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Guerra: i kamikaze e gli Imani
di
Gianni Toffali

 

Riceviamo e pubblichiamo:

1) Caro Direttore, con l'annuncio del regime di Saddam che 5000 kamikaze sono pronti ad immolarsi in nome della Jihad, finalmente potremo conoscere il pensiero degli Iman e dei responsabili di comunità islamiche presenti in Italia. Sino ad ora, la maggioranza di essi non ha incitato alla guerra santa e la loro moderazione sembra essere ripagata in termini di accettazione da parte degli italiani. Ora, sarebbe interessante sapere se la scelta del silenzio è stata animata da un autentico spirito di pace o autoimposta per "ammorbidire" e veicolare l'immagine di un Islam mite e democratico. Ma dinnanzi al mostruoso annuncio della Jihad islamica di disporre di una consistente quota di spazzatura di fanatici islamici, antiamericani e antioccidentali, pronti a suicidarsi in nome di Allah, non potranno più tacere. Lavarsene le mani, vestendo i panni di Pilato, non basterà, sarà insufficiente! Se questa volta taceranno, mi sorge il sospetto che il loro silenzio sia più molto vicino all'assenso che alla condanna. In questo senso però, i segnali non sono molto incoraggianti, visto anche i recenti arresti degli Iman di Cremona e Firenze con l'accusa di reclutare terroristi, nonché delle innumerevoli cellule terroristiche scovate dai servizi segreti su tutto il territorio nazionale. Pure nella complessa questione palestinese nessun Iman italiano ha mai esplicitamente e ufficialmente condannato gli attacchi suicidi contro l'inerme popolazione ebraica, pertanto non mi stupisce ora, altrettanto subdolo silenzio.
Conclusione logica: fintantochè non udirò i vertici della religione islamica condannare senza riserve o distinguo gli odiosi crimini contro l'umanità perpetrati dai loro "martiri", mi vedrò costretto ad osservarli con occhi di sana e giustificata diffidenza. E non è pregiudizio, volenti o nolenti, lo scontro di civiltà, l'undici settembre è iniziato, negarlo è pericolosa ingenuità e sciocca dabbenaggine.

2) Caro Direttore, come molti italiani non ho potuto fare meno di imbattermi in questi giorni in cortei e manifestazioni a favore della pace, ma contrariamente alle mie aspettative, non ne sono uscito con il cuore più ricco di pacifici sentimenti. Se come disse Mc Luan:" il veicolo è il messaggio", ne comprendo le ragioni, evidentemente i "veicoli" utilizzati dai pacifisti non grondavano propriamente di amore e pace.
Tutto ruotava e si esauriva tra urla forsennate guarnite di irriferibile epiteti all'indirizzo del "boia" Bush (raffigurato per l'occasione a sparare all'impazzata con mitra e missili Cruise), e sventolii di bandiere rosse di "sinistra” memoria. Più che evocare in me sentimenti di pace, le bandiere effigiate con falce e martello mi hanno ricordato gli ottanta milioni di morti provocati dalle dittature comuniste. Ma ciò che maggiormente mi ha sbalordito, è stato vedere alcuni “individui doubleface” indossare le magliette di Che Guevara e contemporaneamente ammantarsi nelle bandiere multicolore della pace. Per onestà intellettuale, storica e politica, i “registi” del pacifismo avrebbero fatto meglio a ricordare ai propri militanti pacifisti che il Che non ha fatto rivoluzioni con bandierine, slogan e fiori, ma imbracciando armi ed ammazzando senza pietà i nemici della rivoluzione. Forse un po' di coerenza non avrebbe guastato, se non altro in considerazione della magra figura a chi avesse chiesto ragione di tale ridicola contraddizione. Alla fine della "visita" pacifista, mi sono chiesto se è mai possibile strumentalizzare il valore pace per motivi “altri”e non dichiarati, ma palesemente intuibili. Se il veicolo è il messaggio, la risposta è data.

3) Caro Direttore, Domenica pomeriggio 6 aprile, mentre percorrevo piazza Bra (Verona), sono stato richiamato dal rumore di una sirena, dopo lo stupore iniziale, dalla sommità dell' Arena ho visto calare uno striscione e un attimo dopo è iniziato un comizio contro la guerra con epiteti e offese all'indirizzo di Bush e ad una nota multinazionale del petrolio. Essendo evidente che il blitz pacifista non era autorizzato, assieme ad altre persone ho raggiunto la postazione , interrompendo il comizio fuori programma e lasciando cadere lo striscione.
Successivamente le forze dell'ordine, hanno raggiunto ed identificato i pacifisti che stavano tranquillamente allontanandosi tra la folla. Fatto salvo il diritto a manifestare, ovviamente con previa autorizzazione, mi chiedo solo a quale sorte sarebbero andati incontro se i medesimi sproloqui fossero stati proferiti da forze politiche di destra. Probabilmente non credo se la sarebbero "cavato"con una semplice identificazione, ma con fastidiosi e gravi strascichi giudiziari. Evidentemente essere pacifisti ed insultare Bush e la bandiera americana non costituisce reato, non esserlo ed insultare, non dico il capo dello Stato, ma un semplice sindaco, costerebbe molto caro.
Ancora una volta: due pesi e due misure. La griffe del pacifismo(e lo si è visto in altri innumerevoli casi italiani) è diventata garanzia di immunità a qualsiasi azione di disobbedienza, autorizzata o meno.
Gianni Toffali
gianni.toffali@inwind.it

GdS - 8 IV 03 - www.gazzettadisondrio.it
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