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“Dimmi, Claudia, che cos’è la verità? Quella che tu vuoi vedere”
dal film The Passion di Mel Gibson

di Maria De Falco Marotta

Lo specchio di quel che avviene oggi - Cosa vi aspettavate da Mad Max ovvero da Cuore impavido? - The Passion

LO SPECCHIO DI QUEL CHE AVVIENE OGGI
Con quali occhi vediamo le “passioni” del nostro oggi?
Non c’è da stare troppo allegri nel leggere e vedere le varie cronache che riportano giornalmente i quotidiani e le TV su quello che succede nel mondo: eccidi, torture, sevizie.
Tanto, per citare, “Al Jazeera": ucciso il primo italiano. Abbiamo un video ma non lo trasmettiamo perché le immagini sono orribili (Cfr.: La Stampa, 15 aprile 2004 e gli altri quotidiani nazionali); oppure le infami profanazioni che ha subito il corpo della piccolissima Maria di Città di Castello, finita a calci in faccia come se fosse una bambola da gettare nella spazzatura (Cfr.: tutti i quotidiani e le TV italiane dai primi giorni di aprile in poi, 2004) o, anche, il linciaggio di quei soldati in Irak, calpestati, sputati, bastonati come se la civiltà non avesse insegnato niente a nessuno (Cfr: i quotidiani di gennaio-febbraio 2004).
E, tanto per stare dentro al tormento dell’umanità del 2004, lo sbranamento da parte di leoni affamati di poveri avversari in amore di Cusaj e Kuday( i due feroci figli del raiss Saddam Hussein, uccisi nella nefanda guerra irachena) che assistevano ridendo allo scempio (Cfr: i quotidiani della fine del 2003-inizio 2004) di giovani, rei di avere messo gli occhi su qualcuna che piaceva a loro.
E non andiamo in Africa, poi.
Lì c’è la passione di Cristo giorno dopo giorno.
Quella mostrata da Mel Gibson, è, in parte, lo specchio di ciò che avviene oggi.
E c’è chi si scandalizza, che trova orribile il film (non è un film, né brutto, né bello, ma solo un percorso di fede in un uomo che dopo duemila anni fa ancora parlare di sé, che è fratello di quanti vengono offesi nella loro umanità), violento, pacchiano, spropositato, ancien regime, quasi blasfemo, solo un prodotto tipicamente americano, da guardare con sospetto. Mel Gibson ha buttato in faccia a tutti un Gesù non iconografico, non romantico, non letterario, non lontano da questa nostra perversa, spaventosa realtà.

Cosa vi aspettavate da Mad Max ovvero da Cuore impavido?
Prima di andare a vedere il films, ho letto, ascoltato tantissime voci su questo nuovo modo di presentare Cristo, visto che sono stati già circa 150 i registi che si sono cimentati nel tentativo - spesso non riuscito - di visualizzare la sua vita (dal 1897, il fotografo parigino Léar dirige il primo film su Gesù: La passion du Christ, un insieme di alcuni tableaux vivants allestiti in occasione della Pasqua; Vues représentant la vie et la passion de Jesus-Christ di Hatot e Breteau, denominato Passion Lumière; Le Christ marchant sur les eaux prodotto da Georges Méliès; poi il Christus di Giulio Antamoro e, negli Usa, David W. Griffith sottoscrive Intolerance. Hollywood dopo la prima guerra mondiale, si butta a capofitto sull’argomento: nel 1923 Robert Wiene dirige Inri, nel 1925 Fred Niblo lo segue con Ben-Hur e nel 1927 Cecil B. De Mille gira Il Re dei re. Con De Mille il cinema americano incrementa un genere che s’impernia intorno a personaggi minori, la cui vita cambierà in seguito all’incontro col Salvatore (Il segno della croce, La tunica, Barabba), però il filone basato sulla passione e sulla risurrezione continua, al di qua e al di là dell’Atlantico, prima e dopo la seconda guerra mondiale, con Golgota (1935) di Julien Duvivier, Il figlio dell’uomo (1954) di Vittorio Sabel, Il Re dei re (1961) di Nicholas Ray e La più grande storia mai raccontata (1965) di George Stevens.
Nel 1964 P.P. Pasolini gira Il Vangelo secondo Matteo, attualmente restaurato e uscito quasi contemporaneamente a The Passion di Gibson. Pervengono poi, film come Godspell (1973) di David Greene e Jesus Christ Superstar (1973) di Norman Jewison, che realizzano il felice incontro fra i musical e Hollywood.
Innovazione e tradizione si confrontano in Il Messia (1975) e Gesù di Nazareth (1977). Nel primo Roberto Rossellini impiega le forme del neorealismo; nel secondo Franco Zeffirelli riveste l’iconografia popolare di rifiniture scintillanti. Altro mutamento con L’ultima tentazione di Cristo di M.Scorsese, I giardini dell’Eden (1998) di Alessandro D’Alatri, Jesus di Montreal (subito sparito, perché dissacrante); e ora, The Passion di Mel Gibson, però sempre attenendosi all’iconografia o alla fantasia “occidentale” di vedere il Cristo come qualcuno “lontano” o, tuttalpiù, di pregare in speciali occasioni (che diamine, persino Croce dice che “non possiamo che dirci cristiani”!) nella S. Messa, il venerdì santo, durante la Via crucis che, essendo “lunga”, magari provoca qualche sbadiglio.
Mel Gibson ha buttato in faccia a tutti un Gesù non iconografico, non romantico, non letterario, non lontano da questa nostra perversa, spaventosa realtà.
Il suo Gesù compie un itinerario drammatico descritto nei Vangeli, cominciando dall’orto di Getsemani, sino alla tomba vuota all’alba della prima domenica nella storia, Dice Vittorio Messori (non è che sia il mio preferito): "I Vangeli, in questo film, non sono leggenda: sono cronaca fedele”
Il regista-attore che conosco da quando nel 1985 portò a Venezia Mad Max oltre la sfera del tuono e lo criticai apertamente in sala stampa attirandomi i “buu” di molti di quei critici che oggi deprecano la violenza di The Passion( già ma questo è cattolico), ha nei suoi geni l’aggressività, quella che tormenta le nostre vite, che ci lascia atterriti e l’ha trasfusa nel personaggio più caro, più amato dagli occidentali: in Gesù di Nazareth, quello che lodiamo (forse) nei nostri riti, nelle nostre messe, nelle nostre feste, ma che chissà se a lui realmente siamo legati.

The Passion
Sono andata a vederlo. Da sola e in orario da pensionati.
Al Giorgione multisala, dove la tessera dei giornalisti vale zero, eravamo , forse, 50 persone. In principio, ero piuttosto distratta: la musica mi sembrava eccessiva e la storia del diavolo che tenta Gesù nell’orto con la faccia della Rosita Celentano, non è che mi impressionasse più di tanto.
Poi, come in una catarsi o un’esperienza “mistica”, mi sono sentita dentro quello che succedeva a Gesù. Risentire le parole dei Vangeli e vederle “personificate”, mi ha travolta. Così, senza pudori o false reticenze, ho pianto fino al The End. La storia, non era più quella che avevo letto tante volte nei Vangeli, che mi era stata raccontata, che avevo visto al cinema, ma era diventata parte di me, che amavo con tutto il mio cuore quell’uomo che aveva subito volontariamente, ogni tortura per aprirci uno spiraglio verso la salvezza. Ero una tra le tante donne che lo seguivano e si struggevano per l'impossibilità di aiutarlo, visto come andavano le cose a quel tempo, specie per loro che erano meno di niente.
Guardando, spaventosamente, ho sempre associato a Lui, al Cristo, le vicende orribili che succedono ora dopo ora nel nostro tempo che dovrebbe, invece, annunciare la gioia della sua Risurrezione.
Fino ad oggi e ho partecipato a parecchie Via Crucis, comprese quelle che si celebrano il Venerdì Santo al Colosseo di Roma, con profonde meditazioni di illustri esperti di biblica o di spiritualità, non mi era mai capitato di “piangere” in “diretta”, senza nulla importarmi di chi mi sentiva soffiare il naso ad ogni secondo. Come non mi è importato nascondere gli occhi arrossati all’uscita, dove c’era già una lunga fila di persone in attesa di poter accedere allo spettacolo serale.
Dicono che The Passion se non avesse avuto il “fattore Gesù” sarebbe stato il solito slash movie (torture, ferite, urla, effetti grand-guignol, sangue a rivoli…), però di certo, non ha distrutto i Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni e il miracolo di quei giorni fondamentali da loro descritti con tanta sobrietà per i cristiani, forse, riusciranno a scuotere l’ignavia, la flessibilità, l’indolenza in cui molti vivono l’assenza di Dio, il secolarismo infiltratosi così potentemente nel consumismo che ottunde la nostra ragione.
Il rabbino Daniel Lapin, dopo aver assistito alla proiezione del film ha detto: ho maturato la convinzione che La Passione farà un gran bene a milioni di persone ed io aggiungo: non è stupefacente che in questo nostro tempo così mortificato da tanti orribili comportamenti che nulla hanno di umano e men che meno di cristiano, si parli e si discuta con ardore, con sentimento di Lui, di Gesù ancora e sempre sulla bocca di tutti? A ben ragione il trovatore medievale Goffredo di Strasburgo (1220 circa) così cantava: Il gloriosissimo Cristo/ si piega come una stoffa con cui ci si veste:/ si adatta al gusto di tutti,/ sia alla sincerità che all’inganno:/ E’ sempre come si vuole che sia.
Maria De Falco Marotta

GdS 30 V 2004 - www.gazzettadisondrio.it
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