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Congresso internazionale bioetica e psichiatria: etica dei modelli in psichiatria
di
Carlo Climati

 

Riceviamo e pubblichiamo:

Sintesi, dal congresso: "Bioetica e psichiatria. Etica dei modelli in psichiatria", che si e' tenuto presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (Facolta' di Bioetica).

Introduzione
La psichiatria non è sicuramente il primo soggetto al quale va il pensiero della gente quando si parla di bioetica. Ma ciò nondimeno costituisce uno degli ambiti di cui si occupa questa nuova disciplina, incaricata di discernere le problematiche etiche sui comportamenti umani che incidono sulla vita. Incidono sulla vita –positivamente o negativamente– l’ingegneria genetica, le biotecnologie, la riproduzione assistita, e via dicendo. Ma incide ugualmente l’intervento dello psichiatra che “tocca” le fibre più intime della persona, e può alterare –positivamente o negativamente– la stessa personalità dell’individuo, espressione della sua “personeità”, vale a dire quella qualità di essere persona nella quale radica la sua dignità e l’obbligo etico universale di rispettarla. Rispettare la dignità della persona significa anche, nell’ambito della psichiatria, chiedersi con apertura di mente e onestà intellettuale quali possono essere le conseguenze –positive o negative– derivanti dalla scelta e dall’applicazione di un modello teorico anziché di un altro.

Aspetti etici della scelta del modello psichiatrico
GIANFRANCO BUFFARDI, psichiatra
La scelta di un modello in psichiatria risponde, nella maggior parte dei casi, ad inclinazioni personali o a circostanze che hanno determinato nel singolo la preferenza per un approccio metodologico anziché un altro. La materia conoscitiva della psichiatria è troppo complessa, investendo campi delle scienze umane e delle scienze naturali così estremi da impedire una ragionevole mediazione tra i diversi approcci: possiamo dire che la psichiatria necessita di una valutazione epistemologica di fondo. Ma un'altra valutazione è necessaria, in qualche modo collegata al confronto epistemologico dei modelli di riferimento: la valutazione etica; la scelta di un modello e la prassi ad esso collegato è una scelta etica, determina un complesso di comportamenti eticamente orientati. Trattandosi di una scienza umana e clinica possiamo parlare, quindi, di bioetica della psichiatria e dei suoi modelli. Aspetti bioetici sono evidenti su:
- il piano clinico
- il piano speculativo e della ricerca
- il piano sociale e politico
- il piano culturale
Nell'ambito del piano clinico la scelta influisce su:
- la presenza e la riconoscibilità concreta di una "malattia";
- il tipo di rapporto tra paziente e terapeuta;
- sulla diagnosi e sullo stigma che ad essa è legata;
- sulla cura;
- sulla prognosi e sulle ricadute progettuali;
- sul giudizio degli "altri", della Persona stessa e del clinico. Sul piano speculativo e nell'indirizzo di una ricerca nascono le seguenti questioni:
- la ricerca scientifica psichiatrica, intervenendo sulle coscienze, può rinunciare all'etica? quale è il limite bioetico della ricerca nelle scienze cognitive?
- qual è il peso del problema dell'autoreferenzialità?
- può la ricerca utilizzare sperimentalmente approcci diversi, biologici e psicologici, senza tema di alterare bioeticamente il risultato? Il piano sociale e politico è fortemente presente nel quotidiano della Salute Mentale:
- come coniugare libertà individuale e sicurezza sociale?
- le scelte metodologiche riabilitative rispettano la libertà esistenziale del singolo?
- l'intervento familiare modifica la progettualità affettiva della Persona?
- quale limite politico deve porsi la salute mentale?
Sul piano culturale le questioni che sorgono sono fortemente legate agli erronei approcci mass-mediatici:
- quali conseguenze etiche può avere la diffusa convinzione di un ruolo salvifico delle psicoterapie?
- la "invadenza" mass-mediatica di psichiatri, psicologi, psicoterapeuti e quant'altro, non rischia di generare angosce e false convinzioni eticamente inaccettabili?
- la ricaduta culturale delle scelte politiche non precipita in un nuovo stigma? La ricerca bio-etica in psichiatria, a nostro parere, dovrebbe, pertanto, studiare i modelli per inquadrare gli atti sequenziali, i comportamenti, le scelte, quelli corretti come quelli devianti, per favorire l'integrazione terapeutica, orientando la prassi a comportamenti condivisi dai diversi modelli. Questo processo potrebbe essere facilitato dal lavoro comune:
- dei bioeticisti, con il loro lavoro di tipizzazione e controllo dei comportamenti scorretti a favore di quelli eticamente consolidati,
- degli psichiatri, nella ricerca di un accordo univoco sulla correttezza etica di alcuni comportamenti
- degli scienziati cognitivi nel lavoro di ricerca sull'epistemologia dei modelli e nella clinica la psichiatria clinica,
- degli epistemologi, che devono favorire lo studio di modelli che favoriscano il costante approssimarsi ad un comportamento etico corretto e condiviso (in quest'ottica, ad esempio, è pensato il c.d. modello neo-esistenziale).

Riflessione sui Presupposti di una Dimensione Etica dell'Azione Diagnostica e Terapeutica Psichiatria Mentale
ANTONINO TAMBURELLO, Direttore del Master in Psicologia di consultazione dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
Per avviare una riflessione ordinata intorno al tema specifico sopraindividuato appare necessario ed inevitabile il riferimento vincolante alla natura e definizione di Azione Etica (azione umana). E' buono l'Atto che realizza nella specifica circostanza il massimo Bene relativamente alla Realtà Ontologica e quindi Potenzialità Ontologica dell'Ente "Uomo". Secondo questa definizione, L'Atto Etico/Buono diviene Realtà-Occasione del compimento di sé come Uomo. La Potenzialità dell'Uomo, e della Persona individuale è orientata verso la Finalità e quindi la dimensione teleologica è inscindibile e di grande aiuto per il rintracciamento dell'Ordine completo-perfetto-sano dell'Essere e dell'Agire Umano. Molte discipline scientifiche dell'area della medicina hanno beneficiato di tale vantaggio paradigmatico quando hanno cercato di conoscere l'Ordine anatomo-strutturale, il rapporto tra la Verità organizzativo-strutturale di un organo (o parte di organo) di cui esploravano la funzione sana e malata e quindi il successo o l'insuccesso nell'adempimento/raggiungimento della finalità iscritta nelPEnte-Organo esaminato. Tra queste: la fisiologia, la fisio-patologia, l'anatomo-fisiologia, la biochimica etc. Non credo si possa negare che, anche se facilitata dalla natura dell'Oggetto Materiale di tali Scienze, la perfetta definizione dell'Oggetto Formale, in cui l'elemento Ideologico della funzione ha giustamente rivestito un ruolo centrale ed inevitabile, tali discipline hanno assicurato la Base Solida di un Positivo Ruolo della Medicina nel suo complesso per la Diagnosi e Terapia della Patologia Fisica. Da questa premessa (posta in termini necessariamente sintetici) discende che nell'Azione Etica del Momento Diagnostico è necessario assicurare che:
- si ricerchi o si disponga di una Verità dell' Ente-"Uomo", intera od almeno non Icarente dei suoi tratti di base come Uomo capace di Libertà, capace di Responsabilità e dei suoi presupposti ossia delle Facoltà per realizzarle;
- si ricerchi o si disponga di una Matrice dell'Ordine funzionale perfetto di tutte le aree del Pensiero e dell'Azione umana che permetta l'identificazione dei discostamenti dall'Ordine, al pari di quanto possibile e operato da chi si muove in analoghe discipline diagnostiche dell'area della Salute Fisica; Senza la Fisiologia non può esserci una Fisio-Patologia, né una Diagnostica Clinica o Strumentale efficace sia nel campo della salute fisica che in quello della salute mentale. Senza le condizioni dell'agire etico completo nel campo diagnostico non può esserci neppure l'individuazione degli obiettivi significativi dell'agire etico.

Scienza ed Etica
GUIDO TRAVERSA, Docente presso la Facolta' di Filosofia dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum
Molte questioni etiche che si accompagnano alla ricerca scientifica e alle sue applicazioni appaiono, non di rado, come qualcosa di esterno alla scienza stessa, alla sua storia, alla storia dei cambiamenti dei paradigmi esplicativi assunti da ciascuna disciplina scientifica. E' necessario, invece, per capire il nesso necessario tra scienza ed etica, partire dal presupposto che i problemi etici inerenti alla scienza non sono una dimensione che vi si aggiunge dall'esterno, in un secondo momento: nella successiva riflessione, basata su principi etici e valori, sulle conseguenze pratiche che una determinata scienza ha sulla realtà; al contrario, essi sono interni al determinato paradigma conoscitivo su cui si fonda quella scienza. Stabiliamo, pertanto, alcuni presupposti metodologici:
a) i problemi etici presenti e sollevati nella ricerca scientifica non sono, de facto, identici ai soli problemi etici che la scienza pone ed incontra empiricamente, cioè nella ricaduta pratica sull'ambiente, sulla società o su un determinato individuo.
b) al contrario, gli autentici problemi etici emergono, de jure, all'interno dello stesso paradigma esplicativo che si adotta nel procedere nella ricerca scientifica, nella elaborazione della spiegazione di un determinato fenomeno. Pertanto i problemi etici sono interni a ciascun paradigma scientifico: le concrete questioni etiche si generano sulla base dei motivi epistemologici, conoscitivi e scientifici, interni alla scienza in quanto tale e ai suoi diversi paradigmi esplicativi. Una simile analisi filosofica dell'apparato logico ed etico di ciascun paradigma di spiegazione scientifico consentirebbe non solo di avere già a livello formativo-universitario la consapevolezza della complessità del tessuto della disciplina scientifica che si viene apprendendo, ma di poter porre costantemente la questione del "limite" della ricerca e della concreta prassi scientifica: ci si renderebbe sempre più familiari non solo alla dimensione etica in generale, ma si acquisirebbe sempre più l'habitus di valutare, di volta in volta, in dettaglio la scienza che si viene sviluppando. Molto della identità epistemologica del rapporto tra scienza ed etica si giocherà sul legame tra consapevolezza del "limite" ed esame del dettaglio. Così, forse, risulterà più oggettiva - in quanto determinata anche dall'oggetto di ciascuna scienza - la discussione, e i conflitti che spesso ne derivano, sul "limite", sulla "scelta", sulla distinzione tra il lecito e l'illecito nella scienza in generale e in ciascuna scienza in particolare.
Dopo aver affermato che l'etica, quale insieme determinato di comportamenti, è intrinseca alla scienza in generale e in modo particolare a ciascun paradigma scientìfico di spiegazione e dopo aver mostrato come un simile assunto epistemologico possa trovare una concreta applicazione nell'ambito della psichiatria è necessario sottolineare che tale assunto non conduce ad una autoreferenzialità della scienza, come a dire: dato che l'etica è intrinseca alla scienza, questa stessa si autolegittima, dichiarandosi esente dal doversi misurare con problemi etici distinti dal suo stesso operare; al contrario, ne deriva che ciascun modello di spiegazione di un determinato "oggetto" non può non tenere conto sia degli altri modelli sia, e ancor più, dell'etica molteplice della società.

Il problema etico della precomprensione antropologica
GONZALO MIRANDA, L.C., Decano della Facolta' di Bioetica dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum
In medicina sono necessari i modelli teorici ed applicativi. A volte questi modelli sono di carattere sperimentale, e le conseguenze della loro applicazione ancora incerte. Anche in psichiatria è necessario teorizzare ed applicare modelli vari che possano sistematizzare ed orientare la comprensione dei fenomeni psichici oggetto di studio e l’approccio diagnostico e terapeutico in relazione a un individuo concreto. Orbene, mentre in altri rami della medicina l’adozione e l’applicazione di un modello ha un carattere di solito fondamentalmente metodologico, i diversi modelli adottati e applicati dalla psichiatria si rifanno sostanzialmente a qualche comprensione o pre-comprensione di carattere filosofico-antropologico. E proprio per questo la scelta di un modello psichiatrico orienta in profondità, non solo metodologicamente, l’orientamento e gli atteggiamenti dello psichiatra, e conseguentemente l’incidenza del suo operato sulla personalità e sull’esistenza stessa della persona alla quale rivolge il suo servizio. In realtà non è possibile stabilire nessun rapporto con un uomo senza avere una qualche comprensione dell’uomo, vale a dire un’antropologia. I diversi modelli psichiatrici mettono radice anche loro in una determinata visione dell’uomo. Visioni che sono differenti e spesso incompatibili tra di loro. Altro è pensare che l’uomo è totalmente determinato da fattori biologici o ambientali; altro è riconoscere in lui uno spazio di vera libertà, nonostante gli influssi a cui è sottoposto. Diverso è vedere l’uomo come materia senziente, che considerarlo come un essere composto di materia e di spirito trascendente. Il problema non è che alla radice di un determinato modello psichiatrico ci sia una antropologia, ma il fatto che non necessariamente quell’antropologia corrisponde alla realtà dell’uomo. E non si dica che ogni antropologia gode dello stesso valore e che sono tutte ugualmente accettabili. Se uno dice che l’uomo “è solo materia” e l’altro afferma che “non è solo materia” possiamo essere sicuri che almeno uno dei due sbaglia. Un altro problema è costituito dal fatto che spesso l’antropologia di fondo non viene sufficientemente tematizzata e focalizzata. Diventa così una specie di condizionante invisibile dell’approccio psichiatrico, sia teorico che applicativo. E tutto questo non è indifferente dal punto di vista etico. Lo psichiatra può esercitare un influsso notevole sull’individuo, sulla sua auto-comprensione, sulla sua vita interiore, sul suo comportamento esteriore, e dunque anche sul suo rapporto agli altri e sul suo inserimento nella società. E tutto questo influsso dello psichiatra sull’individuo è profondamente influenzato a sua volta dalla compressione antropologica dello psichiatra stesso. Forse il maggior pericolo in tutto questo è che lo psichiatra non sia sufficientemente cosciente dell’influsso che la sua comprensione o pre-comprensione antropologica esercita sul suo esercizio professionale, influenzando così in modo cieco e acritico il suo paziente, il quale può pensare di essere soltanto sotto l’influsso di un approccio meramente scientifico e non di uno specifico –e forse discutibile– modello filosofico-antropologico. Potremmo parlare, allora, di un “condizionamento a doppio cieco”. La bioetica, in quanto interessata all’orientamento etico dei comportamenti umani che incidono sulla vita, anche su quella psichica, deve continuare la sua opera di discernimento. E forse uno dei maggiori servizi che può offrire alla coscienza etica di che opera nel campo della psichiatria è appunto quello di aiutare a prendere coscienza, coscienza critica, del modello teorico e applicativo adottato o da adottare, delle sue radici filosofico-antropologiche e delle sue possibili conseguenze.
Carlo Climati

Per ulteriori informazioni, i giornalisti possono rivolgersi a Carlo Climati, Responsabile ufficio stampa Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Tel. 06 66527800 - E-mail: md3416@mclink.it

GdS - 8 (11) IV 03 - www.gazzettadisondrio.it
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