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CINEMA: MI CHIAMO SAM
di Mirko Spelta


“... perché tuo padre si comporta come un ritardato? ” “perché lo è”.
E’ stato un ruolo evidentemente difficile questo per Sean Penn, che finalmente sorpassati i quarant’anni ci dà una prova da vero, grande attore. La tensione dei muscoli quasi involontaria, la mimica, gli sguardi nel vuoto segnano un’interpretazione davvero riuscita, veramente impressionante. Come impressionante è la piccola Dakota Fanning nata solo ieri e talmente brava e graziosa da sembrare finta.

Un lavoro questo del regista Jessie Nelson che va dritto al cuore, condito di buoni sentimenti dal primo all’ultimo minuto, in cui tutte le miserie dell’umano esistere lasciano spazio al sentimento puro, trionfante e trionfale dell’idiota dal grande cuore per la sua comprensiva-matura-bionda-perfetta bambina, dove anche lo spietato avvocato Harrison-Pfeiffer, in una proiezione interpretativa di se stessa, non può fare a meno di sciogliersi ed esternare quel briciolo di umanità che gli americani stentano a credere esista ancora nei rappresentanti della categoria.

Ad essere sinceri la trama non brilla certo di originalità né si pensa la si sia cercata; inoltre la pellicola perde l’occasione di affrontare seriamente il dilemma epocale del rapporto genitori figli lasciando tutto troppo in superficie, ma si sa, questa è Hollywood, la fabbrica dei sogni, ed il film deve arrivare direttamente alle lacrime; in questo il regista non delude gli appassionati del fazzoletto.
Mirko Spelta
               
Per comunicazioni all'autore della recensione:
                ginodilegno@inwind.it

GdS 28 III 2002

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