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Il disimpegno di Gaza è fumo negli occhi?
di
Maria de Falco Marotta

    

C'è stata e c’è talmente una grancassa dei media alimentata dal governo israeliano e un così enorme sforzo di analisti politici internazionali per battere sul tamburo della comprensione per il “doloroso” dislocamento di coloni da Gaza (il 2% della popolazione di coloni), che oggi molte persone si chiedono il perché di questo evento.
Vi sono alcune domande da porsi: chi sono questi coloni e perché furono portati là in primo luogo?
Israele sta lasciando Gaza realmente o sta cambiando soltanto tattica, occupandola fuori piuttosto che da dentro?
Gaza diverrà una grande prigione all’aria aperta con la sua popolazione tenuta in ostaggio perché Israele controllerà il suo spazio aereo, le naturali risorse, e l’accesso? Le risposte possono turbare.
Pertanto, molti intellettuali, soprattutto americani, credono che questa manovra tattica non può indebolire ma piuttosto fortificare il Progetto Sionista (a tale proposito, un libro tradotto in italiano è illuminante: Jakov M. Rabkin, Una minaccia interna, ombre corte, Verona 2005).
Il progetto Sionista non è approssimativamente 8000 coloni che vivono fra 1,3 milioni di palestinesi (soprattutto i rifugiati) in una piccola striscia di deserto chiamato Gaza; è su milioni di ebrei che sono raggruppati nel mondo favorevoli alla rimozione dei palestinesi nativi dalla maggior parte della terra di Palestina.
Ariel Sharon e Dov Weisglass ed altri chiaramente pronunciarono questo: massima terra per immigranti ebrei, minima per palestinesi nativi. I risultati sono prevedibili: ci sono 4 milioni di immigranti ebrei e ci sono ora 6 milioni di rifugiati palestinesi in altri posti. Quelli rimasti sono relegati nella "terra natia" in un schema simile a quello che fu tentato in Sud Africa con la segregazione razziale.
La striscia di Gaza è soltanto un pezzo della “terra natia”. Le poche migliaia di coloni illegali a Gaza non sono che una nota in calce a questa storia nella quale si sta svolgendo molto più drammaticamente quella di West Bank.
West Bank e Gaza furono occupate nel 1967 e rappresentano i 22% della Palestina storica non occupata nel 1948-49.
Questi 22% sono territori del tutto illegalmente occupati secondo la legge internazionale. I 450,000 coloni della West Bank (inclusa Gerusalemme) e gli 8,000 coloni della striscia di Gaza sono illegali e sono in violazione delle convenzioni di Ginevra.
Essi attraverso incentivi del governo israeliano furono invitati a vivere su terre palestinesi, rubando, così, risorse palestinesi e partecipando ad un’oppressione violenta e brutale dei nativi.
Israele sta trasferendo una piccola minoranza di questi coloni da Gaza (molti con mani sporche di sangue) al Negev dove finiranno per spostare più Palestinesi (cittadini beduini d’Israele) o vivendo sulla loro terra , mentre molti sono ancora nei campi per rifugiati a Gaza.
Ogni colono troverà $300,000-$800,000., con il contributo degli Stati Uniti.
Mentre il “Gaza smokescreen” (lo scenario fumoso) è usato a vantaggio dei media al massimo, Israele sta consolidando la sua presa su Gerusalemme e le altre aree occupate nel West Bank.
Il “circo” dei media è stato storicamente lontano dal menzionare la pulizia etnica del popolo palestinese. Nessun bus di giornalisti venne a guardare come 530 villaggi palestinesi e città furono distrutti e rimossi dalle mappe israeliane. Molti Media degli Stati Uniti (in Italia sì?) non hanno mostrato le foto dell'espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi nativi (a prova di ciò si può visitare http://Palestineremembered.com). Tutti i governi israeliani hanno rifiutato le richieste della legge Internazionale per rimpatrio e la compensazione per i rifugiati. Le macchine fotografiche piuttosto si concentrano su estremisti che disputano con i soldati dell’occupazione israeliana, mentre Israele continua a costruire il muro della segregazione razziale illegale che sta creando i grandi campi di concentramento per i palestinesi in modo crescente per aumentare la disparità.
Vi è una copertura dei media che va dagli Stati Uniti al resto del mondo a causa di redattori comprensivi verso il Sionismo o è a causa dei palestinesi che hanno la pelle marrone, mentre i coloni ebrei ashkenaziti europei ed americani l’hanno bianca?
È più facile simpatizzare con un colono che deve lasciare Gaza perché parla in un inglese scorrevole e ci piace, oppure con i soliti palestinesi presentati sempre come ignoranti e scansafatiche?
I media si sono mai preoccupati di mostrare un cristiano palestinese o un nativo musulmano che non possono visitare anche ora la loro terra dietro a muri e recinti?
Ciò farebbe porre una domanda sulla natura di Israele come un stato ebreo.
Israele non si definisce un Paese dei suoi cittadini ma di “persone ebree dappertutto”. Nessun altro Paese si riconosce come un Paese per membri di una particolare religione (incluso convertiti) ovunque essi vivono.
Il risultato è che quella terra presa ai cristiani e musulmani è stata data ai coloni come una “legge di proprietà di assente” e “legge ebrea di ritorno”.
Immigranti sionisti e nuovi coloni si stabiliscono su terre palestinesi bene ammaestrati in concetti di messianico riscatto della terra dagli “squatters”(gente che non fa niente).
Questa logica ha giustificato le atrocità commesse quotidianamente contro i palestinesi nei 57 anni passati.
La resistenza palestinese era prevedibile come lo fu la resistenza algerina alla colonizzazione francese.
Anche la comprensione pubblica musulmana e la comprensione delle persone oppresse sono state dappertutto prevedibili.
Israele sta richiedendo aiuti per sostenere il problema del “disimpegno” mentre invece gli servono i soldi per il suo progetto coloniale nella West Bank (inclusa Gerusalemme). Se il pubblico americano è informato, come del resto anche gli altri cittadini di Nazioni diverse, che si dà ad Israele più che all’Africa sub-sahariana, all’America Latina, e all'America Centrale messe insieme, si dovrebbero allarmare fortemente.
Se informati su questo conflitto, bisogna insistere decisamente che ogni aiuto ad Israele sia connesso alla realizzazione della legge Internazionale, incluso lo smantellamento del muro di segregazione razziale (recentemente giudicato illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia), permettendo il ritorno dei rifugiati alle loro case e terre. Rifiutando la segregazione razziale ed avanzando nei diritti umani così universali, ci metterebbero fermamente sulla strada di una pace durevole.
La Giustizia per i palestinesi è uno dei più importanti passi per proporre l’armonia e la pace nel nostro mondo agitato (Cfr. : http://www.qumsiyeh.org/onthegazadisengagement/).

N.B.  La questione Israele- palestinesi non va considerata da un solo punto di vista. Per tale motivo, ho ritenuto più pertinente tradurre liberamente un articolo di Mazin Qumsiyeh (di cui ho presentato tempo fa una mia intervista) e cui seguirà un’intervista ad uno storico.
Mazin è’ un genetista ed attivista dei Diritti umani. Ha un curriculum che fa spavento, tante sono le cose che fa.
Mi limito ad indicare qualche sua carica:
- Ex-President of the Middle East Genetics Association.
http://info.med.yale.edu/genetics/clinical/lab_services/mega
- Media Coordinator, Arab American Anti-Discrimination Committee in North Carolina, Won the Jallow activism award from ADC national in 1998
- Cofounder and ex-national treasurer and ex-media coordinator of Al-Awda, the Palestine Right to Return Coalition (see http://al-awda.org).
- Cofounder of the http://AcademicsFor Justice.org and http://BoycottIsraeliGoods.org campaigns.
- Organizer and ex-treasurer for the Wheels of Justice Tour http://justicewheels.org
- Vice President of the Middle East Crisis Committee http://TheStruggle.org
- Founder and president of the Holy Land Conservation Foundation
- Coordinator with others for the Oral History Project http://www.palestineremembered.com/oralhistory/
- Member of a number of human rights groups (Amnesty, Peace action, Human Rights Watch, ACLU etc.).
Maria de Falco Marotta

GdS 20 VIII 2005 - www.gazzettadisondrio.it
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