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L'appello sulla devolution
di Mario Segni

DIBATTITO

C’è una parola che per merito di Bossi è entrata nel linguaggio e nell’immaginario collettivo degli italiani: “devolution”. Che cosa effettivamente sia non lo sa nessuno. Fa parte di quello strano lessico di parole anglosassoni che per un singolare fenomeno si impongono da noi anche quando non ce ne sarebbe alcun bisogno: “deregulation”, Ministero del “Welfare”. Anche se confusamente indica però una cosa: che il grande nemico degli italiani è lo Stato, la nazione con le istituzioni che lo incarnano, e che per rendere l’Italia più moderna, più ricca e più efficiente bisogna trasferire il massimo di competenze possibili alle regioni. E quindi tutto ciò che è regionale è bello, tutto ciò che è nazionale è dannoso. “Roma ladrona” è lo slogan che incarna felicemente questa filosofia.
Ebbene, è una filosofia completamente sbagliata. Il decentramento di una parte delle funzioni amministrative, soprattutto se fatto verso i comuni, che costituiscono la vera base dello Stato, è sacrosanto. Ma il perno della vita pubblica è lo Stato nazionale, le sue istituzioni, e con esso, possiamo dire oggi, le istituzioni europee. E’ in questa sede che si giocano veramente i destini d’Italia, è qui che si costruisce il futuro.
Se guardiamo ai grandi problemi che ci stanno di fronte, quelli che diranno (a seconda di come li si risolve) se imboccheremo la strada del progresso o ci avvieremo verso un lento declino, scopriamo che sono tutti di dimensione nazionale o europea: immigrazione, ricerca scientifica, politica estera, infrastrutture continentali. C’è qualcuno di questi temi che può essere affrontato su scala regionale?
Il futuro non lo si costruisce dilatando i poteri delle regioni; lo si costruisce rafforzando lo stato centrale. E’ per questo che, dopo i referendum elettorali che ci hanno dato il maggioritario, abbiamo l anciato le altre grandi sfide: riforma della pubblica amministrazione, sindaco d’Italia.
Bossi ha vinto sul piano culturale, convincendo tutti ad accettare, in qualche modo, l’idea della devolution e dell’attacco allo stato italiano. Sta vincendo sul piano politico, perché è sotto la sua spinta che l’Ulivo nella scorsa legislatura ha varato una sconclusionata riforma del Titolo V, ed è sotto la sua spinta che la maggioranza sta portando avanti una amplissima e ancor più sconclusionata riforma della Costituzione.
Ebbene, è tempo di voltare pagina, di spiegare che il nostro futuro non dipende dal fatto che Formigoni o Storace abbiano un po’ di soldi in più, ma dal fatto che abbiamo governi e parlamenti seri, stabili, in grado di decidere e affrontare le grandi sfide. E’ tempo di dire a voce alta che la questione istituzionale non si risolve con riforme fatte a pezzi, e calate in una conflittualità che spacca l’Italia, ma la si affronta con un grande strumento che è la Assemblea Costituente, con un organo che abbia i poteri per riscrivere una intera parte della nostra Costituzione, e rappresenti tutte le istanze del paese.
Per questo ho diffuso ieri, su questo tema, un manifesto firmato dal mio amico Luigi Zanda, senatore della Margherita, e da me. Lanciamo queste idee. Ho voluto che il manifesto fosse firmato da persone appartenenti a due aree diverse proprio per dire che questi problemi li si affronta senza confini di schieramento. Forse lo hai letto sui giornali di ieri. Comunque lo accludo di seguito. Sarò lietissimo se avrò un tuo commento, un tuo suggerimento, una tua critica.
Mario Segni

"NO ALLA DEVOLUTION" di Mario Segni e Luigi Zanda
In un tempo nel quale il senso dello Stato e la dignità delle istituzioni nazionali vengono pericolosamente calpestati, vogliamo con questo manifesto riaffermare il loro valore assoluto come premessa al rilancio del paese verso quei traguardi di convivenza civile e di benessere cui possiamo e dobbiamo aspirare.

Antistato e devolution sono oggi due sinonimi.

La devolution è un modello istituzionale molto debole e superato. Appartiene al passato e contraddice i veri bisogni dell’Italia.
Nell’ultimo decennio la forte spinta al decentramento ha molto rafforzato le autonomie regionali e comunali. In questo senso è stata proficua. Ma adesso, se viene portata avanti in modo estremo sino a indebolire e insidiare le istituzioni nazionali, è antistorica.

La devolution è un’idea vecchia, com’è vecchia e pericolosa la cultura che la promuove, intrisa di sentimenti antinazionali, antieuropei, xenofobi se non addirittura secessionistici.
Un’idea astratta che non tiene nessun conto del funzionamento dei moderni sistemi federalisti, che fanno tutti perno sul raccordo e il coordinamento tra lo Stato e le autonomie locali e non sulla loro separazione e contrapposizione.
La devolution non tocca il vero problema dell’Italia d’oggi che ha invece bisogno di un proficuo equilibrio tra autonomie locali responsabili e moderne e uno Stato snello e leggero, più regolatore che gestore, ma proprio per questo ancor più serio e credibile, con istituzioni pubbliche efficienti, capaci di decidere e operare.

Una riforma in senso pseudo-federale della Costituzione può rompere questo equilibrio positivo, provocando gravissimi danni alla nostra stabilità istituzionale resa fragile e precaria da operazioni di riforma improvvisate e non largamente condivise.

Le sfide dalle quali dipende il rilancio dell’Italia o il suo declino hanno dimensioni europee e mondiali. Riguardano la giustizia, l’immigrazione, la sicurezza ambientale, la ricerca e l’innovazione, la globalizzazione e la competizione internazionale, gli equilibri nord-sud, il nuovo ordine mondiale. L’Italia non può affrontare questi obiettivi chiudendosi in una angusta prospettiva di egoismi localistici che nulla hanno a che vedere con lo spirito autonomistico della nostra Costituzione.
Le grandi questioni del terzo millennio possono essere risolte solo con uno Stato autorevole e rappresentativo. Sono sfide che si vincono solo se il popolo si sente nazione e tiene conto della storia e delle tradizioni comuni all’intero paese. Si vincono solo con una forte integrazione in Europa e nelle organizzazioni internazionali, unico vero strumento di dialogo e di pace.
Questa è la battaglia per il futuro dell’Italia. La battaglia della modernità.

Se non riusciremo a rinnovare veramente in questa direzione le nostre istituzioni nazionali diverremo sempre più deboli in Europa e nel mondo. Non avremo un domani.

Al rilancio dell’Italia servono innanzi tutto grandi battaglie di respiro civile. Serve adoperarsi per la difesa della nostra cultura, della nostra storia democratica e delle nostre tradizioni. Serve un’Europa sempre più forte e autorevole. Serve dare priorità nazionale alla lotta alla criminalità. Serve uno Stato motore di sviluppo e di crescita economica che, allo stesso tempo, sappia non invadere ambiti nei quali non è strettamente necessario il suo intervento. Servono investimenti per la scuola e l’università. Servono servizi sociali che uniscano il paese e diminuiscano le distanze tra nord e sud, tra ricchi e poveri. Serve anche una televisione pubblica indipendente e pluralista, al servizio di quella democrazia compiuta sulla quale il Presidente Ciampi ha spesso richiamato l’attenzione degli italiani.

Ma soprattutto, al di là delle naturali differenze tra gli schieramenti politici, riteniamo necessario che il nostro Paese ritrovi una sua profonda unità su alcuni valori condivisi e sulle regole fondamentali della vita pubblica.
Nulla nuoce al nostro futuro come la rottura di quei principi sui quali poggia la nostra convivenza libera e democratica: l’unità nazionale, la divisione dei poteri, lo stato di diritto, la rigorosa distinzione tra l’interesse pubblico e gli interessi privati.

Al di là della devolution, pericolosa e separatrice, condividiamo l’opportunità di una riscrittura di quelle parti della nostra Costituzione che è necessario vengano adeguate alle mutate esigenze dei nuovi tempi.

A questo riguardo osserviamo come le procedure di revisione della Carta costituzionale previste all’articolo 138, siano la strada maestra per la modifica di pochi e circoscritti articoli.
Viceversa, ove la revisione dovesse interessare vaste parti della Costruzione ed una pluralità dei suoi istituti, riteniamo che sia necessario indire una Assemblea costituente. Un’Assemblea eletta con il sistema proporzionale che, attraverso uno sforzo comune e in una cornice di unità nazionale, si impegni ad adattare la nostra Costituzione e, conseguentemente, la nostra legge elettorale alle sfide del terzo millennio.
Mario Segni e Luigi Zanda

GdS 28 II 2005 - www.gazzettadisondrio.it
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