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NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO
di Enrico Galoppini


Riceviamo e pubblichiamo:

“NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO”: PER LE STRAGI AMERICANE BASTANO LE TRE SCIMMIETTE

Tra i mille luoghi comuni che puntellano l’apertura di credito di cui gode il meccanismo della cosiddetta “informazione”, in Italia ve ne sono alcuni di particolarmente sottili, consolidatisi grazie all’abitudine a non porsi domande sulle questioni di fondo, per un più comodo lasciarsi trascinare dal torrente dell’attualità, e quindi ad accettare le cose così come ci è sempre piaciuto sperare che fossero.
Pochi si danno da fare per uscire da questo circolo vizioso, per paura di fare il salto più lungo della gamba e di ritrovarsi senza “certezze” rassicuranti. Ad essere obiettivi, anche chi cerca “informazione alternativa” lo fa per una sorta di gusto ad atteggiarsi a quello che la sa lunga, senza che a ciò corrisponda alcuna realtà esistenziale. Si legge o si naviga per siti “alternativi” per dirsi che si è più furbi degli altri e per disporre di qualche argomento sbalorditivo da sfoderare a cena con gli amici.
Vediamo la questione degli “inviati speciali”, coloro che dovrebbero essere uno di quei fiori all’occhiello che scavano il classico fossato tra professionismo e dilettantismo nei mass media.
La maggior parte della gente è convinta che non appena accade qualcosa d’importante in giro per il mondo, dai giornali e dalle tv che contano - con i soldi che ci spillano tra canone e pubblicità (attenti che paghiamo anche la seconda) - venga sguinzagliato all’istante un branco d’inviati speciali espertissimi e assetati di verità.
Innanzitutto bisogna iniziare a chiedersi che cos’è un fatto importante, meritevole di copertura “informativa”.
Un fatto importante è ad esempio che gli Stati Uniti continuino da mesi a bombardare l’Afghanistan, dopo che Kabul è stata “liberata”. Ma laggiù non c’è alcun “inviato speciale” dall’Italia. Importante nell’importante è che l’altro giorno abbiano fatto fuori in un attimo un bel po’ di gente, parenti e amici, che si era riunita per festeggiare un matrimonio. Ma figuriamoci se da Roma o Milano mandano qualcuno nel sud dell’Afghanistan.
Trenta, quaranta, cento, centoventi: una strage d’innocenti, questo è poco ma sicuro.
Visto che tanto nessuno può opporre smentite, la strage diventa un’occasione per ripassare il condizionale dei verbi ausiliari: “bombardamenti statunitensi avrebbero provocato almeno 120 morti o feriti”, “sarebbe stata colpita per errore una festa di matrimonio”, “un contrattacco americano [loro non attaccano mai per primi, N.B.], con ricorso a B52, avrebbe fatto ‘perdite’ tra i civili”.
Se addirittura della gente ammazzata mentre faceva festa si trasforma in ‘perdite’ (scritto virgolettato), si può finire per raccontare che in fondo tutto è stato inventato di sana pianta!
Gli americani ammazzano solo “per errore”? Mi sta bene, allora mia nonna è un carretto con le ruote, come dicevano dalle mie parti. A Panama vi renderete conto che mia nonna non è un carretto con le ruote.
Stavolta si sono aggrappati alla storia secondo cui qualcuno, sparando in aria come si fa a Napoli, avrebbe traviato un “irriflessivo” pilota americano. Per non parlare di chi ha scritto che “qualcosa non ha funzionato”: ci mancherebbe altro che tutto “funzionasse” mentre si fanno a brandelli famiglie intere.
Se avete buona memoria, vi ricorderete di quando, un paio di giorni dopo la “liberazione” di Kabul, venne trucidata la colonna di capi clan che stava recandosi lì per la Loya Jirga, l’assemblea dei notabili. Anche quella volta Kharzai, il consulente della Unocal impaludato dagli americani con l’abitino panneggiato da “Presidente” dell’Afghanistan, si sbracciò ai quattro venti per rassicurare sull’istituzione di “commissioni d’inchiesta”. Qualcuno ha mai letto i documenti prodotti da quelle “commissioni”? Non è che faceva comodo la scomparsa di quei personaggi?
Ma se in Italia è successo quel che è successo dopo il Cermis, figuriamoci in Afghanistan. Ad “indagare” (vedasi la voce “insabbiare”) ci penseranno i “consiglieri” della base americana di Bagram, intervistati quali testimoni super partes (!) dalla “Cnn-Verità”, i quali hanno escluso che i morti siano più di tre o quattro.
Il giornale di Joseph Goebbels, intervistando i responsabili della Luftwaffe sui bombardamenti delle città spagnole, avrebbe svolto un lavoro più obiettivo.
Che poi i morti siano cento oppure tre o quattro, non ci si dà pena di definirlo: tanto sono ignoranti, barbuti, cenciosi nei loro burqa‘, infidi e turbolenti per natura, mica persone oneste, pulite, educate, sensibili, coscienti di sé, con storie di famiglie e affetti come quelle morte a New York. Lì, poi, chissà con che sbobba stavano gozzovigliando, mica il celeberrimo tacchino del Thanksgiving Day.
Che gli americani non considerino tutti i morti (né civili né militari) allo stesso modo, questo è ormai assodato, se solo si avesse voglia di leggere la politica estera americana senza gli occhiali della retorica hollywoodiana. Ma il fatto grave è che anche molti tra coloro che si nutrono di “controinformazione” si indignano, si sorprendono di quest’atteggiamento spocchioso, sperano in chissà quali “prese di coscienza” da parte degli americani. Eh, ma una volta che ci si mette a fare i numeri uno nell’hit parade dei gusti del (loro) Padreterno puritano bisogna essere coerenti, e gli americani lo sono. Sono semmai i “non prescelti” che – proprio perché non sono affetti dalla fisima dell’“elezione” – sottovalutano questo dato e sperano che questi qua siano recuperabili per un discorso di convivenza pacifica tra i popoli. Almeno nei limiti del possibile, che non sono certo quelli di un endemico stato di aggressione verso l’esterno. Sì perché loro hanno una “missione di civiltà” da compiere e da imporre, altro che discorsi da “anime belle”.
Chi sta al gioco come l’Italia fa “carriera”, ma svende l’anima e perde ogni dignità. E’ per questo che l’Italia sta nel G8 e un colosso come la Cina no. Il regime partitico collaborazionista italiano sa anche quali sono le regole del giornalismo, quindi non manda i suoi inviati dove non deve mandarli perché a fare e a disfare ci pensa lo Zio Sam con la regola delle tre scimmiette, mentre li manda dove è invece bene che ci siano perché devono curare alla perfezione le versioni da diffondere. Come in Palestina, dove incompetenti che non sanno una parola d’arabo rendono familiare la disperazione dei parenti dei morti israeliani nei ristoranti di Gerusalemme e di Tel Aviv. Talvolta saltati in aria mentre festeggiavano un matrimonio.
L’americanizzazione penetra ormai nel profondo dell’anima: facendo mostra di un’ipocrita compassione a comando, gli “inviati” italiani prenotano un cantuccio accanto al Padreterno americano.
Enrico Galoppini

GdS 8 VII 2002

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