale il 6 dicembre a Roma

La guerra che l’imperatore in pectore G.W. Bush, il primo maggio scorso, aveva solennemente dichiarato finita, è in realtà appena agli inizi.
Gli aggressori angloamericani pensavano che una volta battuto l’esercito regolare, i cittadini iracheni li avrebbero accolti sventolando bandierine a stelle e strisce. Si trovano invece alle prese con la crescente ostilità popolare.
Gli invasori hanno occupato il Paese promettendo “democrazia e libertà”. In realtà il governo fantoccio capeggiato dal militare statunitense Bremer, fallita la politica colonialista del divide et impera, reprime con metodi dittatoriali e crudeli ogni manifestazione di malcontento. Chiunque osi sfidare le sue decisioni, viene catturato, arrestato e chiuso in campi di concentramento.
In queste condizioni la resistenza irachena si è andata progressivamente rafforzando nella prospettiva di diventare una vera e propria guerra di liberazione come fu quella vietnamita.
Noi riteniamo la resistenza irachena legittima, non solo sul piano morale, ma anche su quello politico. E’ l’occupazione militare angloamericana, come quella israeliana della Palestina, illegale e illegittima. La stessa aggressione all’Iraq è avvenuta in aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.
La battaglia che si svolge in Iraq ha un’importanza storica. Se gli occupanti angloamericani saranno cacciati, se il popolo iracheno riuscirà a liberarsi di loro, le pretese imperiali e imperialiste nordamericane, l’idea di trasformare il mondo intero nel loro orto di casa, subiranno un colpo fatale. La sconfitta degli occupanti angloamericani sarebbe dunque una vittoria per tutti coloro che nel mondo lottano per la democrazia, l’autodeterminazione e la libertà dei popoli che non vogliono essere sottoposti al giogo imperiale.
Nonostante la gran parte degli italiani si sia opposta all’aggressione, malgrado milioni di persone abbiano manifestato la loro volontà di pace, il governo Berlusconi non solo si è schierato a fianco degli USA, ha addirittura inviato proprie truppe in Iraq a dar manforte agli occupanti.
Sosteniamo il popolo iracheno che resiste e chiediamo il ritiro immediato dei soldati italiani dall’Iraq, così come da tutti gli altri Paesi in cui essi sono presenti.
Chiediamo a tutte le persone che hanno gridato il loro no alla guerra di riprendere la lotta manifestando con noi per:
La libertà dell’Iraq e della Palestina
Cacciare tutti gli invasori
Riportare a casa i soldati italiani
Chiudere le basi americane in Italia e in Europa
Per adesioni indica nome, cognome e città scrivendo a: IRAQlibero@libero.it
(dal primo novembre questo indirizzo provvisorio sarà sostituito da quello definitivo)
Per informazioni e adesioni potete anche telefonare al NUMERO VERDE: 800 031 533
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FIRMATARI DELL’APPELLO al 22 ottobre 2003. (Omettiamo per ragioni di spazio il maxi-elenco di persone e organizzazioni NdR)
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Comunicazioni dei promotori

(1) Entro qualche giorno sarà in rete il sito dei promotori della manifestazione. Oltre all'appello, all'elenco aggiornato dei firmatari, a decine di link sui movimenti contro la guerra, un dettagliato e sorprendente diario della resistenza irachena dall'aprile in poi. Lo stesso Generale Sanchez, che guida gli occupanti americani, ammette che le sue truppe mercenarie subiscono una media quotidiana di 35 attacchi (con circa tre morti e decine di feriti ogni giorno secondo la Resistenza). Gli inglesi non forniscono alcun dato. Come del resto gli italiani dislocati a Nassiriyya, da nostre fonti dirette alle prese con una crescente ostilità popolare.

(2) La riunione nazionale del Comitato Promotore, svoltasi a Firenze il 18 ottobre, tra le altre cose, ha scelto i referenti regionali per organizzare la partecipazione alla manifestazione del 6 dicembre.

(3) L'annuncio di una manifestazione per l'Iraq sta attirando l'attenzione dei media. Dopo il Corriere della Sera, con il criminogeno articolone di Magdi Allam, si è occupato di noi, lunedì 20 ottobre, Bruno Vespa nella trasmissione Porta a Porta, e con due intere pagine il 21, il quotidiano Libero. Considerando che siamo ad un mese e mezzo dall'evento la cosa è rimarchevole. Sappiamo che l'interesse morboso dei media di regime crescerà con l'approssimarsi della manifestazione. Ai tentativi di criminalizzarci (avallati purtroppo da certi ambigui personaggi che dicono di essere di sinistra) risponderemo con la serenità di chi sa di essere nel giusto. Ripeteremo che la manifestazione sarà pacifica, democratica, unitaria.

(4) Ma affinché la manifestazione abbia successo, le nostre modeste forze non sono sufficienti. Noi ce la metteremo tutta, ma ci serve l'aiuto di ognuno. Non avendo alcun apparato, né giornali né TV, possiamo solo affidarci, oltre alla forza e alla chiarezza del nostro Appello, alla sua diffusione. Dobbiamo almeno raddoppiare i firmatari, mettere il massimo numero di cittadini al corrente della manifestazione del 6 dicembre, infine convincerli a venire. Chiediamo ad ognuno di voi non solo di firmare, ove non l'abbia fatto, ma di aiutarci a diffondere l'Appello *CON IL POPOLO IRACHENO CHE RESISTE*

(5) Queste le date degli incontri con Awni Al Kalemji (*), portavoce della Resistenza nazionale irachena:
Milano, 1 dicembre. Toscana 2 dicembre. Roma, Conferenza stampa, 3 dicembre . Ancona, 4 dicembre. Perugia, 5 dicembre. Ci scusiamo con coloro che si sono resi disponibili ad organizzare altre conferenze, ma Awni sarà in Italia solo una settimana. A metà novembre comunicheremo luoghi e orari degli incontri.
(6) LA PROSSIMA RIUNIONE NAZIONALE DEL COMITATO PROMOTORE DELLA MANIFESTAZIONE
si svolgerà domenica 16 novembre, con inizio alle ore 10,30, in Via Orsini 44 a Firenze.
La riunione è aperta. Tutti i firmatari sono invitati ad intervenire.
Per informazioni telefonate a Leonardo: 347.7815904

(*)Chi e' Awni Al Kalemji, il portavoce della Resistenza irachena

«Sono nato a Baghdad, nell’Iraq, nel 1941. Ho completato lì la scuola media superiore e sono entrato nell’accademia militare. Dopo tre anni, sono uscito diventando ufficiale dell’esercito iracheno. Durante quegli anni, ho sempre svolto attività politica e ho partecipato alle molte manifestazioni contro il potere filo-coloniale in Iraq prima del periodo di Saddam Hussein. Fondai, con George Habash alla fondazione del Movimento Nazionalista Arabo (da cui nascera' il FPLP, ndr) e presi parte a tre tentativi di colpo di Stato, uno dei quali contro il famoso leader iracheno, Abdel Salam Aref. Ho servito il mio paese dal 1961 al 1971 come ufficiale, e ho servito in diverse città dentro e fuori l’Iraq. Nel 1971, sono stato messo a riposo. L’ordine proveniva da Saddam in persona: all’epoca era vicepresidente, ma anche il vero detentore del potere nel paese. La decisione non mi colse di sorpresa, vista la mia storia politica e il gran numero di tentativi insurrezionali a cui avevo preso parte. Alla fine del 1971, oramai oppositore del governo di Saddam Hussein, sono fuggito in Siria perché sapevo che mi avrebbero ucciso se fossi rimasto ancora nel mio paese. In Siria, sono entrato a far parte dell’opposizione irachena, e ho condotto intensa attività politica, diventando uno dei più noti leader dell’opposizione. Nel 1986, è sorto un grosso conflitto tra il mio partito e il governo siriano a causa del ruolo di quest’ultimo nella guerra Iran-Iraq. Il governo siriano sosteneva l’aggressione iraniana, mentre noi ci opponevamo. Nel 1988, sono fuggito in Danimarca. Dopo la Guerra del Golfo del 1991, ho preso una ferma posizione contro gli Stati Uniti, e assieme ad alcuni partiti abbiamo costituito quella che oggi si chiama la Coalizione patriottica irachena, diventandone portavoce.

La coalizione prese una ferma posizione contro gli USA e contro l’embargo anti-iracheno, perché capiva che lo scopo degli USA era di invadere l’Iraq, impossessandosi del suo petrolio e di distruggere l’identità irachena. Essendo cosciente di ciò, la coalizione riteneva che l’unico modo per tenere testa contro la guerra che stava per arrivare (la recente aggressione anglo-americana, ndr) consistesse nell’unire il popolo iracheno sotto un regime democratico e multipartitico, con una stampa libera. Perciò abbiamo iniziato un dialogo con il regime iracheno per convincerlo a effettuare i necessari cambiamenti prima che fosse troppo tardi. Il regime iracheno finì per convincersene, ma il tempo fu troppo poco e la guerra iniziò.
Oggi, nonostante abbia superato di parecchio i sessant’anni, mi trovo di nuovo in una posizione in cui non posso starmene con le mani in mano. Devo fare tutto ciò che posso per combattere gli invasori americani, fino a morire oppure a vederli fuori dal mio paese.»
Awni Al Kalemji

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Enrico Galoppini

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