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Il disabile, questo sconosciuto. Disabili, handicappati, portatori di handicap, diversamente abili, addirittura "diversabili"
di Giulio Nardone (x)

E' importante la diffusione di una corretta cultura della disabilità, senza la quale le buone leggi che l'Italia possiede nel settore della disabilità, migliori di quelle di quasi tutti i Paesi del mondo, resteranno lettera morta ancor più di quanto non avvenga già attualmente

Il disabile, questo sconosciuto.
Disabili, handicappati, portatori di handicap, diversamente abili, addirittura "diversabili": questo è il risultato di uno sforzo terminologico all'insegna del politicamente corretto, ma che non ha contribuito a fare chiarezza e a far capire alla gente chi siamo.
Gli scivoli per i disabili su sedia a ruote sono entrati nella mente dei tecnici comunali, ma i segnali per i disabili della vista, ugualmente obbligatori, sono del tutto dimenticati.

Io, cieco assoluto, non ho l'abilità di vedere ed è quindi corretto chiamarmi disabile visivo, non vedente o anche cieco, dato che quest'ultimo è soltanto un modo più semplice e chiaro di precisare la mia situazione e non ha alcun contenuto dispregiativo. Moltissimi dei miei associati hanno invece la "fortuna" - tutto è relativo - di conservare un certo residuo visivo, anche se talora molto limitato; si tratta degli "ipovedenti", nei casi più gravi definiti dalla legge "ciechi parziali". Entrambi comunque abbiamo problemi di vista e quindi, se si vuole comprenderci in un solo termine, possiamo essere definiti "disabili visivi". E' chiaro che conserviamo tante altre abilità, ma quanto a vedere non siamo proprio delle aquile.
Se poi vogliamo riferirci a chi non sente, il termine corretto è "non udente" o "sordo" e non "sordomuto"; i sordi, insieme ai ciechi totali o parziali costituiscono la categoria dei disabili sensoriali, poiché i nostri problemi vengono dai sensi, quello dell'udito o quello della vista.
Invece chi ha problemi di uso degli arti, superiori o inferiori, rientra fra i disabili fisici e si distingue ovviamente da chi è affetto da disabilità mentale. Poi abbiamo altre situazioni di disagio, come quelle di chi soffre di allergie alimentari o di altra origine che, pur essendo meno gravi, devono
comunque essere tenute presenti, ad esempio nelle strutture ricettive.
L'handicap, e cioè il peso, la difficoltà, invece, non proviene da noi disabili, ma dall'ambiente sociale o fisico in cui viviamo e sorge quando le barriere, fisiche, sensoriali o culturali non vengono eliminate e purtroppo lo sono raramente.

Lo stimolo a scrivere questo pezzo mi è stato dato dal titolo apparso proprio su La Gazzetta di Sondrio del 6 luglio: " In Alto Adige il primo sentiero per disabili e non vedenti". Il fatto di essere stati tenuti fuori dalla categoria dei disabili non mi turba sotto il profilo semantico, ma rinforza il mio convincimento sul perché da una decina di anni i tecnici comunali applicano, anche se non sempre, le norme sulle barriere architettoniche per i disabili fisici, ma quasi mai quelle ugualmente in vigore circa le barriere percettive o sensoriali che - cito la legge - sono costituite dalla mancanza di "accorgimenti e segnalazioni che permettono l'orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque e in particolare per i non vedenti, per gli ipovedenti e per i sordi".
Lo stesso contrassegno o simbolo dell'accessibilità di una struttura, una sedia a ruote, contribuisce a trarre in inganno progettisti e direttori dei lavori: "se siamo a posto con le persone su sedia a ruote, abbiamo rispettato la legge sull'eliminazione delle barriere per i disabili", ma si dimentica che ci siamo anche noi non vedenti ed ipovedenti che abbiamo diritto alla qualifica di "disabile", della quale faremmo volentieri a meno, ma che ci pone in condizione di rivendicare l'istallazione dei semafori acustici, delle piastrelle con i segnali tattili e delle mappe a rilievo per la descrizione dei luoghi complessi.
E i mezzi di trasporto non possono essere considerati "accessibili" solo perché hanno - e sono molto pochi - la pedana o l'elevatore, dato che per non essere discriminati, noi ciechi abbiamo diritto agli annunci vocali di prossima fermata e all'annuncio del numero di linea all'esterno della porta anteriore; mentre gli ipovedenti hanno diritto a cartelli segnaletici ben leggibili anche da parte loro. E tutto questo non serve solo ai disabili visivi, ma anche alle persone anziane, ai turisti o a chi ha dimenticato a casa le lenti. .

Chiamateci come volete, ma dateci gli strumenti per essere autonomi e poterci integrare sempre più nei vari settori, scolastico, lavorativo e sociale.
Prof. Avv. Giulio Nardone
(x)

(x) Presidente Nazionale Associazione Disabili Visivi (Associazione Disabili Visivi per la promozione sociale e culturale dei non vedenti ed ipovedenti
fondata nel 1970). www.disabilivisivi.it - e-mail: segreteria@disabilivisivi.it

GdS 10 VII 2005 - www.gazzettadisondrio.it
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