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5 - SEMAFORI INTELLIGENTI
di Cristina Cattaneo

Il quinto racconto della serie

Belle le rotonde. In questi ultimi anni sembra che ci sia una gara fra comuni a chi ha le rotonde più belle. Basta guardarle e si capisce subito se in quella città girano soldi. Oppure se gli amministratori hanno buon gusto. Gli obbrobri purtroppo non mancano, strani monumenti, pericolosi muri, fontane che non funzionano. Ma l’arte va incoraggiata, è giusto.
Io preferisco le rotonde fiorite. Piante e fiori sono secondo me i monumenti più belli che ci offre la natura. I bravi giardinieri sanno “vestire” le rotonde con gli abiti più adatti alle stagioni. Tappeti e arbusti fioriti in primavera estate, foglie colorate e bacche in autunno, sempreverdi e conifere argentee d’inverno. Certo la manutenzione costa, ma sono soldi ben spesi.
Non è un caso che le rotonde più belle le abbia viste in un piccolo comune sul lago di Como, famoso per uno splendido hotel che ospita incontri al vertice internazionali, Cernobbio. Non ci andavo da un po’ di tempo e quando vi sono tornata ho visto aiuole fiorite cresciute come funghi al centro di ogni incrocio. Curate alla perfezione, un vero piacere per gli occhi.
Un piacere anche per il traffico che ne ha tratto grandi vantaggi. Meno code, maggiore fluidità. Minor pericolo e minore probabilità di andare a sbattere contro il palo di un semaforo. Risparmio ed autonomia energetica, non si corre il rischio della solita paralisi in caso di black-out.
Purtroppo non è possibile avere rotonde dappertutto, soprattutto nelle nostre città nate quando le macchine non c’erano ancora, con un reticolato di strade strette cresciute comunque in modo disordinato.
Questi i pensieri incontrollabili che mi assillano mentre avanzo a passo d’uomo con la mia automobile nel centro della città dove vivo. Faccio in tempo a vedere pedoni e ciclisti superarmi e raggiungere tranquillamente la loro meta. Io inquino e mi innervosisco. Rimandiamo ad un altro momento la solita discussione sull’inquinamento, adesso sono qui e non mi sto certo divertendo.
Nessuno si diverte più ad andare in macchina. Solo i ragazzini freschi di patente che appena possono ostentano l’automobile della mamma nel posteggio della scuola, quando c’è.
In questa città, dove si pagano anche le lacrime che si versano, guidare in modo scriteriato può mandarti sul lastrico.
Il rischio maggiore si corre all’incrocio della stazione. Un giorno una mia collega è arrivata a scuola in lacrime. Era passata mentre il semaforo stava diventando rosso. Che fare in quei momenti? La frenata brusca o il colpo di acceleratore? In Italia non ci sarebbero dubbi, senz’altro si sceglierebbe la seconda soluzione. Ma qui non siamo in Italia, meglio frenare, tanto chi tampona ha sempre torto perché non rispettava la distanza di sicurezza. Ma qui le cose funzionano e se non funzionano le aggiustano. Aveva quindi funzionato perfettamente anche l’apparecchio fotografico collegato al semaforo. Più di centocinquanta euro di multa, qualche anno fa. La poveretta, due bambini piccoli, una vecchia utilitaria, la casa appena comprata ancora da arredare, mi ha confessato di non poter nemmeno dirlo al marito. Tipico.
Come si fa ad avere la certezza che non si siano sbagliati? Semplice, basta comprare la fotografia. Solo così puoi vederla. Altri venti euro.
Per persone timorate di Dio e del traffico come potrei essere io, ricevere una multa è il peggiore dei disonori. Ma capita. Divieto di sosta. Qui non dà nessun fastidio, faccio in frettissima, la lascio solo un momento. Io faccio in fretta, io sono di corsa, ma c’è chi di fretta non ne ha. E controlla scrupolosamente i dischi orari delle automobili parcheggiate. Non solo, misura con estrema precisione lo spazio occupato fuori dalla riga del posteggio. Non hanno fretta queste persone, ma hanno tanto odio dentro. Forse non proprio odio, ma quella che i tedeschi chiamano “Schadefreude”, e cioè il rallegrarsi delle disgrazie altrui.
Non importa se a poca distanza la vecchietta viene investita sulle strisce, non importa se il motociclista maleducato assorda la città, non importa se il limite dei cinquanta viene tranquillamente superato in una strada affollata. Niente riesce a distrarre questi buontemponi dal loro utilissimo lavoro.
Perché questi pensieri così poco divertenti non mi lasciano in pace? Semplice, sono sempre in coda, ferma al semaforo.
Non devo aver paura, in questa linda ed ordinata città i semafori sono intelligenti. C’è infatti un complicato sistema di sensori sotto il manto stradale che permette di regolare il funzionamento dei semafori a seconda del peso del traffico. Sì, i semafori sono intelligenti, ma che bisogno hanno i semafori di essere intelligenti? Io preferirei che fossero intelligenti le persone che incontro, magari i miei studenti, i miei colleghi, gli impiegati degli uffici pubblici, i vigili. Sarebbe già tanto. Chissà forse possiamo misurare l’intelligenza dei semafori con appositi test. Quale sarà il loro Q.I. (Quoziente di intelligenza)? CIA, Central Intelligence Agency. Anche gli agenti segreti dovrebbero essere intelligenti, visto il nome della loro organizzazione.
Non si sta esagerando? Forse, ma si sa le iperbole hanno invaso il nostro mondo, basta guardare le pubblicità. Le più infauste sono quelle delle automobili. Una addirittura dice ”Guido, quindi sono”. Cartesio si rivolterebbe nella tomba, ma se tanto mi dà tanto (espressione che odio) un semaforo può benissimo essere intelligente. Perché no.
Perché sono sempre ferma? La fila di macchine che ho davanti non è troppo lunga. Là c’è il semaforo, adesso dovrebbe diventare verde. Ecco, c’è un pedone, ha schiacciato il pulsante. L’omino del semaforo è diventato verde, ma dov’è il pedone, perché non attraversa? E’ tornato indietro. Ma questo è terrorismo. Tutti fermi per un pedone che non attraversa. Ora è verde per gli altri, però non dovrebbero fermarsi in mezzo all’incrocio, se no si blocca tutto.
Sembra che a Londra abbiano risolto il problema delle marmellate di traffico – è così che si chiamano là gli ingorghi, traffic jams – grazie all’assoluta proibizione di fermarsi in mezzo agli incroci. Ecco, per fortuna adesso l’incrocio è libero. Ma il semaforo non diventa verde.
Comincio a sudare. Sono infatti un tipo piuttosto claustrofobico. Preferisco non pensare a come reagirei se rimanessi chiusa in ascensore, ma niente mi terrorizza come le code in macchina.
Ecco perché evito accuratamente di viaggiare quando c’è probabilità di rimanere intrappolata in autostrada, magari in una galleria o su un viadotto. Visioni apocalittiche. Preferisco le partenze “intelligenti”, appunto.
Apro il finestrino. Il semaforo è sempre rosso. Sono in un senso unico, non posso nemmeno fare un’inversione. Qualcosa non funziona. Mi rendo conto con sgomento che il semaforo ha perso due turni. Panico totale. Già mi vedo condannata a passare la notte in coda in Corso Edelweiss, con l’occhio rosso del semaforo intelligente che mi impedisce di scappare. E se decidesse di rimanere sempre rosso? A chi rivolgermi? A quei buontemponi che controllano i dischi orari e distribuiscono multe come se facessero volantinaggio per l’elezione del nuovo assessore al traffico? Aiuto.
Cerco di razionalizzare. E’ l’ora di punta, è giusto che venga fatto scorrere il traffico nella via principale, la maggioranza ha sempre ragione, mala tempora currunt per le minoranze delle strade secondarie. Aiuto. Cerco di respirare lentamente, non ho proprio bisogno di una crisi di iperventilazione. Mi è già capitato, sotto il più lungo traforo alpino. Meglio non pensarci. Mi guardo intorno, gli altri automobilisti sembrano tranquilli, devo esserlo anch’io, non sono sola.
So che cercare di convincermi di stare calma è inutile. Non ci riuscirei mai.
Dai, diventa verde, diventa verde.
Ecco, è diventato verde.
Così, di colpo, senza preavviso, il semaforo è diventato verde.
E’ davvero un semaforo intelligente.
Cristina Cattaneo


GdS 30 ViII 2004  www.gazzettadisondrio.it 
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