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 Convegno D.C. su Giorgio La Pira nel Centenario -  La relazione introduttiva
di Angelo Sandri

                          Arrivo a Firenze e commiato - Studi e ricerche
             La Pira uomo di fede - Principi sulla persona e sulla società

ARRIVO A FIRENZE E COMMIATO
Giorgio La Pira è nato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, il 9 gennaio 1904. Morì in Firenze il 5 novembre 1977
Giovanetto, a Messina, aveva aiutato lo zio Occhipinti nel negozio di tabaccheria, utilizzando il tempo libero per conseguire il titolo di ragioniere e poi la maturità classica. Poté iscriversi alla Facoltà di Giurisprudenza di Messina, sotto la guida del prof. Emilio Betti, avviandosi agli studi romanistici. Proprio in quel tempo, dopo essere stato anticlericale, ritornò alla fede, che gli dischiuse il campo a letture ed a studi religiosi. Così diritto e teologia gettarono le prime basi dell’opera che doveva far distinguere La Pira nel proseguio del tempo.
Quando il suo maestro fu trasferito a Firenze, l’allievo lo seguì. Lo accompagnava il ritornello che suo zio usava ripetergli: “Stai attento che nella penisola i preti non hanno abbandonato il disegno di restaurare il potere temporale!” Giorgio non temeva, quando avvertiva gli amici, riferendo l’ammonimento dello zio: già pensava piuttosto a convertire tutti, laici o religiosi che fossero.
Nel 1926 La Pira discusse e conseguì con lode e dignità di pubblicazione la laurea in diritto romano. Il suo successo incoraggiò il maestro a fargli assegnare subito un incarico di insegnamento nell’Ateneo fiorentino, dove in seguito a concorso, il 2 febbraio 1934, pronunciò la sua prolusione quale professore di ruolo per le istituzioni di diritto romano.
Salvo brevi assenze per i suoi viaggi, Giorgio La Pira visse sempre a Firenze. Nel primo decennio esercitò soltanto il suo magistero universitario. Nei decenni successivi insieme a quello, vi svolse anche un magistero di vita civile e religiosa, risultato poi del tutto peculiare.
Il 7 novembre 1977 la bara di Giorgio La Pira, portata a spalle dagli operai della Pignone, passò per le vie di Firenze, salutata da applausi. Furono ripetuti, in piazza della Signoria, quando il Sindaco di Forenze Gabbuggiani, il Rettore dell’Università del Sacro Cuore Giuseppe Lazzati e Amintore Fanfani ne tesserono le lodi. Gli applausi divennero fortissimi, sotto la cupola del Brunelleschi, in Santa Maria del Fiore, prima e dopo il saluto del cardinale Benelli.
In chi non conosceva La Pira quegli applausi suscitarono sorpresa. Per i suoi estimatori erano invece il degno suggello della vita di un cittadino esemplare, tra i più significativi vissuti nei secoli a Firenze. La stampa rese nota l’ampiezza del saluto ripetutosi ed iniversalizzatosi in altre comunità italiane e straniere, con la partecipazione di semplici cittadini, di alte autorità e dello stesso romano Pontefice.
Il 17 novembre, dopo che alcuni giorni la Pira prima venne ricordato nella Commissione Esteri, il Presidente della Camera Pietro Ingrao fece del deputato la Pira un degno elogio, al quale si associò il Ministro del lavoro On. Tina Anselmi.
Il ricordo di un così ampio riconoscimento spiega il desiderio, in chi lo conobbe, di approfondirne la conoscenza ed in chi non lo conobbe, di apprendere per quali ragioni tanti consensi hanno largamente fatto dimenticare i dissensi che in qualche momento afflissero la sua vita.

STUDI E RICERCHE - LA PIRA UOMO DI FEDE
Giorgio La Pira aveva ricevuto da natura l’istinto dell’esploratore, Per questo durante il tirocinio nella tabaccheria dello zio si dette a studiare ragioneria, poi materie classiche, poi materie giuridiche. Per questo motivo non si adagiò nella facile incredulità giovanile e conquistò una robustissima fede. Negli anni universitari non si limitò a seguire i corsi, ma ne identificò i preferiti, li approfondì, allargandone gli orizzonti, confrontando le teorie giuridiche con quelle filosofiche, dominando in breve le dottrine dei giurisperiti latini e le summe dei teologi scolastici.
A questo accostamento lo aveva avviato la conoscenza della vita, della fede, degli studi di Contardo Ferrini che, come dice la dedica di un libro di La Pira, “per tutte le vie lo aveva ricondotto alla casa del Padre”. Da ricordare anche il fatto che fin dal 1921 la “Storia di Cristo” di Giovanni Papini aveva colpito profondamente La Pira.
Le basi fiorentine in cui sostava e dalle quali dopo ogni riflessione riprendeva il cammino per tappe ulteriori, furono negli Anni Trenta, l’Università di cui era professore ed il Convento di San Marco dell’Ordine domenicano, nel quale La Pira era terziario. L’infaticabile esploratore passò negli anni ’30 dalle dottrine antiche e medioevali alle pratiche contemporanee. Procedette a confrontare quello che attorno a lui poteva constatare con quanto l’equità romana e la verità scolastica gli avevano insegnato sul retto comportamento sia dei cittadini che delle comunità minori e statuali. Il confronto lo portò ad essere un convinto ed aperto contestatore delle dottrine che allora si disputavano il predominio in Europa: quelle di Mussolini, di Hitler, di Stalin.
Iniziando ad applicare anche in quella contingenza la prassi del dialogo, che poi sempre avrebbe invocato quale via razionale e costruttiva per stanare l’errore e far valere la verità, fondò una rivista che significativamente chiamò “Principi”, a sottolineare che solo una loro chiara definizione avrebbe potuto salvare gli uomini dalla confusione di Babele nella quale anche allora le parole (persona, società, pluralità, libertà, giustizia), prendendo colori diversi a seconda delle bocche che le pronunciavano, finivano per turlupinare gli ingenui e per rafforzare i falsi sapienti ed i furbi.

“Principi”, come sinteticamente indica il sommario dal gennaio 1939, offrì modo a La Pira di trattare i problemi: del valore e della socialità della persona umana, della uguaglianza e disuguaglianza tra gli uomini, della gerarchia dei valori nell’uomo e nella società, della natura e liceità della guerra giusta, del valore della libertà.
Questa trattazione si offrì quasi come un barometro annunciatore della imminente tempesta mondiale, e come bussola d’orientamento per gli smarriti. Un tanto dimostra il fascicolo 8-9 dell’agosto-settembre 1939 nel quale (a pagina 158) severamente si commenta la spartizione della Polonia ad opera di Stalin e di Hitler.
”L’unica diga cristiana che faceva argine a due mondi non cristiani è, sia pure eroicamente, caduta. La violenta scomparsa di uno dei membri di cui si costituisce l’umanità e la Chiesa è cosa che deve gravemente rattristare il cuore di ogni uomo e di ogni cristiano. Se l’assassino di un uomo è il massimo dei delitti, a più forte ragione è tale l’assassino di una intera nazione”.
E la condanna è reiterata (a pag. 209), accennando alla “aggressione militare che insanguina la terra di Finlandia (come già la precedente insanguinò la terra di Polonia)”.
Ai primi del ’40 una disposizione fascista sopprimeva la rivista divulgatrice di principi diceva l’ordine che vorrebbero essere “cattolici, cristiani e sono invece principi della più bell’acqua liberale e democratica: ci si leggono le più belle e appassionate esegesi sul valore e l’importanza della libertà, nonché della solidarietà e umanità democraticamente intesa”.
Gli stessi estensori di questa condanna non immaginarono di lasciare per i tempi futuri il migliore riconoscimento dell’amore di Giorgio La Pira per la verità e del suo fermo attaccamento ai principi della democrazia. Il nostro amico cambiò foglio, non mutò linguaggio. Lo attestano i saggi del 1941 sul valore della persona umana (in “Studium”) e sui problemi della persona umana (in “Atti della Accademia romana di S. Tommaso”) del 1943. Dopo l’8 settembre sfuggì all’arresto, rifugiandosi a Fonterutoli nella casa ospitale di Mazzei. Ivi durante tre mesi approfondì la conoscenza della Summa tomista. All’inizio del ’44 soggiornò in Roma, tenendo all’Ateneo Lateranense un corso di lezioni, apparso poi nel 1945 nel volume in “Per una architettura cristiana dello Stato”, che accolse anche “L’Architettura di uno stato democratico”, frutto di riflessioni intorno alla futura Costituzione dell’Italia democratica.
Prima di essere eletto deputato alla Assemblea Costituente espose altre riflessioni alla Settimana sociale di Firenze dell’autunno 1945
Dopo l’elezione, accettata nelle liste D.C., trasse il frutto di quelle riflessioni, operando negli anni 1946-47 in seno alla prima Sottocommisione dell’Assemblea Costituente. Ciò fece intessendo un fitto dialogo con quei “professorini” (Dossetti, Fanfani, Lazzati) dei quali aveva incoraggiato la ricerca di principi per la nuova Italia democratica, avviata in via Ariberto a Milano, in casa Padovani, fin dall’ottobre 1941.
Gli Atti dell’Asemblea Costituente (1946-47) e gli articoli comparsi in “Cronache sociali” e in “Studium” (1948) mostrano come, in stretta cooperazione con i nuovi amici Ambrosini, Leone, Moro, Mortati, Tosato e in vivace dialogo con i colleghi di diversa estrazione quali Basso, Calamandrei, Ruini, Togliatti, Giorgio La Pira si adoperò per far sì che la Costituzione della Repubblica come egli scrisse a pag. 212 dell’Architettura di uno Stato democratico e ripeté nel suo discorso dell’11 marzo 1947 all’Assemblea Costituente non fosse né statalista, né individualista, ma personalistica e pluralista.
Pensò che il suo lavoro di costituente non fosse compiuto se non avesse potuto coronarlo con una proposta: quella di iniziare il testo della Costituzione con un riconoscimento della divinità. Intervenne in proposito in aula il 22 dicembre 1947. La proposta di La Pira non poté avere seguito; ma suscitò emozione in molti e rispetto in tutti per l’idea in sé e per la franca professione di fede di chi l’aveva fatta. Il rispetto umano non rappresentava un limite per l’azione di La Pira.
Rieletto deputato nel 1948 dopo che gli amici per la seconda volta dovettero pregarlo insistentemente fu prescelto da Fanfani, Ministro del Lavoro del tempo, quale sottosegretario. Il che gli aprì un nuovo campo di ricerca, che l’infaticabile esploratore svolse con sagacia, conquistando la stima e l’affetto dei massimi sindacalisti del tempo: Santi, Bitossi, Lizzardi e (allora giovanissimi) Storti e Lama.
In mezzo a mille vicende non perse occasione per rendere testimonianza alla sua fede.
Una mattina lo raggiunse nel suo ufficio un gruppo di sindacalisti per proseguire l’esame di una complicata vertenza. Era domenica, ma la festa non aveva impedito al sottosegretario La Pira di prestare il suo concorso per quel caso. Giunti alla fine della mattinata, senza avere ancora trovato la soluzione, La Pira propose che si rinviassero le discussioni al pomeriggio. Teresa Noce, che guidava la delegazione della CGIL, si oppose, asserendo che la cosa era molto importante. La Pira replicò:” la cosa più importante è salvarsi l’anima, e siccome è domenica, andiamo a Messa”: ed uscì per recarsi in chiesa. Tornò dopo la Messa per comporre la vertenza.
Prima di uscire la sera dall’ufficio passava dal suo ministro per salutarlo. Una sera, affacciatosi alla porta, vedendo che il ministro dialogava con Di Vittorio e Bitossi, massimi dirigenti allora della CGIL, fece solo un saluto con la mano e si accinse discretamente ad uscire.
Bitossi vecchio suo amico da Firenze - lo apostrofò: ”Vieni pure qui, tanto hai la nostra stessa tessera”, alludendo all’orientamento di sinistra attribuitogli. La Pira entrò ed avvicinatosi al tavolo dei tre disse: ”Caro Bitossi, tu ti sbagli, io non ho alcuna tessera,” ed era vero, non ebbe mai neppure quella della D.C. “con molti ed anche con te, ho in comune il Battesimo, ed è molto!”.
Dalla sua sofferta esperienza presero avvio gli articoli comparsi in “Cronache sociali” nel 1950-51 e ripubblicati nel volumetto “L’attesa della povera gente”, nel 1952.
Si svolsero negli anni 1947-49 anche le ricerche attorno ai problemi del comunismo esposte in articoli di “Cronache sociali” e negli “Atti della settimana di studi della Accademia di San Tommaso”. Ricerche anticipate nel 1920 da un articolo intitolato Roma e Mosca.
Gli studi in tre direzioni, quella dei principi e strutture di uno Stato democratico, quella dei doveri sociali di uno Stato democratico, quella della contesa tra i partiti per la guida dello Stato prepararono La Pira ad attività concrete nel campo dell’amministrazione sia pure a livello comunale, e nel campo delle relazioni tra i popoli in campo mondiale. In conclusione: nel decennio 1945-55 l’esplorazione tra i principi; i contatti umani a livello di masse come parlamentare, deputato, sottosegretario al lavoro e sindaco qual fu dal 1951 al ’65, ed i contatti a livello di dirigenza come tessitore di colloqui ed incontri in campo extranazionale, danno modo a La Pira di integrare e di ampliare le basi teoriche di quella azione che riempirà il ventennio compreso tra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’70.
Questa azione si ispirò sempre ad un’idea di fondo. La riassunse nell’aprile 1974, parlando alla Santissima Annunziata ai ragazzi fiorentini di “Mani tese”. Allora La Pira ricondusse tutta la sua riflessione sulle ragioni e la linea di siluppo della storia umana alla storia dei rapporti tra Gesù Cristo e l’Uomo.
Pose le due domande: quale è la missione di Cristo e quale è il destino ultimo dell’uomo? Diede ad esse la seguente risposta: Cristo è venuto “per incontrarsi con gli uomini, attrarli a sé, partecipare interiormente ad essi la vita eterna: la sua vita divina (la grazia!)”. Il problema del destino ultimo, interiore, dell’uomo è correlativo a quello di Cristo: sta nell’accettare il dono di Lui (se conoscessi il dono di Dio!), sta nell’accettare, conducendolo a fondo, l’incontro con Lui.
“Il problema del destino dell’uomo è correlativo a quello della missione liberatrice di Cristo: è quello di Cristo che discende verso l’uomo per incontrarlo internamente, a Sé attrarlo, ed a Sé incorporarlo: e dell’uomo che attratto da Cristo ne accetta l’incontro, ne accetta la grazia (il dono) e ne accetta l’unità interiore con lui: col Padre, col Figlio e lo Spirito Santo.”
“I due problemi sono i due massimi di ogni tempo: vorrei dire i più “travolgenti” del nostro tempo: atomico, tecnico, apocalittico. Questi due problemi non possono non costringere a sostare in riflessione le nuove generazioni responsabili della costruzione di questa nuova storia e di questa nuova civiltà del mondo! Chi sono? Per quale fine sono stato creato? Quale il mio destino interiore ultimo? Chi è Cristo? Quale rapporto essenziale ed in certo senso non alternativo e non facoltativo a Lui mi unisce? Da quale schiavitù sono interiormente aggravato? Quale liberazione interiore e quale liberatore attendo? Chi è la Chiesa, acquedotto della grazia? Cosa è la vita interiore? L’orazione che ad essa introduce? La unificazione che essa esige? “
“L’età scientifica, tecnica, in cui viviamo e nella quale sempre più ci ingolfiamo esige risposte precise a queste domande che diventano ogni giorno più le domande ineluttabili che condizionano la storia intiera del mondo! “
“Esse in ultima analisi sono contenute nella domanda fondamentale del mondo (“hic filius fabri fit magna quaestio mundi”) quella che Cristo stesso pose agli apostoli: “Chi dicono gli uomini che io sia?” A questa domanda con tutto ciò che essa implica (la grazia, la Chiesa, la storia) non si sfugge: e non sfugge ad essa proprio la nostra età apocalittica, la quale ha solo in Cristo Crocefisso e Risorto e nei suoi rapporti con l’uomo e con la soria dell’uomo la chiave che sola può e sa aprire i misteri davvero apocalittici (negativi e positivi) della storia presente del mondo!”.
Anni fa Armando Guidetti chiese a La Pira di presentare “Quattro prediche agli uomini di governo” di padre Vieira. Egli rispose:” È preliminare questa domanda essenziale: che rapporto misterioso, organico, finalizzatore, esiste tra la storia sacra e la storia profana. La politica (cioè la meditazione politica e l’azione politica, il moto intero della storia, dei popoli e delle nazioni) può prescindere (come se non esistessero) da questo rapporto che la muove e la finalizza?…
“Se Cristo è risorto ed ha fondato la Chiesa, la storia politica non è condizionata da questa presenza di Cristo e della Chiesa? Non è sottoposta al disegno misterioso, ma affettivo che Cristo persegue sul mondo? Ecco il problema dei problemi: la premessa fondamentale da cui dipende tutta la meditazione politica e tutta l’azione politica.”.
Con queste considerazioni Giorgio La Pira esponeva la giustificazione del suo passaggio dalla vocazione-naturale di contemplazione religiosa alla vocazione-storica di azione politica.

PRINCIPI SULLA PERSONA E SULLA SOCIETA’
Presentando nel 1939 la rivista “Principi” La Pira esordisce affrontando i temi relativi alla persona umana: “Il valore della persona umana è costituito dal suo essere spirituale che viene da Dio e che tende intrinsecamente a Dio. Il posto che la persona umana occupa nella creazione e nella società è, esso pure, definito dal fine a cui la persona tende. Tutti i valori creati, compresi quelli sociali, hanno per l’uomo funzioni di mezzo: costituiscono quella scala di valori che egli deve normalmente percorrere per giungere al suo ultimo fine; sono l’itinerario al termine e al di là del quale c’è il riposo e la perfezione: Dio raggiunto e posseduto per sempre” (“Principi”, n. 1, pag. 10, del 1974).
Proseguendo a chiarire i problemi basilari della società rinnovata e a criticare le concezioni errate che sembravano dominanti in quello scorcio degli Anni Trenta, La Pira aggiunge (“Principi”, n. 2, pag. 26): “ Se affermo che ho una missione da svolgere nel mondo non devo dimenticare che un’altra missione, coordinata e non inferiore moralmente alla mia, ha da svolgere il fratello che mi sta vicino! È questa la base di roccia sopra la quale può poggiare senza tema di rovina l’edificio sociale umano”.
E infine così riassume (“Principi”, n. 2, pagg. 34-35) i quattro principi inerenti ai rapporti tra la persona e la società umana:
1° “La persona umana è per definizione sociale”.
2° “La società verso cui la persona umana tende include ordinatamente in modo cioè graduale, partendo dalla famiglia e attraversando la città, la nazione, la stirpe l’universo genere umano”.
3° “La società, anche in questa sua estensione universale, ha per la persona umana funzione di fine prossimo, non di fine ultimo”.
4° Da ciò… “persona e società derivano per l’una e per l’altra obbligazioni precise”. “Ecco i fondamentali naturali eterni sopra i quali solamente può essere costruito un edificio sociale saldo”.
Contro le allora prevalenti storie dell’assorbimento della persona in entità che la comprendevano e la asserivano, al n. 10 (pag. 187) di “Principi” si scrive:
“La vocazione spirituale di ogni singolo uomo non può essere distrutta e assorbita da una ipotetica vocazione collettiva; non per il proletariato o per la razza o per lo Stato Dio mi ha reso al mondo, ma per sviluppare nella mia vita interiore e nella mia vita di relazione la chiamata santa alla verità ed al bene”. “C’è una gravissima deformazione nelle dottrine sociali del nostro tempo: si “personifica” con troppa superficialità ogni cosa; si parla della razza, del proletariato, dello Stato come se fossero degli “uomini in grande” composti di “uomini in piccolo”. Tesi insensata, antiumana ed anticristiana”.
In tal modo La Pira differenziava i principi da lui sostenuti da quelli ai quali si rifacevano il fascismo, il nazismo, il comunismo. Naturalmente non dimenticava la socialità della vocazione cristiana: “La vocazione cristiana incide, deve incidere, se è vera, nella mia famiglia, nella mia città, nella mia patria, in tutto il genere umano. Nell’ordine stesso delle cose io non sono un isolato. Sono unito ai miei fratelli, in relazione organica e solidale con essi” (“Principi”, pag. 122).
“Una sapiente opera politica e legislativa, deve sapientemente subordinare al valore nazionale i valori sociali inferiori (rispettandone, peraltro, la struttura e, nei limiti naturali della subordinazione gerarchica, l’intera autonomia), e deve con altrettanta sapienza subordinare il valore nazionale al valore gerarchicamente superiore dell’universale famiglia umana” (“Principi”, n. 6-7, pag. 135).
Nell’ultimo numero di “Principi” (n. 11-12, pag. 211) la lunga elaborazione così si conclude: “ La stella polare che deve orientare il mio giudizio e la mia azione è solo questa: se sono un uomo, non posso essere solidale con sistemi politici che negano il valore personale dell’uomo; se sono un credente in Dio non posso essere solidale con sistemi politici che negano Dio e che fanno di questa negazione il postulato primo della loro azione sociale e politica; se sono un cristiano non posso essere solidale con sistemi politici che negano Cristo e che fanno di questa negazione il postulato primo della loro azione sociale e politica”.
Il censore fascista come si è in precedenza ricordato a questo punto ordinò la cessazione della pubblicazione della rivista. Ma ormai La Pira aveva chiarito i principi sui quali si fondavano le sue idealità e si sarebbe basata la sua azione.
Al Consiglio comunale di Firenze, il 21 marzo 1961, ricordò la fecondità della resistenza e della lotta per la liberazione in fatto di recupero dei valori politici ed umani che in anni difficili il Sindaco aveva contribuito a rievocare, a definire e a difendere.
In quella occasione Giorgio La Pira espresse l’augurio che in quei valori “potessero far fiorire in Italia, in Europa, nel Mondo una società più nuova e più giusta… nella quale davvero nell’una e nell’altra parte del mondo le generazioni nuove siano impegnate a liberare gli uomini dai loro quattro nemici fondamentali: la tirannia ( e perciò ogni forma di fascismo ed ogni forma di totalitarismo oppressivo della persona umana), la miseria, la malattia e la guerra”.
Nessuna struttura statale o nazionale o di classe deve violare “il grande riconquistato valore cristiano ed umano della democrazia intesa, appunto, come pluralismo politico e, perciò, come inviolabilità di alcuni diitti essenziali della persona umana”. Dal seggio di Palazzo Vecchio La Pira, ormai da un decennio alla guida della rinascita di Firenze, sottolineava gli approfondimenti che nell’azione aveva potuto in concreto dare ai principi annunziati vent’anni prima.
Quegli approfondimenti generavano una azione che diveniva “sociale ed economica, in quanto mirava a modificare certe vecchie strutture economiche e sociali che impediscono lo sviluppo della effettiva democrazia culturale e politica e nelle quali trovò sostegno ed alimento nel passato e cerca sostegno ed alimento nel presente l’azione del fascismo”.
In ognuna delle sue molto discusse decisioni in campo economico-sociale il sindaco La Pira si rifece con rigorosa coerenza ai principi del 1939 ed alle esplicitazioni di essi fatte in “L’attesa della povera gente” (pag. 16 e20 della edizione fiorentina del 1952): “È vano parlare di valore della persona umana e di civiltà cristiana, se non si scende organicamente in lotta al fine di sterminare la disoccupazione ed il bisogno che sono i più terribili nemici esterni della persona. La libertà medesima, respiro della persona, è in certo modo preceduta e condizionata da queste primordiali esigenze del lavoro e del pane.” “La vita cittadina e nazionale non può essere affidata all’onda del mercato, senza regola e senza porto. Bisogna moltiplicare i talenti a favore del corpo sociale: per riedificare nella vera giustizia che dà a tutti lavoro e casa una nuova civiltà cristiana. Lavoro, casa, libertà: sono tre valori solidali” (Lettera a Niccolini, presidente della Cassa di Risparmio di Firenze, 20-1-1955).
Queste parole illuminano l’opera che il Sindaco svolse a Firenze per i disoccupati delle aziende Pignone, Galileo, Cure e per gli sfrattati. Partì sempre da un punto: che il primo dovere di ogni uomo e di ogni governante è di aiutare ognuno a meritarsi un pane. Da ciò parole durissime contro imprenditori e governanti che questo sottovalutano. E critiche pesanti contro una società che osa dirsi cristiana senza operare in coerenza con i suoi principi.
Una “azienda viene chiusa”, scriveva a Pio XII il 1° maggio 1958, “gli operai licenziati, l’economia ferita, la pace sociale turbata, la famiglia disgregata; la fede religiosa indebolita o perduta: chi controlla? Chi garantisce? Chi giudica? Nessuno!”.
Queste amare constatazioni lo riportavano a quanto aveva scritto nelle “Premesse alla politica” (pag. 108 della ripubblicazione “Per un architettura cristiana dello Stato”): “La democrazia economica è il presupposto di quella politica e l’una e l’altra costituiscono le basi materiali che sono necessarie affinché un nuovo tipo di civiltà cristiana dopo quello medioevale possa tornare a fiorire nel mondo”.
Della continuità del suo pensiero e della coerenza della sua azione, La Pira doveva lasciare un’ultima testimonianza nell’articolo sull’aborto (“Osservatore Romano”, del 1976 e riprodotto nel ’77). Significativamente all’inizio della sua attività sociale nel ’39 in “Principi” difese il diritto alla vita condannando la guerra; alla fine della sua attività terrena nel ‘76-’77 difende ancora il diritto alla vita invitando a non legittimare l’aborto.
Angelo Sandri

Il Presidente della Repubblica Ciampi il 9 gennaio 2004, giorno del centenario della nascita, ha conferito a Giorgio La Pira la medaglia d'oro al Valor civile alla memoria - NdR.

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