Homepage
Italia e mondo
Provincia di Sondrio
Nostra Provincia
Fatti dello Spirito
CCCVA
Prodotti
Nostri personaggi
Galleria
Siti segnalati
Contatti
 
sito realizzato da
nereal.com . 2006
 
 


Tutti i contenuti di questo sito, salvo ove diversamente specificato, sono pubblicati secondo la licenza d'uso Creative Commons.
 

Moni Ovadia tra sacro e profano
di Nello Colombo

                             Ieratico, Moni Ovadia si siede in cattedra...

La stagione teatrale del Comune di Sondrio è giunta nei giorni scorsi presso il “Don Bosco” ad un appuntamento atteso con Moni Ovadia, l’aedo dallo sguardo lungimirante che racconta sulla sua “chitara” l’enarmonico disegno dell’ebraismo antico e contemporaneo, con arguta ma mai saccente autoironia. Una grande lezione sulla vita, la sua.
Il quartetto si accorda, l’affabulatore si schiarisce la voce, si affilano le parole in una serie ininterrotta di pensieri, tutto è pronto ad emergere dalla silhouette delle ombre, poi la melodia tzigana comincia il suo canto primordiale che induce al “viaggio”.
Ieratico, Moni Ovadia si siede in cattedra, non per pontificare, ma per discorrere amenamente a destra e a manca dell’Altissimo introducendo il pubblico in punta di lama sul concetto di “straniero”. Il meteco dell’antica Tebe, l’ebreo errante, e i musici rom della periferia contemporanea ritrovano così il loro punto di convergenza in una emarginazione comune che sa di lacrime e sangue. Ovadia si destreggia bene, tra una dissertazione funambolica sul credo evangelico e quello profetico della venuta del Verbo. Ma sa farlo con leggerezza, col tono delle parabole cristiane tra ricordi dello stadio del San Paolo dove il razzismo perde a tavolino la sua amara partita, o tra sverniciature sarcastiche su Cristo uomo, dio, ebreo comunque, profeta tra tanti, tra Marx, Freud, Mosè o Einstein. Consuma così la sua apologia dell’apostasia da miscredente innamorato di Dio, anzi tediato, assediato, contagiato dal suo messaggio ecumenico che lo avvicina a cardinali, vescovi e al Papa, con la stessa confidenza familiare di un figlio scapestrato che null’altro chiede al padre che di tenergli una mano sul capo. Sul filo del rasoio s’avventa sul I comandamento, sulla venuta del Messia, su Abramo, grande “negoziatore”, su Sodoma e Gomorra, sull’idolatria, dando la sua esegesi smerigliatrice che castiga facendo ridere.
Ma è nel singhiozzo del canto che esprime straordinariamente tutta la disperazione della sua gente tra accordi graffiati sulle corde disarmoniche della sua anima.
Nello Colombo

GdS 20 XI 2004 - www.gazzettadisondrio.it
________________________________________

Torna a Italia e Mondo
                                                 Torna all'indice generale

  Torna alla prima pagina