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Che cos’è la Libertà?
di Alberto B. Mariantoni

 

Credere, immaginare, presupporre o ritenere di essere liberi all’interno di un recinto, di uno steccato o di una gabbia, è libertà? Disporre di specifiche agevolazioni, facilitazioni, concessioni, oppure di particolari prerogative, vantaggi o privilegi, nel contesto di una medesima prigione, è libertà? Mettersi al servizio di un qualunque oppressore, oppure aiutare o sostenere i suoi sbirri a meglio sottomettere, angariare, tiranneggiare e vessare i nostri genitori, i nostri figli, i nostri fratelli e le nostre sorelle, è libertà?

Difficile, in prima battuta, focalizzare e circoscrivere cosa sia o dovrebbe effettivamente essere la libertà. Ma una cosa è certa: i casi che ho rapidamente cercato di enunciare e di descrivere non mi sembrano, ad occhio e croce, corrispondere ad una sua qualsiasi oggettiva o incontestabile definizione.

Che cos’è o dovrebbe essere, allora, la libertà?

E’ o dovrebbe essere, «fare», «dire», «pensare» quello che voglio o desidero ed, allo stesso tempo, «essere», «esistere» ed «agire» come meglio credo o l’intendo? Oppure, è o dovrebbe essere, accettare una qualunque limitazione, sia del mio «essere», «esistere» ed «agire» che del mio «fare», «dire», «pensare», nel rispetto delle leggi che altri - al di fuori di me; oppure, in combutta o complicità con la mia persona; o ancora, grazie alla mia neutralità, al mio disinteresse, alla mia indifferenza, alla mia noncuranza o al mio menefreghismo - hanno redatto, promulgato ed imposto»?

«Essere», «esistere» ed «agire» come meglio credo o l’intendo, nonché «fare», «dire», «pensare» ciò che voglio, in assenza di qualsiasi tipo di limitazione, coercizione o costrizione, sembra essere - a prima vista - la migliore definizione della libertà.

Cosa di meglio, infatti, nel contesto della nostra particolare esistenza, che poter apertamente e spontaneamente «essere», «esistere» ed «agire» come meglio crediamo o l’intendiamo e, quindi, «fare», «dire», «pensare» ciò che vogliamo o desideriamo, non ponendoci mai nessun limite e contenendoci esclusivamente a seguire le disposizioni o le aspirazioni, i desideri o gli appetiti, le passioni o le concupiscenze, le fantasie o i capricci del nostro istinto, della nostra volontà e/o della nostra ragione?

D’accordo - potrebbe obiettare qualcuno tra i miei possibili o probabili contraddittori - ma, come armonizzare o conciliare il nostro «essere», «esistere», «agire», come pure il nostro «fare», «dire», «pensare», con quello degli altri nostri simili che vivono, coesistono ed operano, come noi, all’interno della medesima società?

Se ognuno di noi vivesse ed operasse, da solo, nel bel mezzo di un qualunque deserto inabitato ed, allo stesso tempo, non avesse bisogno di nessuno per contentare, soddisfare o appagare le disposizioni, le aspirazioni, i desideri, gli appetiti, le passioni, le concupiscenze, le fantasie o i capricci del suo istinto, della sua volontà e/o della sua ragione, il problema non si porrebbe affatto.

In quel caso, infatti, ognuno di noi potrebbe benissimo «essere», «esistere» ed «agire» come meglio crede o l’intende e, simultaneamente, «fare», «dire», «pensare» ciò che meglio vuole o desidera, senza per altro incorrere nel rischio di dovere in qualche modo importunare, infastidire o disturbare qualcuno.

Lo stesso dicasi, se gli uomini fossero tutti uguali.

Anche in quel caso, infatti – visto che il nostro particolare «essere», «esistere», «agire» «fare», «dire», «pensare» corrisponderebbe perfettamente a quello degli altri all’incirca 6/7 miliardi di esseri umani che, come noi, in questo momento, vivono, coesistono ed operano nel contesto del medesimo Pianeta - non potremmo mai rischiare di dovere minimamente importunare, infastidire o disturbare qualcuno.

Siccome, però, nessuno di noi vive ed opera realmente - da solo - nel bel mezzo di un deserto inabitato, né tanto meno è in grado - senza la presenza concreta o astratta, o il concorso diretto o indiretto, degli «altri» - di contentare, soddisfare o appagare interamente o parzialmente le disposizioni. le aspirazioni, i desideri, gli appetiti, le passioni, le concupiscenze, le fantasie o i capricci del suo istinto, della sua volontà e/o della sua ragione, diventa lapalissiano ammettere che il mio ««essere», «esistere» ed «agire», come il mio «fare», «dire» e «pensare», dovrebbero - per potere essere liberamente vissuti e/o sicuramente esercitati - tenere conto dell’ «essere», dell’ «esistere» e dell’ «agire», nonché del «fare», del «dire» e del «pensare» di tutti coloro che vivono, coesistono ed operano, nello stesso momento storico, all’interno del mio medesimo contesto.

A questo punto, tuttavia, il problema si complica.

E’ vera libertà, infatti, accettare una qualsiasi limitazione, volontaria o imposta, sia del nostro «essere», «esistere» ed «agire» che del nostro «fare», «dire», «pensare», per permettere ai nostri simili di vivere e/o di esercitare il loro particolare «essere», «esistere» ed «agire» o il loro specifico «fare», «dire» e/o «pensare»?

Diciamo che non è - né può essere - vera libertà: né per noi, né per gli «altri»!

Allora, che cos’è o dovrebbe essere la libertà?

A mio modesto parere, potrebbe essere, ad esempio: imparare innanzitutto a distinguere, in ognuno di noi, l’ambito della nostra «vita privata» (quella, cioè, che abbiamo il sacrosanto diritto/dovere di vivere, di esercitare e/o di godere - rientrando a casa - dopo avere sorpassato la soglia d’ingresso della nostra dimora) e quello della nostra «vita pubblica» (quella, cioè, che - uscendo di casa - incominciamo a vivere, esercitare e/o godere, individualmente e collettivamente con gli «altri», sulla pubblica via).

Nell’ambito della nostra «vita privata», ognuno di noi dovrebbe assolutamente avere il diritto/dovere (ed ugualmente, i mezzi e la possibilità pratica) di potere «essere», «esistere» ed «agire» come meglio crede o l’intende, nonché «fare», «dire», «pensare» ciò che vuole o desidera.

Nell’ambito della nostra «vita pubblica», invece, ognuno di noi dovrebbe quantomeno cercare di tenere conto dell’ «essere» dell’ «esistere», dell’ «agire», del «fare», del «dire» e del «pensare» degli altri…

Parafrasando Voltaire, verrebbe addirittura spontaneo affermare che ognuno di noi dovrebbe, per esempio, incominciare ad apprendere che il suo «essere», il suo «esistere» ed il suo «agire», nonché il suo «fare», il suo «dire» ed il suo «pensare», finiscono là dove iniziano «l’essere», «l’esistere», «l’agire», il «fare», il «dire» ed il «pensare», degli altri.

Quel tipo di soluzione, però - per ammissibile, comprensibile e giustificabile che possa teoricamente apparire - è praticamente inapplicabile, ineseguibile ed irrealizzabile.

E’ inapplicabile, ineseguibile ed irrealizzabile, poiché, neutralizzandosi a vicenda, i nostri rispettivi «essere», «esistere», «agire», «fare», «dire», pensare» - oltre ad auto-configurarsi fissamente e staticamente come degli «atomi» isolati ed autonomi, disgiunti e dissociati - contribuirebbero inevitabilmente ad inibire, ostacolare o interrompere qualsiasi possibile dinamica politica, economica, sociale e culturale all’interno della società a cui apparteniamo e/o di cui siamo parte integrante. E quella situazione di volontario, riguardoso e reciproco «stallo», concorrerebbe fortemente, a sua volta, sia ad immobilizzare o ad impedire il normale corso della Storia dei diversi popoli-nazione della Terra che a fare inaridire, cristallizzare o regredire qualunque genere d’evoluzione naturale della Civiltà umana.

Allora, come fare per permettere a ciascuno di noi di potere pacificamente coesistere con coloro che vivono ed operano all’interno del nostro medesimo contesto, senza per altro dovere, in qualche modo, essere assurdamente ed ingiustamente obbligati a subire la «morale» e la «legge» dei nostri simili, oppure a soggettivamente ed arbitrariamente negare, menomare e/o reprimere «l’essere», «l’esistere», «l’agire», il «fare», il «dire» ed il «pensare» di questi ultimi?

E’ semplice.

A mio modesto giudizio: decidendo - di comune accordo - di fondare le nostre eventuali e possibili società del futuro, intorno a due urgenti ed indispensabili «pilastri»: quello della «morale pubblica» e quello della «legge collettiva».

Non certo, dunque, la «mia morale» e la «mia legge», esclusivamente; né tanto meno la «tua morale» e la «tua legge», o la «sua morale» e la «sua legge», esclusivamente; meno ancora, la «nostra morale» e la «nostra legge», o la «vostra morale» e la «vostra legge», esclusivamente e nauralmente in contrasto e conflittualità con quelle di coloro che, allo stesso tempo, vivono, coesistono ed operano, direttamente o indirettamente con noi, all’interno del nostro medesimo contesto. Ma la «morale» e la «legge» di tutti i cittadini (simpatici o antipatici, amici o avversari, favorevoli o contrari alle nostre idee, alla nostra natura, al nostro modo di fare e/o alle nostre predisposizioni e/o preferenze) che vivono, coesistono ed operano, con noi, all’interno della medesima società.

Per «morale pubblica», naturalmente, si dovrebbe intendere ciò che la totalità dei cittadini di una medesima società avrà apertamente e liberamente deciso o sentenziato di auto imporsi, nonché di riconoscere, di onorare personalmente e di fare rispettare individualmente e collettivamente come tale.

In altre parole, dovrebbero essere tutti i cittadini di una medesima società e non un’esclusiva porzione o fazione (maggioritaria o minoritaria) di questi ultimi, a stabilire le «norme comuni» del «dovere societario»: il dovere di ognuno, cioè, nei confronti degli altri, e viceversa.

Una volta che sarà stato concordemente fissato cosa si potrà e cosa non si potrà pubblicamente fare nel contesto della società in questione, la trasformazione di quella «morale pubblica» in «Legge collettiva» di tutta la società, dovrebbe essere automatica.

Inutile precisare l’inevitabile «taglione» che planerebbe sulle teste dei «soci» di quella possibile e futuribile società: chiunque, infatti, per una ragione o per un'altra, dovesse rifiutare o dimenticare di rispettare i doveri che egli stesso avrà deciso, confermato e sottoscritto di auto-imporsi (o ciò che egli stesso avrà liberamente dichiarato di fare o di non fare, nonché di onorare e/o di rispettare personalmente), non potrà che prendersela con se stesso. In particolare, quando, a causa di quella sua volontaria o involontaria «infrazione» o «inosservanza», sarà, come minimo, costretto a pagare, «in contanti» e senza appello, il prezzo generale e cumulativo della libertà individuale e collettiva dell’insieme dei soci di quell’assennata e ragionevole società!
Alberto B. Mariantoni

GdS 8 VII 03  www.gazzettadisondrio.it
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