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La perfezione non esiste o é un'anomalia
di Giuseppe Lazavecchia

  

Riceviamo dall'autore e pubblichiamo con l'avvertenza di indicare ai lettori che l'articolo é stato pubblicato su Nuova Civiltà delle Macchine, XIX, N° 4, 2001 (edito ottobre 2002)

                    
Premessa. Di qualsiasi argomento – fisico o intellettuale – l’uomo ritiene che si possa trovare il meglio, l’ottimo, il perfetto, e che quindi esso esista.
Di “perfezione” i dizionari dànno definizioni più o meno complesse, ma comunque chiare; una, breve, è: “mancanza di errori, di difetti, di lacune; completezza; eccellenza”; se però si va a vedere “eccellenza” le cose vanno meno bene e ci si può confondere, ma, di nostra iniziativa, possiamo tradurre il termine con “lo stare al di sopra (essere meglio) di tutti gli elementi confrontabili” (1). Lo stesso dizionario aggiunge: “con riferimento a organismo vivente, sviluppo completo”; se ne dedurrebbe che un organismo ammalato, storpio, orrendo e così via, ma completamente sviluppato è perfetto. Con questo non si vuol dire che la definizione sia errata, ma soltanto che essa privilegia un aspetto – la completezza dello sviluppo – su altri. In ogni caso, occorre sempre essere rigorosi nelle definizioni per non fraintendersi.
La mancanza di errori, difetti e lacune richiede di sapere cosa essi sono e rappresentano per un soggetto (o oggetto), ed esprime indubbiamente un giudizio di valore, ossia una valutazione etica. James Fieser afferma che “il campo dell’etica … comporta la sistematizzazione, la difesa, e la raccomandazione dei concetti di comportamento giusto e sbagliato” (2). Questo vale, in termini generali, per condotte e comportamenti, ma anche per azioni e oggetti: si pensi ai “difetti” (chiamati proprio così) nei materiali, o a quelli di una macchina. Il viceversa è altrettanto valido; la Chevrolet esalta la “perfezione” della sua auto Corvette (3).
Perfezione è comunque un termine astratto e ha un senso solo se esistono oggetti, situazioni, comportamenti “perfetti”; si può, forse, ancora accettare di discutere di perfezione se, pur non esistendo riferimenti perfetti, essi sono comunque concepibili, nel senso che ci si può avvicinare quanto si vuole ai riferimenti ideali. Ma se questi riferimenti non esistessero, si potrebbe parlare di perfezione e di perfetto, o si entrerebbe in diatribe (pseudo-)filosofiche delle quali è stato pieno il medioevo, ma anche le culture più antiche?
Il nostro primo compito è pertanto quello di andare a vedere se esistono o sono concepibili riferimenti perfetti, cominciando da quelli più semplici: le grandezze misurabili.

Le grandezze misurabili. Da che l’uomo ha parlato di grandezze, ha inteso riferirsi a qualcosa che fosse misurabile, che pertanto fosse caratterizzata da una sua precisa dimensione e quindi anche che ci fosse una misura precisa di essa, nonostante il fatto che, a diverse misurazioni, corrispondessero spesso misure diverse.
Dopo pochi mesi dall’inizio del primo anno del corso di laurea in fisica, a me – che avevo fatto il liceo classico ed ero pertanto piuttosto digiuno di conoscenze scientifiche – venne chiesto, dal giovane assistente del prof Giovanni Polvani (che sarebbe poi diventato il prof. Giorgio Salvini, presidente dell’Accademia dei Lincei), di tenere un seminario interno sulle grandezze e la loro misura, e iniziai proprio dalla posizione sopra esposta, che volli suffragare con un versetto biblico: “E chi di voi d’altra parte può, volendolo, aggiungere un solo cubito alla sua altezza?” (4).
Qualche mese più tardi, con un bagaglio un po’ più esteso di conoscenze di fisica, chiesi e ottenni di rifare il mio seminario, nel quale affermai, in sintesi, che ogni grandezza non aveva nessuna dimensione – precisa o imprecisa che fosse – e che, ciononostante, poteva essere misurata e che le misure si accumulavano attorno a un valore che, pertanto, poteva assumersi come dimensione della grandezza stessa.
A riprova dell’affermazione portai un buon numero di esempi, come, per la lunghezza, l’agitazione termica o il fatto che gli elettroni del corpo da misurare hanno una probabilità non nulla di presenza che va all’infinito e, comunque non hanno un confine netto; per la massa il continuo evaporare e depositarsi di molecole se non di particelle; per il tempo la sua concezione puramente meccanica per cui non è un invariante relativistico (mentre lo è, ad esempio, un tempo misurato dalla variazione d’entropia); senza dimenticare dunque la relatività di Albert Einstein e il principio d’indeterminazione di Werner Heisenberg. Ricordai che le grandezze termodinamiche di riferimento (temperatura pressione, ecc.) non erano stabili nel tempo, né identiche nelle diverse parti del corpo da misurare. Inoltre, anche gli strumenti di misura – per analoghi motivi – sono indeterminati. Aggiunsi pure alcune considerazioni dei filosofi Émile Boutroux e Henri Bergson sui problemi di materia e tempo e del neopositivista Ernst Mach sul significato dell’osservazione, che mi portava, quest’ultima, a considerare accettabile sia l’operazione di misurare qualcosa di intrinsecamente indeterminato puntando a ottenere un valore rigoroso, sia il risultato della misura.
Il mio intervento fece un certo scalpore e il prof Polvani, in un tempo successivo, mi fece incontrare e discutere col prof Eligio Perucca che, con Polvani stesso, era a quei tempi il massimo esperto italiano di metrologia.
Il problema delle grandezze e della loro misura va comunque affrontato con rigorose teorie delle une e delle altre. La validazione di una misura ha sempre bisogno di una teoria di riferimento, basti pensare alla misura dello sviluppo morale di Kohlberg (5) o a quella dello sviluppo cognitivo di Piaget (6) – ma il discorso vale, esattamente allo stesso modo, per la misura della lunghezza di un tavolo – e richiede pure che le variabili siano definite in modo appropriato, cosa che spesso non avviene, come per il quoziente QI di intelligenza.
In una situazione così indeterminata e – cosa ben più rilevante – indeterminabile, come quella di concezione di cos’è e si presenta una grandezza e della sua misura, non ha certamente senso parlare di perfezione, a meno di indicare una definizione – o nominale o operativa – accettabile.

La materia. Che cosa sia la materia è ben noto; su questo pianeta essa costituisce tutto quanto esiste, nulla escluso e si presenta in forma solida (una pietra, un cristallo di quarzo), liquida (l’acqua che beviamo, il mare) o gassosa (l’aria, l’argon nelle lampadine). (7)
Nel XIX secolo si è consolidata una scienza della materia nelle tre forme ricordate, a partire dal bagaglio di conoscenze empiriche, accumulate da tempi immemorabili, in quanto dalla materia si ottengono i materiali indispensabili per tutte le attività dell’uomo. Si sono così sviluppate le teorie dei gas e dei fluidi, degli atomi e delle molecole, quelle dei cristalli, la termodinamica, la meccanica statistica e tante altre ancora. Per i diversi stati della materia si sono dapprima considerate le condizioni “ideali” – il gas, il fluido, il cristallo perfetto, con tutti gli atomi ordinati e al loro giusto posto – ma ci si è presto accorti che il comportamento reale della materia differiva da quello ideale, ossia da quello che si riteneva la materia avrebbe dovuto presentare, e se ne dedusse che, pertanto, essa – al di là di certe idealizzazioni palesemente fasulle - doveva avere dei “difetti”.
Per gas e liquidi si sono trovate soluzioni teoriche accettabili (ad esempio riconoscendo un volume alle molecole di gas o di liquido, tenendo conto della loro forma e delle loro forze attrattive e repulsive. Per i solidi le cose si rivelarono assai più complesse, anche perché le loro proprietà - pur dipendendo ovviamente dalla natura degli atomi componenti e dalla struttura che assumevano in molecole, solidi e cristalli – risultavano, anche per alcuni ordini di grandezza, diverse da quelle calcolate per le strutture perfette.
Può essere interessante ricordare che, alcuni decenni fa, si instaurò una garbata polemica tra chimici e fisici – alla quale partecipai io stesso – perché i primi erano interessati alla determinazione della struttura cristallina perfetta – ottenibile, ad esempio, con la diffrazione di raggi X – e conseguentemente anche a quella delle molecole, mentre i secondi erano soprattutto interessati a studiare i difetti e il loro ruolo. In un cristallo, infatti, atomi, ioni, molecole si posizionano in precise posizioni di un reticolo, costituito da celle che si riproducono regolarmente nelle tre dimensioni.

Materiali e difetti. Tutti i materiali contengono difetti di varia natura. Vi sono difetti puntuali come le vacanze (mancanza di un atomo, o di uno ione) in una posizione reticolare, o come gli interstiziali (un atomo che va ad occupare un interstizio al centro di un gruppo di atomi del reticolo), o come i sostituzionali (atomi di natura diversa che vanno a sostituire atomi del reticolo o a occupare interstizi e, in questo caso, si preferisce chiamarli impurezze interstiziali). Questi difetti deformano localmente la struttura cristallina: attorno a una vacanza gli atomi si avvicinano, mentre un interstiziale tende a dilatare localmente il reticolo. Ci sono anche difetti lineari, come le dislocazioni (ad esempio, l’inserimento di un mezzo piano reticolare entro il reticolo cristallino), e difetti superficiali (la separazione tra due fasi, come due cristalli dello stesso materiale ma orientati diversamente, o tra due sostanze diverse).
Ma perché ci sono i difetti? Essi, per motivi diversi, sono indispensabili, ossia ci sono perché le leggi di natura, o l’ambiente, lo richiedono. Alcuni di essi (come i difetti puntuali) stabilizzano la struttura: è noto che i corpi tendono, all’equilibrio, a occupare posizioni di minima energia: un sasso tende a scendere a valle, riducendo la sua energia potenziale e accrescendo quella cinetica, che cede poi al suolo, per attrito, in forma di calore; ma una sostanza deve anche minimizzare il suo potenziale termodinamico o chimico, ossia deve stare in un minimo della cosiddetta energia libera di Gibbs (o di Helmholtz) e i difetti puntuali, in precise quantità per unità di volume e per certe condizioni di temperatura e pressione, minimizzano l’energia libera. In condizioni d’equilibrio, dunque, tutte le sostanze contengono una determinata quantità di difetti. Naturalmente si può cercare di eliminare, almeno in parte questi difetti, e poi di congelare la struttura così ottenuta in modo che non si ripresentino: è quello che si fa con la crescita dei cristalli (quasi) perfetti per l’elettronica.
Altri difetti, come le dislocazioni, non sono imperfezioni che minimizzano l’energia libera di un pezzo di materia (anzi), ma sono invece dovuti ad azioni meccaniche e sollecitazioni varie (per esempio termiche) durante la sua crescita o la sua vita (urti, torsioni, sforzi cosiddetti “di taglio”, campi elettrici, ecc.). Anche questi difetti sono inevitabili, a meno di ottenere e conservare la materia in una “teca di cristallo”.
I difetti, poi, si muovono e interagiscono tra loro: una vacanza può allora incontrare un interstiziale e i due difetti annullarsi, ma un atomo può lasciare la sua posizione reticolare, creando così una vacanza, e ficcarsi in un interstizio, creando allora un interstiziale.
A questo punto si può concludere dicendo che l’organizzazione “perfetta” della materia è un’astrazione, alla quale ci si può avvicinare con opportuni procedimenti (processi di cristallizzazione di sostanze iperpurificate, in condizioni di temperatura regolatissima e in quasi totale assenza di “stress”) così da eliminare i difetti e da congelare poi la situazione. E’ ovvio che la perfezione è un’anomalia, che i cosiddetti difetti non sono tali, ma la condizione ottimale per la materia.

Transizioni, trasformazioni, reazioni (di composti chimici, e anche di gruppi sociali). Transizioni, trasformazioni e reazioni chimiche sono tutti fenomeni regolati dai potenziali termodinamici e chimici che governano il comportamento di qualsiasi sostanza obbligandola ad assumere la condizione di minima energia libera.
Così l’acqua, alla pressione atmosferica, deve essere solida quando si trova a una temperatura sotto zero °C, è liquida sino a 100°C, dopo di che, a temperature più elevate, vaporizza. Allo stesso modo un metallo a contatto con l’ossigeno tende, in condizioni normali, ad ossidarsi: il ferro, ad esempio, in modo totale, perche lo strato d’ossido (la ruggine) è permeabile per vari motivi all’ossigeno che pertanto arriva al metallo sottostante; l’alluminio formando un sottile strato superficiale sul solido, strato che isola il resto del metallo dal contatto con l’ossigeno, a meno che graffi, abrasioni, lucidature non riportino il metallo a contatto con l’atmosfera.
Le reazioni chimiche per portare all’equilibrio le sostanze presenti (che si trovano in un recipiente, in un reattore, o comunque a contatto tra loro) possono essere più o meno veloci e l’uomo, per i suoi scopi, cerca le condizioni migliori di temperatura e pressione e quale sostanza è in grado di accelerare (ma anche ritardare) la reazione, sostanza nota col nome di “catalizzatore”. In ogni caso spesso le condizioni di equilibrio non richiedono che la reazione sia completa, ma solo parziale, così che, all’equilibrio, possono essere presenti reagenti e prodotti della reazione in rapporti ben determinati. Nulla di differente dai difetti dei solidi appena discussi: questi ultimi, se non ci sono, si debbono formare, magari lentissimamente, ma non è che tutto il solido diventi un difetto, e, viceversa, se ce n’è troppi, vengono in parte espulsi sino ad arrivare alle condizioni d’equilibrio. Per inciso, si può osservare che fenomeni analoghi avvengono anche per i comportamenti di gruppi sociali nei quali certe “devianze” dal comportamento medio (dovute sia a fattori genetici sia “culturali”) sono presenti in rapporti definiti: per i fattori genetici tali rapporti sono invarianti, per quelli culturali si osserva una dipendenza dal tipo di società che può, ad esempio, mutare nel tempo (8).
Uomo e natura hanno escogitato modi per rendere praticamente completa una reazione, anche quando il prodotto dovrebbe essere presente soltanto in piccole quantità: basta, ad esempio, eliminarlo da dove avviene la reazione, la quale allora procede per ripristinare la quantità di prodotto necessaria all’equilibrio. Il caso dell’ottenimento dell’ammoniaca da idrogeno e azoto è emblematico: si opera ad alte temteratura e pressione e in presenza di composti di ferro come catalizzatore per accelerare la reazione, e si toglie continuamente l’ammoniaca formata, ché altrimenti la reazione darebbe ben poca ammoniaca. In natura molti prodotti di reazione, fluidi, si allontanano da soli dal luogo ove avviene la reazione, altri vengono catturati da sostanze che posseggono cavità, come le argille o le zeoliti. Questi fenomeni avvengono anche nel caso di devianze di tipo culturale: se gli individui che ne sono toccati venissero tolti da un gruppo sociale sufficientemente consistente (se troppo piccolo non valgono più le considerazioni statistiche alla base di tali fenomeni) altri individui finirebbero per assumere tali devianze.
Il discorso appena fatto vale anche per i prodotti ottenuti da reazioni chimiche, i quali se puri, o quasi, dovrebbero regredire ridando i reagenti, sino a raggiungere nuovamente l’equilibrio; ma se i prodotti di reazione sono portati – o vanno – a condizioni tali da ridurre praticamente a zero la velocità di reazione, allora possono rimanere senza regredire. Lo stesso potrebbe avvenire nel caso delle società umane, ma anche animali o vegetali, se decidessero di mutare radicalmente di comportamento.
In ogni caso prodotti o società perfette sono un artificio, mentre la norma è quella di sistemi che, secondo gli schemi mentali correnti, sono invece sporchi, imperfetti, devianti.

Le molecole (compeso il DNA). Per le molecole valgono tutte le considerazioni già fatte sui difetti e le trasformazioni, né esse presentano fenomeni che non valgono per le sostanze già esaminate. Se ne parla qui a parte perché esse hanno implicazioni importanti in molti fenomeni caratteristici della materia vivente.
Nelle molecole, un gruppo molecolare può essere sostituito da un altro, con proprietà di occupazione spaziale, chimiche, di “colore”, farmacologiche, ecc. diverse; oppure, attorno a un legame la molecola (specialmente se lineare) può ruotare di un certo angolo dandole così una struttura geometricamente diversa. Nelle catene molecolari certi segmenti della catena possono essere sostituiti da altri, particolarmente durante la formazione della catena stessa (nei polimeri si formano così i copolimeri). Una catena ben difficilmente riesce a stare tutta allungata se è molto lunga e, pertanto, si ripiega formando una sequenza di pezzi di catena equidimensionali, salvo che alcuni pezzi possono essere un po’ più lunghi, uscendo dal pacchetto, e altri un po’ più corti, lasciando delle specie di vacanze. Tutti questi “difetti”, in generale, minimizzano l’energia libera e rendono conto del perché – sia in natura sia in laboratorio o in fabbrica, non si ottengono mai sostanze totalmente pure e perfette. E’ la purezza, in questo caso, ad essere non la perfezione, bensì l’anomalia.
Anche le molecole, poi, possono reagire con le sostanze con le quali vengono a contatto, fondendosi, scambiandosi gruppi molecolari funzionali, cedendo o acquisendo pezzi di molecola: anche in questo caso valgono i principi di perseguimento di minima energia libera, ma, trattandosi di singole molecole e quindi di casi pei quali non valgono o valgono meno, le considerazioni statistiche, possono verificarsi, anche se con probabilità molto bassa, fenomeni devianti, che vanno ad accrescere anziché ridurre l’energia libera. In realtà le cose sono un po’ più complesse e si dovrebbe tener conto degli stati (energetici o d’altra natura) disponibili, il che potrebbe rendere “termodinamici” anche i sistemi di una o poche molecole, ma è inutile addentrarsi in tali considerazioni, dato che questo intervento non è né dev’essere un trattato di chimica-fisica.
Tutto quello che è stato ora detto vale anche per le molecole del vivente, come quelle di DNA, di RNA, delle proteine, non esistendo una materia speciale che le caratterizza, ma essendo esse costituite dai soliti atomi della chimica organica e sottostando alle identiche leggi fissate dalla natura. Così, tali molecole possono reagire, modificarsi, “mescolarsi” con quelle di specie diverse, scambiandosi gruppi molecolari (per esempio geni). Naturalmente, alcuni eventi sono più probabili, come i piccoli cambiamenti di singoli atomi o di loro piccoli gruppi (quello che il premio Nobel François Jacob ha chiamato “bricolage” molecolare (9)) altri meno probabili, altri ancora “proibiti”, anche se, come abbiamo visto, pure questi ultimi possono accadere.
Insomma, i mattoni della materia vivente sono in continua evoluzione, tanto è vero che da una probabile unica forma semplice di vita presentatasi oltre tre miliardi di anni fa se ne sono formate una miriade, in media sempre più complesse, la gran maggioranza delle quali è scomparsa. Le varie specie si sono formate mediante questi – e altri – meccanismi di modificazione molecolare e le specie si sono differenziate e continuano a farlo, con gli stessi meccanismi. Lamark pensava che esistessero “spinte interne” all’organismo capaci di portare a nuove strutture, ma non conosceva la biologia molecolare e pertanto attribuiva a queste spinte (che sono, come s’è visto, soprattutto un bricolage) un indirizzo verso la perfezione che, ancora una volta, non esiste. Hugo De Vries e John Burdon Haldane hanno ben compreso il ruolo determinante delle piccole mutazioni (10), sulle quali hanno un ruolo essenziale i fattori biochimici, in molti casi identici a quelli impiegati dall’uomo quando costruisce i cosiddetti OGM. Infine, anche se con maggiore difficoltà - per ragioni puramente geometriche di interazione tra due molecole di DNA, ma non per motivi energetici e di potenziale chimico – si possono avere scambi tra molecole di specie diverse, così che non esistono le cosiddette “barriere” genetiche tra le specie, una frottola che ha basi (pseudo)filosofiche ma non scientifiche.
Ci fermiamo qui, perché questo non è neppure un trattato di biologia, di genetica o sull’evoluzione. Ci limiteremo, nel paragrafo successivo, a prendere in considerazione se esistono e cosa rappresentano le “deviazioni” genetiche.

Le devianze genetiche. Occorre innanzitutto premettere che non c’è una corrispondenza – tanto meno biunivoca – tra geni e caratteristiche (fisiche, comportamentali, di salute o malattia), ma piuttosto, in linea generale, delle propensioni. Il giudizio se si tratta di propensioni positive o negative, utili e vantaggiose, oppure pericolose e svantaggiose, è puramente esterno e non ha alcun valore nella eventuale ricerca del DNA perfetto di una specie, cui riferirsi.
DNA e proteine, a contatto con altre sostanze, o sollecitate dai fenomeni più diversi – come variazioni di temperatura, campi elettrici, magnetici, ecc., radiazioni, stress – hanno innumerevoli occasioni per modificarsi, senza alcuna finalità. Tali modifiche sono indubbiamente favorite dai potenziali chimici, ossia sono più probabili se le nuove strutture chimiche o le nuove conformazioni riducono l’energia libera, ma, come abbiamo visto, possono accadere – anche se con minore probabilità – pure se l’aumentano. Possono anche avvenire scambi di frammenti di molecole di specie diverse. Tra tutti questi fenomeni sono maggiormente probabili le piccole variazioni conformazionali o relative a singoli atomi o a loro piccoli gruppi – il bricolage di Jacob – piuttosto che le variazioni che coinvolgono un intero gene; è anche probabile che sia più facile l’inserimento o l’eliminazione o lo scambio di una sequenza di molti geni, come avviene nei processi naturali o antropici d’ibridazione.
Alcune di queste modifiche portano a specie nuove, altre, anche se più rare, all’ibridazione di specie diverse creandone così una terza. In ogni caso si ha un’evoluzione continua delle molecole di DNA e delle proteine e non esiste nessun criterio per stabilire quale sia, o sia stata, o sarà quella perfetta, di ogni specie o in assoluto.
La natura ha inventato criteri di scelta – globali per tutto il pianeta o locali per un determinato ecosistema – che Charles Darwin ha ben illustrato (11). Le specie più adatte alle condizioni ambientali del momento - perché anche queste condizioni sono soggette a variazioni continue - (quali territorio, clima, alimentazione, presenza o assenza di altre specie) permangono a detrimento di quelle meno adatte. Tra i fenomeni globali possiamo ricordare la scomparsa dei grandi sauri o la comparsa dei mammiferi, animali a sangue caldo e che quindi abbisognano di molta energia, ossia di molto cibo, ma che, conseguentemente, possono essere attivi oltre che di giorno anche di notte, e avere ampi gradi di libertà operativa. Quelli locali sono i più ovvii e frequenti: un gran numero di specie vegetali e animali sono tipiche di determinate aree geografiche, a prescindere dalle condizioni di tali aree che spesso sono simili ad altre che ne sono prive; riso, grano, patata, pomodoro, cavallo, bovini – ma un gran numero di altre specie – si trovano un po’ dovunque perché nei tempi passati ce le ha portate l’uomo.
Oggi, la moltiplicazione vertiginosa dei traffici (navi, aerei, auto, ecc) sta diffondendo le specie più diverse (piante, animali, insetti, batteri, virus) che fino a ieri erano relegate in aree particolari. Così, nel Mediterraneo sono arrivate alghe che stanno soppiantando quelle locali, nell’Adriatico molluschi che hanno praticamente sostituito i belli e gustosi “garagoli”; la mania dei fiori e degli animali esotici sta facendo invadere il territorio del mondo occidentale da specie che spesso non trovano l’habitat corretto, per il loro sostentamento e per i fenomeni che ne controllano la numerosità.
E’ interessante osservare che certi vantaggi di una specie sono a detrimento di altri. Così, le specie vegetali che sanno meglio difendersi dai parassiti – con veleni, cancerogeni e altre forme di lotta – sono spesso poco “produttive” in termini di frutti, e quindi per l’uomo che, nei millenni, ha conseguentemente cercato di selezionare le varietà più produttive, che vanno però difese con antiparassitari chimici o altri sistemi. Per l’utente che mangia i frutti, la scelta è tra ingerire un po’ di sostanze chimiche, indubbiamente dannose, o quelle contenute nei prodotti della cosiddetta “agricoltura biologica”, altrettanto dannose e in quantità spesso mille volte superiori.
Anche per quanto riguarda la salute si deve tener presente che certe “anomalie” geniche, che portano a malattie, possono risultare vantaggiose per altre condizioni. Ad esempio, la frequenza del gene della drepanocitosi e della beta-talassemia nell’Africa occidentale, e del deficit del gene G-6-PD nei nostri climi, dipende dall’effetto protettivo verso la malaria, nonostante la natura letale delle malattie: la selezione naturale, dunque, determina la diffusione dell’assetto genetico che, globalmente, minimizza il rischio (12).
Questo non vuol dire che le modifiche, quali l’eliminazione o la trasformazione di geni responsabili di malattie gravi, non siano benefiche; ma che non possono essere interpretate nel senso che esistono condizioni genetiche ottimali, tipiche della “perfezione”. Naturalmente questo non esclude che, sotto profili puramente ideologici, non si possa stabilire quali siano le condizioni perfette, così come fece Hitler – ma anche altri, come i paesi scandinavi, che si dichiaravano democratici e liberali – a suo tempo.

Non-equilibrio e incertezza. La perfezione è come l’essere di Parmenide e di tutti i filosofi che l’hanno seguito sino ad oggi, Martin Heidegger compreso: richiede condizioni di equilibrio, stabilità, certezza, atemporalità (13). Ma noi viviamo nel cambiamento, o comunque gli diamo peso, molti di noi credono anche al progresso e, se non siamo creazionisti (14), all’evoluzione.
L’osservazione della natura, sia per quanto riguarda la sua storia sia per quanto avviene nell’attualità, indica chiaramente che, non solo essa è in cambiamento continuo, ma è pure sempre in condizioni di non-equilibrio. Il cambiamento infatti, per avvenire, ha bisogno che esistano dei gradienti nei parametri che caratterizzano i sistemi in evoluzione: in un sistema statico, all’equilibrio e senza condizioni che possano determinare differenze non si muove nulla, le scelte sono impossibili, ed è per questo che l’asino di Buridano muore (15).
Oggi la scienza è sempre più in condizioni di dominare i fenomeni non all’equilibrio, dalla termodinamica di Onsager (16) a quella di Prigogine (17), alla teoria avanzata dei campi non all’equilibrio (18). La “non-equilibrium field theory” riesce a trattare un insieme di argomenti disparati come il trasporto quantistico, le transizioni di fase non all’equilibrio, la nucleazione e il trasporto di difetti topologici e di altre strutture coerenti non lineari, come pure fenomeni dinamici quali la bariogenesi elettrodebole e la velocità delle transizioni topologiche, o ancora il riscaldamento post inflazionario (post-inflationary reheating) subito dopo il cosiddetto “big bang”, i condensati chirali o l’evoluzione del plasma quark-gluone nelle collisioni di ioni pesanti.
Disequilibrio e cambiamento significano che non c’è nulla di fisso; che – nonostante i processi omeostatici – la natura vivente ha tutt’altro che “digerito” i processi stocastici dell’evoluzione e che pertanto un OGM in più la lascia del tutto indifferente, nel senso che esso si aggiunge alla miriade delle variazioni genetiche naturali alle quali si deve, abbastanza lentamente, adeguare; che, infine, non esiste nessun riferimento che consenta di dire che esistono obiettivi di perfezione perseguibili. In realtà di obiettivi e di progresso si può parlare soltanto in relazione all’operare dell’uomo, ossia alla sua intelligenza (19) e magari un domani a quella delle macchine.
Non solo nulla è all’equilibrio, ma tutto è incerto: per primo l’ha rigorosamente mostrato Henri Poincaré un secolo fa (20), ma da allora si sono susseguiti un gran numero di studi che hanno coinvolto tutte le scienze dure, naturali e umane (21). Nel libro di Pera (21) tutti gli interventi sono interessanti, ma qui sono utili da ricordare quelli di Vittorio Mathieu “Certezza dei principi e incertezza dell’azione”, di Luciano Pellicani “Ricerca della certezza e rifiuto della modernità”, e di Antimo Negri “Il mondo rovesciato e il bisogno di certezza”, perché ciò che più rende perplessa e addirittura spaventa la gente è la mancanza di certezza, anche se va detto che esiste una quantità di strumenti scientifici in grado di ridurre e in un certo senso, di dominare l’incertezza, ma rimane il problema di fondo: non c’è praticamente nulla di assolutamente sicuro.
Il solco tra pensiero comune e pensiero scientifico non solo si allarga ma, soprattutto, i due stanno diventando incompatibili (22). E’ interessante rendersi conto del comportamento dell’opinione pubblica -ma, più in generale, di tutta la società - nel caso di eventi che sono riluttanti a presentare una totale certezza che tuttavia viene “pretesa”. Ci riferiremo, come esempio, all’evento così attuale del “delitto di Cogne”, del quale è stata accusata la madre Anna Maria Franzoni (23).
Dopo la scarcerazione della madre, perché le “prove” contro di lei sono state considerate dal Tribunale del Riesame di Torino insufficienti, c’è stato sconcerto tra la gente di Cogne che dice “Ora vogliamo sapere chi è l’assassino”, mentre il sindaco Osvaldo Ruffier afferma che “Qualcosa non va nella magistratura, sono necessarie certezze”. Più in generale, media, gente, giudici chiedono certezza o affermano che c’è già.
In realtà se si vanno a vedere, anche superficialmente, le “prove” della colpevolezza dell’indagata c’è da rimanere allibiti. Non so se il caso di Cogne sia un’eccezione o rientri nella norma (propenderei per questa seconda ipotesi, anche se non ne ho la documentazione non seguendo normnalmente le cronache sui delitti), ma di fatto non esistono assolutamente prove, perché quelle del Ris di Parma sono solo delle analisi, magari ineccepibili (e su questo si potrebbe discutere) che non consentono assolutamente di tradursi in prove – anche se si è tentato di farlo - e che restano pertanto solo delle deduzioni inconsistenti.
Prendiamo in considerazione solo alcuni aspetti di una delle “prove” determinanti, quella del sangue sul pigiama. Con calcoli complessi – qualcuno ha addirittura affermato che s’è fatto ricorso alla meccanica quantistica, non si sa perché – si è dedotto che il pigiama era indossato, e che lo era “sicuramente” dalla madre. Ora, quando si lancia qualcosa, il suo percorso è banale - una parabola come ha dimostrato Galileo - salvo le correzioni dovute al fluido in cui l’oggetto si muove (in questo caso l’aria, con la sua viscosità, temperatura, umidità). Per calcolare la traiettoria di un oggetto si devono però conoscere anche la direzione di lancio (con diciassette colpi, con un oggetto che colpisce un’area e non un punto, queste sono un numero incredibile), la velocità iniziale (vale lo stesso ragionamento che per la direzione), se l’aria è immobile o si muove (per esempio per effetto del movimento del braccio che colpisce); e poi ancora il tipo di tessuto, se il pigiama è perfettamente piano, oppure no, e se no come. L’insieme delle incertezze è pertanto tale che, con opportuni (anche se ragionevoli) valori delle variabili incognite si può giustificare qualunque ipotesi. E questa sarebbe la prova più convincente che, una banale verifica sperimentale, da parte del perito della difesa, ha potuto smontare.
Le prove delle scienze dure quindi non ci sono, ma i tecnici del Ris e i giudici non riescono a capirlo, non essendo gente di scienza. Quelle delle “scienze umane”, poi, fanno atterrire. Da vaghe conoscenze dell’indagata si è costruito un suo identikit psicologico al quale si sono adattate le conclusioni di teorie sul comportamento sociale; ne consegue che: l’accusata forse non riesce neppure a sopportare un processo (e ha superato senza battere ciglio il primo incontro con otto periti psicologi); essa potrebbe uccidere anche l’altro figlio (e perciò deve essere imprigionata). Ora, notoriamente, le analisi scientifiche sul comportamento sociale e le leggi che se ne ricavano sono di tipo statistico e, nel migliori dei casi, portano a delle probabilità di accadimento di fenomeni; mai ci si dovrebbe permettere di usarle per decidere cosa avviene in eventi singoli, neppure nel caso di fenomeni fisici, e tanto meno nel caso di singole persone. La conclusione è, ancora una volta, che quei giudici (ma forse tutte le persone che si sono interessate al caso) non hanno sufficienti cognizioni scientifiche per poter usare i risultati della scienza.
Infine, ho letto il “Mandato di custodia cautelare in carcere del Dott. Fabrizio Gandini nei confronti della Signora Annamaria Franzoni”, Tribunale di Aosta – Giudice per le analisi preliminari. Ordinanza 13 marzo 2002. Ho letto pure le osservazioni del collegio di difesa sul mandato. Chi è uso al metodo scientifico non può che rimanere stupito per come sono fatte le scelte, senza prove, tra situazioni alternative; per come si dànno per scontate o con motivazioni senza consistenza le ricostruzioni degli avvenimenti; per la mancanza di nessi logici nel costrutto dell’accusa.
Tutto questo è conseguenza del tentativo di ricerca, senza scampo, della certezza, che tende a escludere tutto ciò che conduce al dubbio e fa accettare, invece, ciò che porta “certezza”.
Richard Feynman, premio Nobel per la fisica, ha detto: ”Non c’è nulla di cui lo scienziato possa essere sicuro in partenza. Egli può solo fare ipotesi, sarebbe poco scientifico non farlo. Le affermazioni della scienza devono per forza essere incerte perché sono solo deduzioni. Sono tentativi di predire cosa succederà. Gli scienziati sono abituati a convivere con il dubbio e l’incertezza. Il dubbio ci spinge a guardare in nuove direzioni e cercare nuove idee. Il progresso della scienza non si misura solo dalla quantità di nuovi esperimenti, ma anche, molto più importante, dall’abbondanza di nuove ipotesi da verificare. Questa libertà di dubitare è fondamentale. C’è voluta una lotta di secoli per conquistarci il diritto al dubbio, all’incertezza. Come scienziato sento la responsabilità di proclamare il valore di questa libertà, e di insegnare che il dubbio non deve essere temuto, ma accolto volentieri in quanto possibilità di nuove potenzialità per gli esseri umani.”
Se allora vogliamo cercare la “perfezione” facciamolo in ciò che è incerto, instabile, indeterminato. (*)

Brevemente: qualche altro esempio. Il presentare altri casi di ricerca di perfezione e di inesistenza della stessa non è per desiderio di completezza, ma solo per far meglio comprendere come la ricerca della perfezione pervada ogni azione e pensiero dell’uomo.
Kenneth Burke afferma che “Il principio di perfezione è il movente centrale alla natura del linguaggio. Il mero desiderio di nominare qualcosa col suo ‘proprio’ nome, o di parlare una lingua nel suo modo distintivo è intrinsecamente ‘perfezionista’.” (24). Del resto, conoscere la parola, in passato, ma per molti ancora oggi, equivale a possedere l’oggetto o l’ente che essa designa, ed è per questo che il nome di Dio non va pronunciato.
L’economia è tipicamente una scienza che dipende in modo drammatico dal modo di sentire del momento di tutte le persone del pianeta, che debbono vivere, acquistare, pensare al loro futuro. Essa è una delle scienze più dogmatiche e definite, salvo modificare paradigma di fronte all’evoluzione che inevitabilmente rende obsolete le “verità” di ieri. Per questo motivo si stanno sviluppando teorie evoluzionistiche dell’economia, a partire dai primi approcci di Joseph Schumpeter, per arrivare agli strumenti della cosiddetta “vita artificiale” che studia come un sistema complesso e adattivo evolve in relazxione a stimoli interni ed esterni (25).
V’è un gran numero di casi di perfezione legati alla parola, alla definizione. Tipico è il caso, dibattuto in questo inizio del 2002, del “latte fresco” (26). E’ fresco un latte – leggermente pastorizzato - che ha al massimo quattro giorni, oppure uno che conserva certe proprietà, che possono caratterizzare la freschezza? Fresco – come grande o piccolo, alto o basso – non significa nulla se non è riferito a qualcosa e misurato, nonostante i dubbi che abbiamo visto sulla misura. Il latte di un giorno può allora già essere vecchio, quello che ha subito certi trattamenti può ancora essere fresco (ossia avere certe caratteristiche) anche dopo quattro giorni, altri trattamenti – consentiti dagli sviluppi di scienza e tecnologia – conservano la “freschezza” anche dopo otto giorni e, magari un domani, dopo un anno. Si possono capire i timori di chi non può garantire la freschezza oltre i quattro giorni: faccia ricerca e sviluppi nuovi modi validi per mantenere le doti di freschezza, ma non si riferisca a un concetto arcaico di tempo che non vale nulla, come aveva già dimostrato Orazio discutendo del valore delle opere scritte. Il ministro, poi, non faccia dichiarazioni che sanno di medioevo.
E che dire del pomodoro trangenico, messo sul mercato una decina d’anni fa, che non marcisce perché gli è stato tolto il gene che lo obbliga a diventare tale? La natura fa marcire certi frutti per garantirne la riproduzione, ma l’uomo non solo può fare a meno di questa proprietà, ma gli conviene che non ci sia, così da poterli trasportare e vendere maturi e gustosi.
Circa il dieci percento degli uomini di sesso maschile è omosessuale e circa il cinque percento di sesso femminile, in Italia come in qualunque parte del mondo, con deviazioni che si giustificano con la cultura (o l’incultura) locale e le leggi relative. Allargando il discorso alla sessualità, non è facile stabilire normalità e devianze, che sono ben differenti per le esternazioni pubbliche, le leggi, le camere da letto. Un discorso non dissimile vale per i mancini. Si tratta dunque di fenomeni, equivalenti alla presenza dei cosiddetti difetti nei solidi, che solo per motivi “ideologici” vengono classificati come devianze rispetto a una situazione ideale.
Ogni tanto scoppia una stella: un fenomeno per fortuna piuttosto raro, perché può avere conseguenze catastrofiche. Circa due milioni d’anni fa – e già sulla terra vivevano uomini capaci di lavorare la pietra – scoppiava una stella, tra Scorpione e Centauro lontana circa 130 anni luce, che provocò un cataclisma biologico sul nostro pianeta per la intensa pioggia di raggi cosmici che avrebbero quasi annullato lo strato protettivo d’ozono (27). Nel 1604 accadde un’altra esplosione, meno catastrofica, della quale s’occupò anche Galileo. Anche questi fenomeni rientrano nella normalità, ossia hanno una probabilità d’accadimento e non sono una devianza di un sistema altrimenti perfetto. Ma di catastrofi, più o meno drammatiche – dai terremoti agli uragani, ai maremoti, ai semplici temporali estivi – è piena la vita dell’uomo sul pianeta e, se non accadessero, sarebbe davvero un fatto anomalo.
Infine, vi sono un numero incredibile di esempi di fenomeni, oggetti, atteggiamenti che per qualcuno sono devianti e per altri la perfezione. Un cibo trattato è adulterato o migliorato, perché si conserva e magari nutre meglio? (28). I principi etici di un’etnia non coincidono con quelli di un’altra e, talvolta, sono opposti.

Per concludere. La perfezione, almeno nel nostro mondo occidentale, è probabilmente un residuo della cultura, peraltro assai forte, del medioevo ove, come mostra Tullio Gregory, tutto è dicotomico: paradiso e inferno, destra e sinistra, alto e basso, oriente e occidente, verticale e orizzontale (29) e la perfezione sta inequivocabilmente da una parte.
Ma quel mondo non c’è più, anche se, senza più avere una guida certa per farlo, la gente continua a ricercare la perfezione. Oggi il Medioevo è inesorabilmente scomparso, tanto è vero che uno scrittore limpido e cattolico, come Gilbert Keith Chesterton, dice che “Gli uomini sono pronti a morire per qualsiasi idea, purché non sia loro del tutto chiara”. Non ho trovato nessuna “perfezione” nella mia ricerca, neppure su cosa sia la tazza perfetta di caffè, che Charles Maurice de Talleyrand-Perigord afferma dev’essere “nero come il diavolo, caldo come l’inferno, puro come un angelo, dolce come l’amore”, ma purtroppo a me piace amaro.
Giuseppe Lanzavecchia

Bibliografia e note
(1) “Dizionario De Agostini della lingua italiana” Istituto Geografico De Agostini, Novara 2001
(2) J. Fieser “Ethics” The Internet Encyclopedia of Philosophy, 2001
www.utm.edu/research/iep/e/ethics.htm
(3) National Corvette Museum “Z06 Corvette Improves on Perfection” www.corvettemuseum.com/specs/2002/z06.shtml
(4) S.Matteo “Vangelo, 6.27” La Sainte Bible, Traduite en français sous la direction de l’École biblique de Jerusalem, Le Club Français du Livre, Paris 1955 (la traduzione italiana è mia)
(5) L. Kohlberg, E. Turiel “Moral development and moral education” in G. Lesser ed. “Psychology and Educational Practice” Scott Foresman, 1971
(6) J. Piaget “The psychology of the child” Basic Books, New York 1972
(7) Per le proprietà della materia, i materiali, le molecole, i potenziali chimici, i processi di nucleazione e trasformazione, i difetti, discussi qui e nei paragrafi successivi si vedano i due CD:
- R. Fieschi, O. Tommasi, M. Bianucci “Edumat”, INFN (Istituto Nazionale per la Fisica della Materia) Interactive Labs, Gruppo Editoriale Giunti, Genova
- R. Fieschi, O. Tommasi, M. Bianucci, Paola Mangiarotti “Edumat 2. From Stone to Microchip” INFN, Infmedia, http://www.infmedia.it
(8) La letteratura sull’argomento è ricchissima; si possono menzionare i due lavori:
- S. Freud “The social construct of normality. Families in Society” The Journal of Contemporary Human Services 80 (4) 333 – 340
- H. Gjone, J. Stevenson “A longitudinal twin study of temperament and behavior problems: Common genetic or environmental influences?” J. of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry 36 (10) 1488 - 57
(9) F. Jacob “Les surprises du “bricolage moléculaire“ Le Monde, 4 janvier 2000.
(10) Le prime chiare idee sulle mutazioni sembrano dovute a Hugo De Vries, tra le cui opere sull’argomento spiccano “Intrazellulare Palingenesis” del 1889, e “Die Mutationstheorie” del 1900. John Burdon Haldane, sulla sua scia, ha studiato le piccole mutazioni e i fenomeni biochimici connessi; tra le sue opere relative più importanti ricordiamo “The Causes of Evolution” del 1932, e “The Biochemistry of Genetics” del 1954.
(11) C. Darwin “On the Origin of Species by Means of Natural Selection, or the Preservation of Favoured Races in the Struggle for Life” John Murray, London 1859; il libro è noto col titolo abbreviato “The Origin of Species”; per chi fosse interessato a quest’opera, e ad altre di Darwin, esse sono reperibili gratuitamente su Internet: www.literature.org/authors/darwin-charles/
pubblicati con la sponsorizzazione di Knowledge Matters Ltd.
(12) D. Kwiatowski “Susceptibility to infection” British Medical J. 2000, 321, pp 1061-5
(13) Si veda: E. Severino “La filosofia. Dai greci al nostro tempo” R.C.S. Libri & Grandi Opere, Milano 1996
(14) Il creazionismo che, nel mondo occidentale, ha un peso culturale soprattutto negli Stati Uniti, ma è diffuso un po’ ovunque, rifiuta l’evoluzione e ritiene veritiera la Bibbia. Per averne un’idea chiara si veda: W.B. Drees “Creazionismo e evoluzione” Concilium 1/2000, rivista internazionale di teologia, www.queriniana.it
(15) Si veda Luciano Benassi “Fede e scienza: alle origini di un rapporto” lezioni alla Scuola di Educazione Civica su “Storia della Scienza” marzo-giugno 1996
(16) “The Collected Works of Lars Onsager” edited by P.C. Hemmer, H. Holden, S.K. Ratkje, World Scientific Series in 20th Century Physics, Vol. 17, World Sci. Publ. Co. 1996
(17) I. Prigogine “Non-Equilibrium Statistical Mechanics” Interscience Publ., London 1966
(18) Per la teoria dei campi non all’equilibrio si consiglia, a chi è interessato, di cercare su Internet l’argomento desiderato: alcuni di questi sono argomenti sono indicati nel presente testo.
(19) G. Lanzavecchia “Tecnica e progresso” Nuova Civiltà delle Macchine XV, n 1-4, 1997, p 59-66
(20) H. Poincaré “Science et Méthode” Parigi 1908
(21) Si veda M. Pera, a cura di “Il mondo incerto” Sagittari Laterza, Roma-Bari 1994; ma anche l’interessante saggio di F. Norelli “La solidità delle incertezze: appunti sulla conoscenza scientifica e i suoi problemi” Energia, Ambiente e Innovazione 3/2001, 66-85
(22) G. Lanzavecchia, M. Negrotti “In difesa della scienza. Senso comune e razionalità scientifica” Libri Scheiwiller, Milano 2002
(23) Il delitto è stato compiuto il 30 gennaio 2002 e, da allora, tutti i giornali italiani ne trattano quasi quotidianamente.
(24) Si veda: Jennifer Borwick “Burke; Def. Of Man” Rhetorical Studies, Communication Studies 327, Dpt. Of Communication Studies, College of Arts, Media, and Communication, California State University, Northridge, April 6, 2001
(25) La letteratura al riguardo è ampissima. Si vedano, ad esempio:
R. Nelson “Recent Evolutionary Theorizing About Economic Change” J. of Economic Literature 33 (1995) 48-90
D. Friedman “Evolutionary Games in Economics” Econometrica 59 (1991) 637-666
N.J. Vriend “Self-Organization of Markets: An Example of a Computational Approach” Computational Economics 8 (1995) 205-231
(26) Tra i tanti articoli apparsi sui giornali si veda quello di Daniela Daniele “Il latte di otto giorni non è fresco” La Stampa 14.3.2002
(27) N. Benitez, J. Maíz-Appellániz, M. Canelles “Evidence for nearby supernova explosions” Physical Review Letters, in press (febbraio 2002) preprint
(28) “Adulteration of Food” in “New Advent” The Catholic Encyclopedia, Volume 1, ? 1907 Robert Appleton Co.
(29) T. Gregory “Gli alti e bassi del Medioevo” Il Sole 24 Ore 31.3.2002

(*) Terminato di scrivere il presente lavoro, è uscito il testo dell’ordinanza che ha scarcerato la madre, redatto dal Presidente del Tribunale del Riesame di Torino, ordinanza che, al di là delle previsioni, ha giudicato inconsistenti le prove contro Anna Maria Franzoni. Le reazioni sono scontate. La gente di Cogne è sconcertata: “Un tribunale che deve decidere se è ingiusto un arresto fa bene a esprimere la sua convinzione. Ma controbatte con un’accusa” (e perché mai dovrebbe?) e discute su “quando questa storia finirà”. Il sindaco si lamenta: “Dopo settanta giorni siamo al punto di prima, non abbiamo una verità”. Gli estensori dell’accusa ribadiscono le loro tesi, e il Ris pure, a dimostrazione di essere entrambi costituzionalmente incapaci di capire cosa sia una prova effettiva e, in particolare, cosa sia la scienza - fisica e umana. Purtroppo questa sembra essere anche l’opinione di un uomo preparato, come Pierluigi Battista (La Stampa, 10.4.2002), il quale parla di “esibizione di una potenza scientifica tutta da verificare” anche se prima aveva meglio precisato: “Si sono fidati dei risultati tecnologicamente accertati.” (Ma era accertata, ad esempio, soltanto la presenza di macchie di sangue, non come e chi le ha provocate). E’ stata proprio l’inconsistenza scientifica a stimolare la mia curiosità per i fatti di Cogne, che altrimenti avrei letto solo attraverso qualche titolo.

GdS 8 XI 2002 - www.gazzettadisondrio.it
 

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