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Dentro la resistenza irachena
di
Da Enrico Galoppini con traduzione a cura di www.comedonchisciotte.net

DIBATTITO

"Gli Americani cercano le armi di distruzione di massa? Bene, le hanno trovate"
Su smh.com.au è comparsa un'intervista effettuata in Iraq a membri della resistenza irachena, di cui riportiamo ampi stralci.
L'intervistatore si incontra, dopo settimane di negoziati, con "due uomini - Ahmed, un trafficante d'armi e comandante di un gruppo di resistenza irachena, e Haqi, uno dei suoi soldati.", entrambi vengono descritti nell'articolo come spavaldi e questo perché fieri di aver condotto recentemente un'azione vittoriosa contro un convoglio americano in un'area rurale a Nord di Baghdad.

Ahmed la descrive così: "Ieri ci hanno informato di un nuovo movimento di convogli, così abbiamo utilizzato un auto speciale per trasportare sul posto RPG [granate con propulsione a razzo] e cannoni. Attaccammo al tramonto in un'area circondata da fattorie. Prima ci mescolammo con gli abitanti; poi al passaggio del convoglio prendemmo le armi che avevamo deposto sul terreno. C'erano complessivamente 19 soldati. Potevo vedere i loro volti. Sparammo tre granate e fuggimmo con un'auto che ci stava aspettando. Il tutto è avvenuto in poche secondi".
Questa è la terza missione per Ahmed, un uomo di 32 anni, e la quarta per Haqi, un taxista di 25 anni che definisce Ahmed come suo istruttore: "entrambi appaiono soddisfatti per i centinaia di attacchi colpisci-e-fuggi della resistenza contro gli USA.". L'autore dell'intervista, incredulo della discordanza delle cifre, secondo la fonte, ha cercato, a questo proposito, le testimonianze dei cittadini: ad esempio "a Al Meshahda, vicino Tarmiya, 60 chilometri a Nord di Baghdad, due agricoltori, i fratelli Muhammad e Ibrahim Al Mishadani insistono sulla morte di tre soldati americani quando i veicoli di coda di un convoglio furono oggetto di un attacco. Ma gli Americani non hanno riferito di proprie vittime a Tarmiya lo scorso Martedì".

Il numero di vittime americane in questo periodo "post-bellico" ammonta a 60 - ormai, al 27 agosto, siamo ben oltre e i soldati uccisi dalla fine della guerra sono di più di quelli morti nel conflitto! NdR -, con quasi 500 feriti -idem -.
Il conflitto sta ora mostrando tutti i segni di quella che si può chiamare una guerriglia prolungata.

Quando prese l'incarico, il nuovo capo militare americano in Iraq, General John Abizaid, era già a conoscenza del rapido costituirsi della resistenza: "Essi sono meglio coordinati, adesso. Sono meno improvvisati e sono divenute più sofisticate le loro capacità tattiche e di impiego delle armi."

Washington continua ad essere riluttante nell'ammettere di trovarsi di fronte ad una guerriglia, ed ha ripetutamente dato la colpa dell'instabilità a Saddam Hussein e ai suoi fedeli del partito Baath, e, dopo l'attentato all'ambasciata Giordana a Baghdad, anche a stranieri che ritiene aggregati alla rete di al-Qaeda e consimili.

Così è stato Abizaid ad ammettere che gli Americani si trovano impegnati in una "classica campagna anti-guerriglia", pur ammettendo, secondo i dettami di Washington, che la minaccia agli Americani deriva da "Baathisti di medio-livello" e da una circoscritta struttura finanziaria organizzativa.

Fatto stà che il Pentagon, l'esercito Americano e gli analisti americani, tutti quanti rimangono riluttanti ad ammettere un supporto popolare alla resistenza irachena. Ma sentendo parlare in modo aspramente anti-americano sia gli sceicchi tribali che gli uomini d'affari e molte persone comuni irachene, diviene difficile non ammettere che vi è una crescente empatia popolare stile-Palestinese o stile-Belfast con la resistenza.

Se i resoconti che la resistenza ha fornito nelle interviste all'Herald negli ultimi 10 giorni sono accurate, i servizi Americani sono lontani dal capire che quello che sta emergendo in Iraq è un movimento controllato centralmente, guidato tanto dal nazionalismo che dalla moschea, un movimento che si è lasciato alle spalle Saddam e il Partito Baath e che sta già raccogliendo fondi stranieri per espellere l'esercito americano dall'Iraq.

Ahmed nega di aver militato nell'esercito di Saddam o in qualche sua Agenzia di Sicurezza soprattutto perché "Saddam era un perdente. Le sue guerre sono state inutili e rese, nemici, i nostri confinanti Musulmani".

Ahmed ci parla della resistenza Sunnita che descrive come una forza religiosa e disciplinata. Alla domanda di dove si trovi l'autorità, egli risponde: "Con gli sceicchi nelle moschee. Agli appartenenti del Partito Baath e agli ex membri dell'esercito non è permesso divenire nostri capi. I Baathisti hanno perso. Ora noi abbiamo un solo gruppo al comando delle operazioni della jihad, un gruppo che opera a livello nazionale. Tutto è fatto mediante istruzioni che arrivano attraverso dei messaggeri. Nella mia cellula vi sono 35 uomini ed io comando altre tre cellule. Il numero degli stranieri che ci vengono in aiuto è in continua crescita: Siriani, Palestinesi, Sauditi e Quatari."

"Le affermazione degli Stati Uniti riguardo al-Qaeda e Ansar al Islam sono soltanto propaganda. Noi non domandiamo ai nostri combattenti se appartengono a questi gruppi o a partiti politici".

Parlando attraverso un interprete, in Arabico, continua: "I nostri combattenti stanno proteggendo la nostra religione. Noi non permetteremo a stranieri di occupare il nostro paese. Abbiamo sofferto sotto Saddam e lo odiamo, ma terremo lui nei nostri cuori piuttosto di un Cristiano e di un Ebreo, perché egli era un Musulmano".

In questa cultura la vendetta è un onore: "Gli Americani non ci rispettano, così noi non rispettiamo loro. Essi hanno con sé un cancro di cose pessime: prostituzione, droga e giochi d'azzardo".

Haqi aggiunge: "Questa battaglia non è per Saddam ma per la nostra Patria e il nostro Dio. Il nostro scopo non è la conquista del potere o del governo del paese. Noi vogliamo solo espellere gli Stati Uniti e che la parola di Allah sia al potere in Iraq".

Questo gruppo della resistenza chiama se stesso l'Esercito del Giusto. Come gli altri (l'esercito di Mohammed e le Bandiere Bianche), si è fatto notare per volantini e graffiti intorno alla Moschea di Abu Hanifa nel distretto Aadamiyah di Baghdad.

Sia Ahmed che Haqi non rispondono alle domande sui loro veri nomi o sulle loro abitazioni. "l'Iraq è la mia casa" dice Ahmed.

Egli stima che i combattenti della resistenza ammontino a circa 7000 uomini. Le famiglie non ammetteranno mai l'appartenenza di un loro membro alla resistenza. Un dentista di Baghdad, Amar Abbass, continua ad insistere che il suo "piccolo fratello" Ameer era armato solo di "quaderni e una calcolatrice" quando fu arrestato 6 settimane fa. E questo nonostante che i vicini asseriscano che il ragazzo ventenne - ora prigioniero N. 10496 - stava portando un lanciatore di granate quando fu arrestato.

La prima missione di Ahmed fu un attacco su un piccolo convoglio americano vicino Balad, nella regione di Tikrit, in Giugno. Alcune settimane dopo prese parte ad un tentativo fallito di abbattere un elicottero americano.

Come avviene un attacco? "Prima osserviamo gli Americani per capire i loro movimenti. Noi sappiamo dal modo con cui sparano - in tutte le direzioni - che hanno paura".

Di solito le cellule operano in gruppi di 4-5 combattenti - due per maneggiare il lancia-granate e 2 o 3 per fornire fuoco di copertura. Nella maggior parte dei casi l'identità di un combattente non è nota agli altri del gruppo. Poiché le radici della resistenza irachena alla presenza americana si trovano nella loro cultura tribale e nel Corano, i combattenti fanno affidamento sulla rete tribale per le informazioni e per le loro fughe precipitose dopo un attacco.

"La gente ci offre nascondigli quando siamo in pericolo, ci conforta con le loro parole, ci nasconde nelle loro auto per portarci al sicuro".

Di solito viene fatta esplodere una mina anti-carro per fermare un convoglio e disorientare i militari. Subito, un gruppo di partigiani apre Il fuoco su un lato della strada, catturando l'attenzione degli americani, mentre gli uomini dotati del lanciarazzi prendono le misure a 150 metri sull'altro lato della strada.

Molti combattenti avevano acquisito esperienza nei reparti di Saddam o dalle truppe alla sbando dell'esercito iracheno. Essi hanno avuto successi anche con ordigni a controllo remoto, compreso quell'episodio in cui fecero saltare un ponte usato dagli americani collocando su una piccola zattera un ordigno che fu fatto esplodere sotto il ponte.

In un altro incontro, Ahmed appare irritato: gli Americani avevano cominciato a disturbare con interferenze le radiofrequenze usate dalla resistenza per far esplodere le bombe. Sorrise, quando gli chiesi se avevano trovato una soluzione, lasciando sottintendere di non voler rispondere.

Le missioni di resistenza sono opportunamente guidate. Ad alcuni combattenti locali viene assegnato il compito di condurre nelle loro zone attacchi di bassa intensità, circa 3-4 settimana. Poi nuove cellule sono dislocate nell'aerea per imboscate ad una frequenza di 3-4 al giorno.

Ahmed afferma che le sue cellule sono responsabili della morte di almeno una dozzina di soldati Americani.

"Gli Americani dicono che stanno ancora cercando le armi di distruzione di massa. Ebbene le hanno trovate. Noi siamo le loro armi di distruzione di massa!".

Le armi della resistenza sono sparse nel Paese, nascoste nelle case, sepolte nelle tombe, ai margini dell'erba alta che cresce lungo I fiumi e i canali di irrigazione.

Gli Americani fanno regolari annunci di successi nei loro sforzi di bloccare gli attacchi, come nel caso dell'Operation Soda Mountain, nella quale si dice che con 128 raid a metà luglio sono stati arrestati 971 Iracheni - 67 descritti come ex membri del regime - con la confisca di 665 piccole armi, 1356 granate, 300 pezzi di artiglieria, 4297 mortai e 4,3 tonnellate di esplosivo C4 e 563 bombe a mano.

Queste cifre sono impressionanti. Ma esse impallidiscono di fronte alla realtà che c'erano più di 5 milioni di AK-47s nel Paese e che molte armi sono state stoccate prima della guerra dall'esercito iracheno e che queste sarebbero cadute nelle mani della resistenza. Inoltre nel mercato clandestino, un lanciarazzi costa 100 dollari, e una bomba a mano 2 dollari. Nei giorni dopo la caduta di Baghdad, un AK-47s poteva essere comprato per 3 dollari; oggi costa 40 dollari.

La resistenza irachena riceve costantemente donazioni, supporto da altri Paesi che inviano combattenti e servizi logistici di intelligence. Le loro attività appaiono in crescita. Al contrario Paul Bremer, amministratore americano dell'Irak, la vede diversamente: "Il Nord è tranquillo, il Sud pure. C'è solo un piccolo gruppo di persone che resistono in questo nuovo Iraq. Noi ci occupiamo di loro. Saranno uccisi o catturati".

Ahmed sembra apprezzare questo genere di discorsi e replica: " Prima della guerra andavo a caccia di maiali. Ora io non posso più andare a caccia ma per fortuna i maiali vengono da me". "Il nostro Paese è stato occupato da soli 4 mesi: siamo solo all'inizio".
da Enrico Galoppini con traduzione a cura di www.comedonchisciotte.net

GdS 18 VIII 03  www.gazzettadisondrio.it
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