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«Fazione» o «Nazione»? A noi la scelta!
di Alberto B. Mariantoni

Circoscrivere, focalizzare e comprendere le innegabili differenze etimologiche e la profonda antinomia formale e sostanziale che intercorrono tra il concetto di «Fazione» e quello di «Nazione», sembra - a prima vista - un esercizio abbastanza ovvio e lapalissiano. Eppure, la maggior parte di noi, nella pratica quotidiana - spesso senza volerlo, sovente senza saperlo ed, in certi casi, addirittura senza nemmeno riuscire ad accorgersene o a sospettarlo! - continua il più delle volte a confonderli, fraintenderli o equivocarli.

Diciamo che siamo frequentemente “fonte” e “veicolo” di quella paradossale ed incontrollata tendenza, poiché - irrefrenabilmente spronati e distratti dall’innato e congenito egoismo e dall’istintivo e spontaneo egocentrismo che, in generale, albergano all’interno della nostra natura - siamo portati falsamente a credere di essere, in ogni occasione e circostanza, gli unici depositari assoluti e privilegiati della “verità” tout court. Ivi compreso, dell’insieme delle “verità” che usualmente sono individualmente e collettivamente espresse e/o manifestate da coloro che, come noi, in quello stesso momento, vivono, operano, agiscono e/o interagiscono all’interno di un identico gruppo umano e/o di una medesima società!

Com’è agevole e perspicuo riuscire ad intuirlo o a dedurlo, è certamente più semplice e più facile - a partire esclusivamente da sé stessi, dai propri punti di vista, dalle proprie specifiche sensibilità e predisposizioni, nonché dalle proprie ed esclusive capacità di valutazione, di discernimento e di giudizio - distinguere, evidenziare ed inquadrare le problematiche che normalmente assillano e travagliano l’uomo, la società ed il mondo. Ed è ugualmente ed indubbiamente più semplice e più facile immaginare, formulare o proporre delle soluzioni alle suddette problematiche, facendo unicamente riferimento alla propria ed esclusiva determinazione, deliberazione e risoluzione. Ma questo - com’è altresì palese ed elementare riuscire a poterlo arguire o desumere - è semplicemente infantilismo o banale puerilità.

E’ il bambino, infatti - e non certo l’uomo adulto, in generale più equilibrato ed assennato - che pensa che la totalità dei giocattoli del mondo sia stata inventata, prodotta e diffusa, solamente per il suo unico ed intrinseco appagamento e/o per la sua mera e specifica soddisfazione o felicità. E’ il fanciullo che - quasi sempre - è fermamente ed unilateralmente convinto che il mondo esista e si dipani intorno alla sua esistenza, esclusivamente in sua funzione, ed unicamente per rendere servizio o agevolazione ad ogni sua singolare o eccentrica stravaganza. E’ l’immaturo che - invariabilmente - crede che siano sempre gli “altri” a sbagliare e ad avere sistematicamente torto, mentre lui - in ogni sua possibile ed immaginabile manifestazione - ha sempre ed inevitabilmente ragione. Ragione - in certi casi - perfino di avere avuto preventivamente torto e/o di essersi, magari, volontariamente o accidentalmente sbagliato!

Queste, in ogni caso, sembrano essere le usuali o ordinarie «tendenze», «tare» e/o «handicap» che emergono dallo studio dell’essere, dell’esistere e dell’agire della quasi totalità delle «Fazioni» ideologiche, politiche, economiche, sociali, culturali e religiose del nostro tempo. In particolare, di quelle che - privilegiando normalmente il dogma o il pensiero unico, ed ignorando volontariamente o involontariamente la dinamica societaria ed il contesto storico (ma ugualmente, le reali aspirazioni e gli effettivi gli aneliti) da cui i diversi e variegati sistemi di idee e di pensiero che si tende a privilegiare sono comunque scaturiti - cristallizzano un compendio specifico o particolareggiato (o soltanto qualche “frammento”) dell’esperienza iniziale alla quale si riferiscono e tentano caparbiamente ed irrazionalmente di estrapolarlo e di trasporlo, immutato ed immutabile, nel presente di una cornice epocale e circostanziale completamente differente.

Quell’epitome o quella frazione d’esperienza, inoltre, essendo semplicemente l’immagine soggettiva ed arbitraria che ogni successivo adepto di un determinato sistema di idee e di pensiero è riuscito fino a quel momento a cogliere, interpretare e/o interiorizzare, è inevitabile che le «Fazioni» di cui sopra, si riducano - per tentare di essere, di esistere e di agire - a porre puerilmente al centro della loro visione ideologica e della loro prassi politica, l’esclusiva e personale esegesi o decifrazione di chi sta tentando, in prima persona, in quello stesso istante, di tramandare e/o di perpetuare nel tempo, la sua sintesi o un suo qualsiasi stralcio dell’originario sistema di idee o di pensiero.

Come se non bastasse, le medesime «Fazioni» hanno ugualmente tendenza a mettere bambinescamente al centro della loro struttura associativa ed organizzativa, la preventiva e pregiudiziale identificazione dell’adepto con il capo o il leader pro-tempore. Questo, naturalmente, senza contare l’imitazione gestuale o comportamentale di quest’ultimo e/o l’assoluta ed indiscutibile applicazione letterale o testuale dei suoi detti o dei suoi scritti.

Dimenticando il quot homines tot sententiae dell’ancestrale saggezza latina, ed obliando altresì che nessuno di noi - in nessun caso e per nessuna ragione - può essere, rappresentare o divenire realmente il “modello” di nessun altro uomo (essendo ognuno di noi, volens, nolens, fatalmente ed infallantemente unico, originale ed irripetibile!), diventa ineluttabile che le «Fazioni» del nostro tempo tendano immancabilmente a produrre e/o a riprodurre dei sodalizi statici, ristagnanti ed inoperanti. Delle congregazioni “blindate” e fini a se stesse. Delle conventiones ad excludendum. E, nel migliore dei casi, delle sette di disciplinati ed attoniti “pappagalli” che - al massimo - manifestano la scimmiesca qualità di ripetere a menadito la “lezione” proposta o imposta dal capo o dal leader pro-tempore della loro associazione.

In altre parole, le «Fazioni» del nostro tempo - lontano dall’essere l’elemento dinamico ed evolutivo di una qualunque dialettica societaria che potrebbe sfociare, in caso di bisogno o di necessità, in una qualsiasi coincidentia oppositorum ad esclusivo vantaggio e tornaconto dell’intera «Nazione» - sono semplicemente dei “cani che si mordono la coda”. Oppure, se si preferisce, delle vere e proprie “isole d’infantilismo” e di “bambinesca ottusità”.

Le strutture di quei “bunker di cartapesta”, infatti - pretendendo essere (ognuna per suo conto e le une nei confronti delle altre e viceversa) le uniche depositarie e portatrici assolute ed indiscutibili della “verità” tout-court (o del solo interesse immediato di chi le dirige?) - si limitano esclusivamente a fare “muro” contro “muro”, senza mai apportare nulla di dinamico, di dialettico e di costruttivo al cantiere della comune «Nazione»: quella realtà vivente ed operante, cioè, che - oltre a rappresentare il privilegiato luogo geografico delle loro sterili, inutili e contraddittorie dispute - dovrebbe in tutti i casi impersonare o simboleggiare il principale scopo e la primaria ed inalienabile finalità del loro modo di essere, di esistere e di agire.

Sic stantibus rebus, inutile sbalordirsi se, nel nostro tempo, nonostante che coloro che si oppongono all’arroganza statunitense ed israeliana, al mondialismo imperante, all’annichilimento globalista degli equilibri sociali, alle classi dirigenti corrotte che governano i nostri paesi per conto terzi (essendo totalmente asservite a degli interessi che nulla hanno a che vedere con l’interesse generale delle nostre società) o alla distruzione verticale, orizzontale ed obliqua dell’originalità e dell’identità dei nostri popoli e della nostra civiltà, rappresentino in definitiva la maggioranza delle popolazioni dei nostri paesi, queste ultime - a causa dell’ostacolante presenza delle suddette «Fazioni» - non riescono mai a trovare un qualsiasi minimo comune denominatore che permetterebbe loro di trasformarsi in un incontenibile e travolgente movimento di popolo che sarebbe in condizione - in qualche ora o qualche giorno - di scrollarsi di dosso le avvilenti e degradanti catene della schiavitù collettiva che, tutti insieme (qualunque possano essere le nostre particolari sensibilità o predisposizioni ideologiche, politiche, economiche, sociali, culturali e religiose), continuiamo drammaticamente e supinamente a sopportare e subire da più di 58 anni.

Superfluo sottolinearlo: quel minimo comune denominatore, liberatorio per tutti, le diverse «Fazioni» cosiddette antagoniste del nostro periodo storico, non solo non lo vogliono trovare, ma - in realtà - non tentano nemmeno di ricercarlo!

Se avessero voluto sinceramente investigarlo ed individuarlo, infatti, lo avrebbero senz’altro scovato gia da un pezzo… Non dico, per scatenare una rivoluzione generalizzata, strutturare un fronte di liberazione nazionale o mettere a punto un’irresistibile e risolutiva alleanza elettorale, ma quantomeno per organizzare un’innocua, goliardica, aperta, doverosa ed opportuna manifestazione di protesta, contro la vomitevole, obbrobriosa, riprovevole, sanguinosa ed illegale occupazione militare dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Occupazione che se riuscirà a durare ed a stabilizzarsi nel tempo, segnerà definitivamente il tramonto - non solo della libertà, dell’indipendenza, dell’autodeterminazione e della sovranità politica, economica, culturale e militare dell’eroico e, fino ad ora, martirizzato ed inascoltato popolo iracheno, ma - di ogni possibile ed immaginabile libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare, per l’insieme dei Popoli e delle Nazioni del mondo!

Per quale ragione, allora, ed in nome di che cosa, continuare a riporre la nostra ingenua e beffata fiducia nei confronti delle succitate «Fazioni»?

In modo particolare, quando si arriva tristemente a constatare che queste ultime, invece di mettere momentaneamente e saggiamente da parte le rispettive differenze ideologiche, politiche e pratiche, unirsi sull’essenziale e sbaragliare rapidamente e facilmente i comuni oppressori, preferiscono reciprocamente ostracizzarsi e mutuamente escludersi, con veti, denunce, bocciature, rifiuti, “sgambetti”, polemiche ed anatemi incrociati, favorendo così, come al solito, il risaputo e proverbiale “terzo incomodo” di ogni tragedia: chi continua, cioè, da più di mezzo secolo, a farsi un grande diletto e ad avere un immenso piacere, a tenerci - tutti - relegati e neutralizzati all’interno della medesima, inamovibile, insormontabile ed inesorabile “gabbia”!
Alberto B. Mariantoni

GdS 18 XI 03  www.gazzettadisondrio.it
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