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FATTI DELLO SPIRITO: GENOMA OVVERO UGUALI
UOMINI E BESTIE? E POI LA VITA EXTRATERRESTRE
ENORMI PROSPETTIVE SI APRONO PER L'APPLICAZIONE DELLA SCOPERTA MA ANCHE PER PROFONDE RIFLESSIONI 

Il 2001 passerà alla storia come l'anno in cui l'uomo è riuscito a "mappare" se stesso, una scoperta che è sì cosa da addetti ai lavori per la sua complessità, ma che non riguarda solo loro, ma tutti noi. Anzi, più che noi i nostri figli e nipoti. Basti pensare che man mano che si andrà avanti a scoprire la funzione di ognuno di questi geni (per un certo numero lo si è già scoperto) si troverà il modo di intervenire, ad esempio per debellare una serie di gravi malattie. Non solo. Si aprono orizzonti amplissimi con, come ogni novità scientifica e tecnologica, la duplice possibilità d'uso: a fin di bene o per strade dall'esito persino inimmaginabile per i rischi.
CERCHIAMO DI CAPIRE DI COSA SI TRATTA
Siccome pochi addetti ai lavori hanno l'umiltà di spiegare a noi profani le cose, cerchiamo di farlo da soli con linguaggio accessibile anche per chi non ha avuto dalla sorte la possibilità di studiare.
Ogni cellula del nostro organismo è caratterizzata da una specie di carta d'identità biochimica, e cioè dal DNA di cui si parla ormai spesso nella cronaca nera perché basta un capello, una piccola goccia di saliva, un lembo di pelle e quant'altro per identificare l'individuo senza possibilità di errore. Una sorta di evoluzione delle impronte digitali che, come si sa, sui sei miliardi di abitanti della terra sono appunto sei miliardi, tutte diverse.
Il DNA, con una caratteristica struttura a doppia elica scoperta non molto tempo fa (1953), c'è dappertutto, nel nucleo, cioè al centro, di ogni cellula del nostro corpo ed è lo specifico costituente dei nostri 46 cromosomi, quelli che ci hanno fornito i nostri genitori, esattamente 23 il padre e 23 la madre. Si tratta in definitiva del l'eredità che ci hanno dato, quella che determina le somiglianze, la struttura, magari anche qualche malattia che appunto viene definita ereditaria. Una porzione della molecola del DNA si trova in questi cromosomi, ed è chiamata gene.
QUANTI GENI ABBIAMO?
Quanti geni abbiamo?
Fino a poco tempo fa gli scienziati pensavano che in ognuna delle cellule del nostro corpo ce ne fossero almeno 100.000, ma si sapeva poco. Nel 1986 partì il progetto pubblico internazionale HGP (Progetto Genoma Umano) con l'obiettivo di decifrare il genoma umano, vale a dire la definizione della mappa di tutti questi geni, entro il 2005. Se l'obiettivo è stato raggiunto in anticipo è perché nel 1998 si è costituita una società privata, Celera Genomics, con lo stesso obiettivo, ed è dovuto intervenire lo stesso Presidente Clinton per ottenere che i due gruppi si mettessero d'accordo.
Il risultato, con i vantaggi combinati e portati a sintesi, della natura pubblica e dell'iniziativa privata, è stato sorprendente. 
UOMO UGUALE A TOPO?
Non solo in ogni nostra cellula ci sono molto meno geni di quelli che si pensava (fra i 30 e i 40.000 rispetto ai creduti 100.000) ma addirittura c'è il topo che ne ha quasi quanto noi, poche centinaia in meno. E un minuscolo vermetto ne ha più della metà di noi.
Se la prima scoperta, quella dell'entità del nostro patrimonio, è di grossa portata per le prospettive in termini di applicazioni per la vita dell'uomo, la seconda, passata nelle cronache dell'evento sostanzialmente come una curiosità o poco più, è suscettibile di profonde riflessioni.
In un tempo lontanissimo le potenzialità di uomo e topo, ma si potrebbe parlare anche di altri animali, erano uguali sotto il profilo genetico. 
Ha ragione Darwin a ritenere che se io sono davanti ad un computer, mentre dalle cinque casse escono avvolgenti le note di Brahms, a scrivere di un prodigioso ulteriore balzo della scienza, mentre nello spazio sette astronauti stanno lavorando a montare una stazione orbitale, mentre il topo continua come un tempo a rincorrere il cibo uscendo dalla sua tana, questo è frutto di una evoluzione progressiva?
Fisiologicamente sì, e le prime spiegazioni sono che allora, risultando la vita uguale in partenza, è l'ambiente che ha determinato il differente sviluppo. Ma perché allora proprio l'uomo? E in che modo l'uomo? Come è arrivato quel soffio vitale che ha consentito una così enorme differenziazione?
Ci si rende conto che questo può voler dire una seria crisi delle teorie illuministiche e che si apre una riflessione, con grandi prospettive, per la visione spiritualista del mondo e dell'uomo?
LA VITA SU MARTE 
Quasi contemporaneamente un'altra notizia proveniente dalla NASA relativa alla scoperta su un asteroide proveniente da Marte di una passata attività di batteri. Certo, non dei marziani dagli occhi verdi della fantascienza, ma un batterio significa comunque vita, e poi, chi può dire che non sia esistita, data la presenza ormai assodata in epoche antiche di grandi quantità d'acqua e di atmosfera, anche vita superiore organizzata ovviamente in forme diverse dalla nostra. E' infatti la vita che deve adattarsi, e si adatta, alle condizioni esterne, che è pressoché impossibile possano coincidere, su altri pianeti, con quelle della terra (pressione di un'atmosfera, quantità di ossigeno nell'aria e cioè il 20%, temperatura circa tra meno e più 40 gradi centigradi, anno di 365 giorni, giorno di 24 ore, distanza dalla propria stella - con dimensioni e attività di questa -, di 150 milioni di Km, inclinazione dell'asse del pianeta, dimensioni del satellite, campi elettromagnetici intorno al pianeta, strato di ozono, gravità di 9,8 m/sec2, ciclo dell'acqua, ciclo del carbonio, rapporto terre emerse/oceani, vulcanismo ecc. ecc.).
La sostanziale uguaglianza del numero di geni nell'uomo e nel topo indica una sorta di unicità della "vita" sulla terra. Se, come sembra, la vita non è una esclusività del nostro terzo pianeta del sistema solare può prefigurarsi la possibilità di unicità della "vita" in assoluto e non soltanto sulla terra.
E torna quindi la riflessione sul "soffio vitale".
Costituisce ancora un mistero l'origine dell'universo, con la ricerca di ulteriori conferme della teoria del big-bang, il modello che vuole l'universo nato con l'esplosione iniziale, da cui l'interrogativo: "ma prima"?
Se mistero resta per la materia, che dire dello spirito, di questo "soffio vitale"?
Per alcuni è motivo di fede. Per gli altri, per coerenza adottando lo stesso metodo scientifico che usano per la materia, come negarne a priori l'esistenza?
Socrate, ricordiamo, definiva saggio colui che sapeva di non sapere…
a.f.
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