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CINEMA: K-PAX
di Mirko Spelta


“...Ogni essere naturale sa distinguere tra bene e male, gli individui sono cresciuti da tutta la collettività...” su K-Pax niente famiglie, niente leggi e niente avvocati.

Una meravigliosa storia forse extraterrestre , che nasce dal dolore e che nel dolore psichico della civiltà schizofrenica e ansioso-depressiva dei giorni nostri si sviluppa, attraverso la voglia estrema di un giusto quasi angelico, in una stimolante tensione tra scienza e speranza e tra sacro e profano che approda nella inverosimile e straordinaria complicità dei due mostri sacri Jeff Bridges e Kevin Spacey, che in questo ultimo lavoro del regista Iain Softley offrono prove d’attore di grande credibilità e livello.

Il film offre in maniera gentile e senza astronavi una interessante riflessione sul tema della proiezione esterna dei possibili “altri mondi”interiori, sull’introspezione nell’uomo attraverso ciò che è più lontano da se stesso, sulla ricerca di ciò che è l’uomo partendo dall’incognito di altre galassie, in un percorso narrativo che grazie all’attrazione per quell’essere così simile e così diverso (che è storia vecchia per l’uomo) ci permette di giungere fino all’analisi interiore.

Siamo noi ad osservare Robert-Spacey in un viaggio dentro se stesso o è lui ad accompagnarci in un viaggio dentro il nostro pianeta lontano? cos’è la malattia, cos’è la speranza, chi è Prot e quanto è umano? e noi, quanto siamo umani, quando siamo umani?
Mirko Spelta
               
Per comunicazioni all'autore della recensione:
                ginodilegno@inwind.it


GdS 18 II 2002


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