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I Bambini muoiono
di Valerio Dalle Grave

Non é il caso di rivedere  il nostro trend e il nostro modello di consumi?

Si sente sempre più spesso dire che la situazione italiana è difficile e complessa; che ci stiamo impoverendo, che stiamo diventando un popolo di meticci, che sempre più veniamo contaminati da culture a noi estranee.
La nostra classe dirigente, ormai in campagna elettorale, sta alimentando polemiche sui matrimoni gay, sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, sulla tutela o meno dell’embrione, eccetera. Non parliamo poi degli strascichi lasciati dai risultati del recente referendum sulla fecondazione assistita.
Aspre polemiche ammantate di ideologismo fasullo e propagandistico tra laici e cattolici, hanno sviato e continuano a sviare l’attenzione della gente su questioni molto secondarie rispetto ai problemi veri che invece meriterebbero di essere meglio conosciuti da tutti e più diffusi dai mass-media, perché interessano tutti e perché tutti in qualche modo ne sono vittime o ne portano delle responsabilità.
Che fa da sfondo alla situazione politica - economica - sociale italiana ed europea è diventato, ormai da qualche anno, il fenomeno dell’immigrazione. L’Italia e l’Europa del XXI° secolo stanno diventando per i Paesi del terzo e quarto mondo, quelle che furono per l’Europa le Americhe e l’Australia all’inizio del secolo scorso, quando milioni di europei per sfuggire alle persecuzioni, alla miseria e alla fame, abbandonarono le loro contrade per cercare nuovi lidi che garantissero loro migliore sopravvivenza.
Quindi l’immigrazione è diventata il problema dei problemi, perché porta con se una serie di conseguenze collaterali tra cui il terrorismo ad opera dei fondamentalisti islamici, spesso aggravate da situazioni di emergenza, difficilmente riscontrabili nel costume e nella cultura dominante, sia in Italia che in Europa.
E sono proprio queste “conseguenze collaterali” che in qualche modo fomentano le tensioni nei rapporti tra fazioni politiche. Tensioni che, per la loro sensibilità sociale e per le misure di sicurezza che richiedono, comprese alcune restrizioni alle libertà personali, trovano terreno fertile nell’opinione pubblica in generale.
Nei dibattiti ufficiali, dicevo poc’anzi, si parla d’altro; si parla di quisquilie legate esclusivamente alle crisi interne al nostro modello di vita; si discute cioè di sofismi nel tentativo di spiegare i distinguo che differenzia l’uno o l’altro schieramento. Nessuno, per amore di parte, indugia sulla gravità della crisi che l’Europa e tutto l’occidente sta attraversando e nessuno si sbilancia con proposte coraggiose per avvertire l’opinione pubblica che se non cambia rotta; se non tenta di “cambiare il modello di vita”, fatto di individualismo e consumismo esasperati; alimentato da egoismi con venature sempre più esplicite di xenofobia quando non di razzismo, rischia di precipitare nel baratro della dissoluzione.
L’occidente infatti (per occidente intendo il club dei paesi più ricchi: [G8]) non può continuare a restare insensibile nei confronti di 843 milioni di persone che soffrono in continuazione la fame; di un miliardo e 300.000 che sono costretti a vivere con meno di un dollaro al giorno (dati ONU pubblicati il 12 settembre 2005), mentre da noi si continua a produrre migliaia di tonnellate di rifiuti per eccesso di consumo.
Tanto meno può continuamente chiudere gli occhi di fronte al fatto che più di 12 milioni di persone, secondo i dati del rapporto dell’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) esaminato a Torino il 19 maggio 2005, sono coinvolte in lavori forzati, schiavitù e sfruttamento umano.
Circa 360.000 persone sul totale di 12,3 milioni si trovano dentro i confini dei Paesi più ricchi, tra cui il nostro. Ma c’è di più. Di queste 360.000 persone, il 75% (270.000 circa) è vittima del traffico illegale di esseri umani impiegati nel lavoro nero anche nostrano e di queste, più della metà sono state costrette allo sfruttamento sessuale commerciale.
Infine, ma non come problema residuale, vale la pena menzionare i circa 300.000 minori, cosiddetti “bambini soldato”, impiegati nei teatri di guerra in Africa e in Asia; rapiti alle loro famiglie, abusati sessualmente, terrorizzati, drogati per poter uccidere chiunque, persino i propri famigliari. Di fronte a tutto ciò viene da chiedersi se non sia il caso di rivedere alla base il nostro trend e il nostro modello di consumi.
Spesso, molto spesso, noi usiamo scarpe, indumenti, articoli sportivi, articoli tecnici, giocattoli, provenienti da Paesi in cui si pratica la schiavitù e non si rispettano i più elementari diritti umani. Altrettanto spesso, come capita per i Paesi dell’Africa, sotto forma di aiuti umanitari noi forniamo armi ai signori della guerra che, per arricchirsi personalmente e detenere il potere le impiegano in atti di distruzione e morte e per togliere a migliaia di esseri umani il diritto di essere bambini.
Un affare colossale denuncia sempre l’OIL, che genera un volume d’affari stimato intorno ai 52 miliardi di dollari. Più della metà di questi guadagni sono realizzati nei Paesi più ricchi del mondo.
A questo punto c’è da chiedersi fino a quando noi saremo in grado di difendere il nostro paniere ben fornito chiudendo gli occhi di fronte a questi scempi e fino a quando saremo in grado di sopportare le conseguenze di questo colossale peccato di omissione che ci verranno inesorabilmente scaricate addosso se non pensiamo già da ora ad impostare un modello di sviluppo alternativo. Quei bambini ci guardano!!!
Valerio Dalle Grave

GdS 20 IX 2005 - www.gazzettadisondrio.it
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