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CREMAZIONE E RELIGIONE
di Alfredo Tavolaro
La precedente avversione della Chiesa - Nel 1964 la nuova posizione, favorevole - Le conseguenze pratiche - Lo sviluppo in Italia  - Nel mondo pratica diffusissima - Lo sviluppo in Italia - Anche a Sondrio la SO.CREM. - "Restringere le città dei morti. Dare spazio alle città dei vivi"


Non é un argomento facile quello che iniziamo a trattare, ma risulta quantomai opportuno farlo per una serie di ragioni. Se per qualcuno non ve ne fossero altre c'é comunque il problema del costo per le famiglie della persona scomparsa, decisamente rilevante. Per qualche famiglia onere quasi insostenibile tenuto conto che per onorare la memoria del defunto in genere si cerca di dargli la sepoltura migliore.
Cominciamo con la cremazione, una pratica ancora troppo poco diffusa in Italia nonostante i passi avanti compiuti (anche legislativi, vedasi la legge 30 marzo 2001, n. 130). E cominciamo riproponendo un articolo del prof. Alfredo Tavolaro, da sempre assertore di questa pratica e attivo membro della SO.CREM. di Sondrio, pubblicato 10 anni fa ma ancora attuale. NdR

LA PRECEDENTE AVVERSIONE DELLA CHIESA

Si è detto che in Italia, e quel che si dice per l’Italia vale anche per gli altri Paesi a maggioranza cattolica o islamica,, il rito della cremazione è scarsamente diffuso. La Chiesa l’ha avversato nei secoli per varie ragioni, ma in primo luogo per il concetto religioso che portava a non violentare un corpo destinato a risorgere alla fine del mondo e per la credenza che la cremazione implicasse mancanza di rispetto ad una entità consacrata dai sacramenti e dall’inabitazione divina.
Tale concezione, tramandata di generazione in generazione, ha comportato, specie a partire dall’anno mille, la diffusione crescente della pratica dell’inumazione e la condanna della cremazione, ufficialmente pronunciata nel 1886. «Il rogo — è stato giustamente detto — rimase nei secoli soltanto come strumento della Chiesa per punire i martiri del libero pensiero» e gli incriminati di stregoneria, aggiungiamo noi, e costituì, sul piano psicologico, una remora terrificante, prospettando al credente quasi una anticipazione delle orride fiamme infernali.

NEL 1964 LA NUOVA POSIZIONE, FAVOREVOLE
La resistenza della Chiesa di fronte all’incalzare della modernità era rafforzata anche dal fatto che la pratica della cremazione era sostenuta in modo particolare dai massoni e, in genere, dai socialisti e dai materialisti.
Si doveva arrivare al 1964 perché la Chiesa cattolica rimuovesse ogni ostilità precostituita alla cremazione, affermando con la «Instructio acta apostolicae sedis» del 24 ottobre di quell’anno il pieno rispetto per chi compie la scelta dell’ incenerazione e la cessazione del divieto delle esequie religiose per coloro che abbiano optato per la cremazione. Si riconosce con tale atto che non vi sono, nei confronti della cremazione, ragioni di fede in contrario ne impedimento alcuno per la resurrezione, perché il nostro corpo fisico è destinato alla dissoluzione e la resurrezione, opera della onnipotenza divina, non concerne tanto il corpo materiale quanto l’identità del nostro essere.

LE CONSEGUENZE PRATICHE
Ovviamente l’atteggiamento della Chiesa ha costituito, oltre che un indirizzo indiscutibile per i credenti, un rallentamento della legislazione nazionale, renitente a recepire nella sua normativa il senso del nuovo, che si era già da tempo affermato in molti Paesi europei e verso il quale, specie dopo il 1964, si venivano aprendo anche molti cattolici: ostacoli, dunque, di natura legislativa e, conseguente mente, burocratica; così, a fronte di lenti timidi passi avanti, stanno alcune richieste di fondo, che ancora giacciono allo stato di proposte di legge nel nostro Parlamento, tendenti, al di là di quanto è stato già fin qui acquisito (gratuità della cremazione, obbligo per i Comuni di reperire presso i cimiteri urbani aree per la dispersione delle ceneri e di costruire negli stessi edifici per la collocazione delle urne cinerarie), ad allargare i diritti dei cremazionisti mediante l’approvazione della norma che sancisce l’obbligo della costruzione dell’impianto di cremazione nei Comuni capoluoghi con la possibilità della costituzione di Consorzi tra più Comuni o tra i Comuni dell’intera provincia; il riconoscimento del diritto, previa la necessaria regolamentazione, di disporre la dispersione delle proprie ceneri in natura e, soprattutto, l’affermazione del principio di una pari dignità.~ tra le diverse pratiche funerarie.

LO SVILUPPO IN ITALIA
Nonostante gli ostacoli religiosi (ridotti dopo il 1964 allo stato di semplice pregiudizio), legislativi e burocratici, la cremazione ha avuto e sta avendo uno sviluppo sempre più ampio nel nostro Paese. Dal lontano 1876, quando a Milano nacque il primo tempio crematorio nel mondo, si sono fatti molti passi avanti nella direzione dell’organizzazione ~e della diffusione. Si pensi ch~ ~e1 solo periodo tra il 1984 e il 1990, per rifarci atempi più vicini a noi, si è passati da 26 a 37 società organizzate, da 54.000 a circa 110 mila aderenti e da 3.000 a circa 6.000 cremazioni all’anno.

NEL MONDO PRATICA DIFFUSISSIMA
Certo è ancora poco, se si considera, non dico il Giappone dove il 95% degli abitanti si fa cremare, ma qualche Paese europeo dove il ricorso al rito crematorio raggiunge elevate percentuali (67,44% in Inghilterra, 69,35% in Cecoslovacchia, 60,92% in Danimarca, 55,12% in Svezia), di fronte alle quali l’appena 0,5% dell’Italia appare irrisorio. Ma possiamo ugualmente dire che la mentalità cremazionista si va affermando sempre di più anche da noi. Oggi esiste in Italia una Federazione delle società per la cremazione con sede a Torino, che è collegata con associazioni locali dette SO.CREM, diffuse specialmente nel nord Italia.

ANCHE A SONDRIO LA SO.CREM.
Anche Sondrio ha da qualche tempo la sua SO.CREM, cui sono associati circa 200 vaitellinesi e vaichiavennaschi.
Le finalità perseguite dalla Federazione e dalle SO.CREM locali sono, oltre le rivendicazioni giuridiche di fondo di cui si è detto, quelle di diffondere la pratica della cremazione, stimolare le amministrazioni comunali verso la costruzione dei forni crematori, vigilare chiamando le amministrazioni stesse al rispetto delle leggi in materia di polizia mortuaria, assistere le famiglie degli iscritti, specie quelle che versino in condizioni di particolare bisogno.
Ma io penso che la più importante azione che le SO.CREM possano compiere sia quella di sollecitare gli amministratori comunali a rendersi conto che il problema di operare in provincia le cremazioni è fondamentale e che essi debbono assumere l'iniziativa, stante l’incapacità finanziaria delle SO.CREM, facendosi interpreti di una scelta che si va sempre più diffondendo e affrontando seriamente e in concreto il problema.

RESTRINGERE LE CITTA' DEI MORTI
DARE SPAZIO ALLE CITTA' DEI VIVI

L’avv. Bruno Segre, presidente della Federazione italiana per la cremazione, in un suo intervento di qualche anno fa ad un convegno sui problemi funerari, ebbe a cogliere con felice sintesi l’insieme dei problemi che premono sui responsabili della conduzione amministrativa delle nostre città di fronte alla crescente richiesta di cremazioni, quando affermò che «la gente ha compreso come la cremazione sia indispensabile per restringere le città dei morti e dare spazio alle città dei vivi».
E’ una grande verità che merita attenzione responsabile.
Alfredo Tavolaro

GdS 18 VII 02

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