Homepage
Italia e mondo
Provincia di Sondrio
Nostra Provincia
Fatti dello Spirito
CCCVA
Prodotti
Nostri personaggi
Galleria
Siti segnalati
Contatti
 
sito realizzato da
nereal.com . 2006
 
 


Tutti i contenuti di questo sito, salvo ove diversamente specificato, sono pubblicati secondo la licenza d'uso Creative Commons.
 

Jihad negletto, musulmano perfetto
di Enrico Galoppini

 


In Giordania è polemica sui libri di testo e i programmi di studio: così come sono «non vanno bene», sostengono alcuni che detengono il potere di modificarli. Ma in che cosa «non vanno bene»? E a chi «non vanno bene»?

Osservando il teatro di questa polemica con gli occhiali dell’esotismo - terra di deserti e beduini conosciuta dai più solo per la bellissima Petra - e del «pregiudizio progressista», si sarebbe indotti a pensare che i libri di testo e i programmi di studio giordani «non vanno bene» perché non tengono conto degli ultimi sviluppi nei settori della fisica e della tecnologia, o perché non forniscono agli studenti gli aggiornamenti sul mondo dell’informatica che essi desiderano. Oppure perché nelle scuole giordane non si discute né di «diritti umani» né di «democrazia» (di cui l’Occidente americanocentrico si presenta come l’unico depositario).

Invece il «problema» è un altro. Se si trattasse di dedicare - come del resto sta avvenendo - maggiore attenzione alle materie e ai temi summenzionati, il consenso sarebbe pressoché unanime anche tra gli stessi giordani. La polemica in atto tra il Ministero dell’educazione e dell’insegnamento giordano e una parte dei rappresentanti al Parlamento verte piuttosto sul delicato tema della cultura nazionale - di cui quella islamica è parte integrante - e perciò della storia del Paese e dell’intera Nazione araba e islamica. La scoperta fatta da alcuni interessati «esperti» locali è che così come vengono divulgate, alcune materie (Educazione nazionale, Educazione islamica, Storia, Lingua araba e Lingua inglese) inducono gli studenti giordani ad ammettere l’uso della violenza politica. Si tratta di una «violenza» di un tipo particolare però: quella che si estrinseca nella resistenza all’occupazione israeliana della Palestina e al nuovo colonialismo statunitense in tutta l’area mediorientale.

Detto questo, anche la risposta al secondo quesito iniziale è data. A premere per modifiche sostanziali nei libri di testo e nei programmi di studio giordani sono gli Stati Uniti ed Israele. E il governo giordano è tenuto a recepire i «consigli». Che il Ministro dell’Educazione, Khaled Tuqan, replichi alle accuse provenienti da esponenti politici di differente orientamento negando ogni pressione esterna e rifugiandosi in «richieste d’aiuto» rivolte dalla Giordania all’Unesco già tre anni or sono, fa parte quindi di un (mal)costume al quale i politici italiani agli ordini di Washington e Tel Aviv ci sottopongono da decenni.

Dopo l’11 settembre - specie di Big Bang prima del quale nulla esisteva, una sorta di Fukuyama al contrario - il «problema» è l’educazione islamica, che sarebbe troppo presente nelle scuole dei Paesi arabi e a maggioranza musulmana. Di qui, ribaltando la realtà, i fautori delle «riforme» sostengono che la resistenza palestinese (che per loro indubbiamente è un «male»), o meglio lo spirito che la sostiene (e lo stesso dicasi per quella irachena), esiste a causa dell’indottrinamento religioso islamico. Per i «riformatori» non esistono né «occupazione» né «colonialismo». E se l’educazione islamica nelle scuole sarebbe il brodo di coltura dell’11 settembre, a nessuno di questi acuti e disinteressati «osservatori» che sentenziano su giornali cosiddetti «autorevoli» è mai balenata l’idea che all’origine della violenza praticata dagli Stati Uniti e dall’Israele sionista possano esservi l’educazione religiosa protestante, da un lato, e quella talmudica, dall’altro (v. l’appendice sui palestinesi nei libri di testo israeliani). Non dico che effettivamente vi siano sempre tali necessarie relazioni, ma se un ragionamento lo si ritiene plausibile nell’un caso non si capisce perché non lo si applica in altri analoghi. Un giornalista che si azzardasse a sottoporre un rabbino alle forche caudine delle domande di rito («Ma lei giudica musulmani gli attentatori suicidi?»; «Lei, musulmano, si dissocia o no dal terrorismo palestinese?») imposte preliminarmente agli ospiti musulmani dei salotti televisivi si vedrebbe inserito d’ufficio nell’ostracizzata categoria degli «antisemiti». Un ragionamento che dunque dovrebbe valere per ogni situazione (ad esempio, se l’IRA nordirlandese fa esplodere un pub frequentato da unionisti protestanti nessuno dice che il problema sta nell’educazione cattolica dei membri dell’IRA) viene così brandito come un machete solo quando la violenza la esercitano i musulmani (e comunque non tutti, perché se il golpista pakistano Musharraf o gli Al Sabah del Kuwait ricorrono alle ‘maniere forti’ lo fanno per comprensibile «ragion di Stato»).

Ma diamo la parola ai giordani che rigettano la teoria secondo la quale l’educazione islamica sforna «terroristi». ‘Adnan Hassuna, Presidente della Commissione educazione del Parlamento giordano, sostiene che “le riforme mirano a ripulire i programmi di studio dai concetti di jihad e di resistenza all’occupazione, in qualsiasi forma si manifestino”. L’obiettivo, secondo il parlamentare giordano intervistato da Aljazeera.net[1], è la creazione di una generazione che non crede nel dovere del jihad e della resistenza all’occupazione. Se poi si aggiunge che i relativi provvedimenti legislativi non stanno seguendo l’iter parlamentare si capisce che si tratta di un vero golpe imposto all’intero popolo giordano (la cui maggioranza è d’origine palestinese…) da una minoranza che prende ordini dall’esterno. Anche stavolta i paragoni con il Bel Paese sorgono spontanei, e non si venga a dire che la Giordania essendo una «creazione degli inglesi» ciò che vi accade, per quanto grave ed umiliante per il suo popolo possa sembrare, è in fin dei conti scontato…

L’ex Ministro dell’educazione, Ishaq al-Farhan, concorda con ‘Adnan Hassuna sul fatto che le suddette cinque materie non abbisognano di aggiustamenti, “poiché, scaturendo dalla specificità della nostra realtà locale, araba e islamica, esse sono al passo dell’epoca che viviamo e si distinguono per moderazione e salvaguardia dei valori nazionali e islamici”. Ma il nodo della questione, come ha ricordato lo stesso al-Farhan, è che “la questione dei metodi di educazione – di cui si vuole il cambiamento o lo sviluppo – è uno dei termini della sovranità su cui non è ammessa rinuncia alcuna”.

Il segretario del Partito democratico giordano dell’Unità (opposizione di sinistra), Sa‘id Dhiyab, ha spiegato bene che queste «riforme» sono il frutto delle pressioni americane sulla Giordania e sugli altri Paesi arabi[2] nel quadro del ridisegno dell’area e della realizzazione del dominio culturale sugli arabi, aggiungendo che queste riforme arrivano in una Giordania che firmando «accordi di pace» con Israele spinge le giovani generazioni ad accettarli.

Queste «riforme», insomma, in Giordania non piacciono quasi a nessuno. Se una maggior attenzione agli sviluppi tecnologici ed un dibattito sui temi della democrazia e dei diritti umani trovano d’accordo alcuni come Nizam ‘Assaf, Direttore del Centro di Amman per lo studio dei Diritti umani, lo stesso ‘Assaf non può dirsi d’accordo nella demonizzazione della “resistenza, che Usa e Israele considerano terrorismo, mentre noi la consideriamo un diritto legittimo necessario per la liberazione delle patrie e dei popoli”. Una presa di posizione, questa, che inutilmente cercheremmo tra gli attivisti per i diritti umani di casa nostra, i quali vestono i panni ipocriti del «né né».

A questo punto qualche considerazione di carattere generale s’impone. Che il fine ultimo della scuola moderna risieda, in ultima analisi, nella creazione di un essere informato da un corredo intellettuale atto a renderlo quel che si dice un ‘cittadino modello’ nell’interesse dell’ordinamento vigente, lo aveva già spiegato Ananda K. Coomaraswamy in acute ed impietose considerazioni svolte in L’illusione dell’alfabetismo (scritto nel 1944 e tradotto in italiano nella raccolta Sapienza orientale e cultura occidentale, Milano 1975). La scuola moderna, quella dell’«istruzione obbligatoria di massa», è quanto di più lontano da quel che una scuola dovrebbe essere: un luogo in cui in ogni persona s’incoraggia l’attitudine a sviluppare capacità critiche, in cui essa viene avviata alla «coltivazione di sé»; per non parlare dello «studio», da originaria applicazione interiore alla fonte della Conoscenza ridotto al mero aspetto quantitativo dell’erudizione, delle nozioni da immagazzinare in un cervello ridotto a computer, nel quale le capacità di sintesi e di connessione con la sfera dell’Essere finiscono per atrofizzarsi sino al punto di non ritorno.

La concezione dell’uomo che i propugnatori della scuola moderna hanno in vista, un ibrido tra la foca da circo e il cane di Pavlov, non si è certo fermata alla distruzione del vero significato dello studio, ed una volta minatane la funzione primaria va accanendosi anche contro tutto ciò che rende l’uomo integrato in una comunità vivente. Che, all’occorrenza, va difesa con le unghie e coi denti. Questo, dal Marocco alle Filippine, sono in molti a dar segno di averlo capito.

[1] Munir ‘Atiq, Polemica giordana sulla riforma dei metodi d’insegnamento, Aljazeera.net, 3 gennaio 2004 (http://www.aljazeera.net/news/arabic/2004/1/1-3-25.htm).

[2] Per il caso kuwaitiano cfr. Ahmad Muhammad al-Fahd, Cambiate il programma di studio di Bin Laden!, Al-Watan (Kuwait), 5 gennaio 2003 (http://www.aljazira.it/03/01/20/programmi_scuola.htm).

Appendice in
http://www.arabia.com/news/article/english/0,11827,186070,00.html

Questo articolo può essere riprodotto liberamente, su carta o in rete, a condizione che ne venga indicata la fonte ("Italicum", gen.-feb. 2004) e che si pubblichi anche questa precisazione.

Enrico Galoppini

GdS 20 II 2004 - www.gazzettadisondrio.it
_______________________________________
 

Torna a Italia e Mondo
                                                 Torna all'indice generale

  Torna alla prima pagina