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I racconti di Cristina:
11 - Gita Scolastica Numero TRe.
Miniere di Bex – Montreux – Chateau de Chillon
di Cristina Cattaneo

Costa poco il sale, nemmeno un franco al chilo

Costa poco il sale, nemmeno un franco al chilo. In Italia costa ancora meno, ma in Italia c’è il mare. Come mai costa così poco anche in Svizzera, dove si pagano anche le lacrime che si piangono? Da dove arriva il sale svizzero?
Non è sempre costato poco il sale. Una volta si pagavano anche forti tasse sul sale. Una volta era così prezioso che nella poverissima Russia all’ospite si offriva pane e sale, perché l’ospite era sacro.
Il sale è presente anche nella tradizione popolare, in detti e proverbi. E’ simbolo di saggezza.
Non so se siano state combattute guerre per il sale, certo è che i luoghi dove c’erano giacimenti o miniere di sale erano spesso oggetto di contenzioso fra i vari stati.
Come le miniere di Bex, in Vallese, che nei secoli scorsi sono state contese dai vari cantoni. Ed è proprio alle miniere di Bex in Vallese che abbiamo deciso di recarci in gita scolastica con le quarte medie l’anno scorso. Anche se per me l’idea di una gita scolastica è sempre un incubo, sono stata almeno contenta della scelta della destinazione. Avrei visto qualcosa di nuovo. Gli accompagnatori sarebbero stati i gentili colleghi Trevisan e Scanu, con l’immancabile Don Fausto.
Oltre alle miniere di Bex avremmo visitato St Maurice, una stretta gola con antichissimo ponte e abbazia al confine fra Vaud e Vallese dove dei buoni frati tengono da sempre una preghiera perenne in memoria della “ legione tebana” guidata da Maurizio, soldato romano ma cristiano dichiarato, e fatta decimare dall’imperatore Massimio in seguito al rifiuto da parte dello stesso Maurizio di colpire altre popolazioni cristiane della zona.
Avremmo pernottato a Montreux e visitato il Castello di Chillon la mattina dopo.
Bene, questo il programma. Non ci restava che scrivere le circolari, prenotare visite e albergo.
Inizio giugno. Nevicate tardive sulle alpi. Non si può percorrere la strada della Novena, ma dobbiamo seguire l’autostrada. Sorprende sempre la lunghezza dei viaggi in Svizzera, paese così piccolo, dove le distanze in linea d’aria sulla carta sono solo di pochi centimetri. Ma, ma ci sono le montagne, quindi salite, curve, gallerie, strette gole, ponti, cascate, discese e ancora salite e gallerie.
Il tempo migliora per consentirci di consumare la nostra colazione al sacco sul prato di un organizzatissimo autogrill non lontano dal lago Lemano.
Scanu, Don Fausto ed io siamo sorpresi dalla previdenza di Trevisan che tira fuori dal suo zaino un cavatappi, un coltello, una bottiglia di vino senza etichetta, quindi prodotto da lui, una bella pagnotta di pane nero, oltre ad un invitante pezzo di formaggio di montagna e mette tutto a disposizione dei suoi stupiti colleghi.
Persona interessante Trevisan. Buono e generoso. Colto, laureato in filosofia, non ha però rinunciato alle nobili tradizioni contadine ed è saldamente legato al suo paese, M.. E’ al Collegio di M., infatti, che l’avevo conosciuto, anni fa. E’ al Collegio di M. che ha dedicato buona parte della sua vita professionale e dei suoi studi, scrivendo anche un libro sulla presenza dell’ordine dei padri del collegio colà. Di poche parole, non riesco mai ad avere lunghe conversazioni con lui, anche se mi piacerebbe rubargli un po’ della sua scienza. L’ho sorpreso in pullmann che leggeva delle preghiere in latino. Mi ha confessato di non aver studiato greco a scuola ma di averlo imparato da solo per leggere i Vangeli. Quando gli ho chiesto come facesse ad avere una fede così profonda, così onesta, lui ne ha dato il merito anche alla moglie, che si dedica da sempre alla cura dei meno fortunati. Per consolarmi mi ha detto che anch’io sono buona, insegno infatti in una scuola retta da religiosi da tempo. Chissà.
Ha pensato anche al dessert, Trevisan. Dal suo magico zaino estrae infatti una ciotola colma di fragoline di bosco, piccole piccole, con un profumo ormai dimenticato.
Grazie, gli diciamo, ma come si fa a ricambiare tanta cortesia?
Seconda tappa a St Maurice. Visita veloce all’abbazia. Vendramin e un paio di altri ragazzi hanno paura ad entrare in chiesa. Sono fans di Eminem e altri cantanti pseudo satanici. Quand’ero piccola io ci avevano insegnato a farci il segno della croce e a gettare un po’ di acqua santa su presunte presenze sataniche. Dovremmo provare. Consiglierò a Don Fausto di aspergere con acqua santa i dischi e le cassette di canzoni sataniche nonché i vari gadget con simboli occulti. Forse si scioglierebbero, come le lumache senza guscio quando le si copre di sale. Poverette.
Sosta in questo antico villaggio. Povero per essere svizzero. Stupisce la presenza di ateliers di artisti e artigiani, calzolai, sarti e pasticceri.
Trevisan, come sempre generoso, offre il gelato a tutti.
Krizia ed Emilia vedono un palloncino colorato. Si divertono molto a schiacciarlo con i piedi per farlo scoppiare e ci riescono con grande soddisfazione, ma ecco che appare una signora inviperita, madre del piccolo proprietario del palloncino che le redarguisce severamente. Ottimo esercizio di francese. Vado a comprare un giornalino con allegato gadget e dico di offrirlo al bimbo in segno di scusa. Bimbo che ha smesso di piangere e continua con gusto a mimare col piede il gesto di schiacciamento di palloncino. La madre accetta il dono.
Di nuovo sul pullman, arriviamo al sito delle miniere, in mezzo a un bosco. Da fuori non si vede niente.
Abbiamo prenotato una visita guidata. Ci accoglie una guida esperta, un giovane plurilingue, che sa come parlare ai ragazzi. Ci dice che dovremo entrare nella miniera, guardare delle diapositive per poi salire su un trenino e addentrarci nel profondo della montagna. Trevisan è preoccupato, soffre di claustrofobia, non sa se partecipare alla visita dentro gli stretti cunicoli scavati nella montagna. Alla fine si decide e viene con noi.
Io credevo di vedere il sale sotto forma di cristalli, come il sale grosso per intenderci, attaccato alla roccia, e credevo anche che bastassero mazza e scalpello per raccoglierlo in grandi secchi. Niente di tutto ciò, ci spiega la brava guida. Il sale si trova nell’acqua, occorre quindi raggiungere le falde, far sgorgare l’acqua, raccoglierla, scaldarla e farla evaporare per avere la preziosa polvere. Un gran lavoro. Coi secoli l’acqua salata è scesa sempre più in profondità, e gli uomini l’hanno rincorsa, come tarli di un mobile, sempre più giù, sempre più giù.
Dopo la presentazione siamo saliti su un trenino, da far invidia a Disneyland e Gardaland e via! Chilometri dentro queste strettissime gallerie. Per fortuna c’è luce, artificiale naturalmente, e abbastanza aria, anche se fa caldo. Trevisan sembra star abbastanza bene. Ci fermiamo in una grotta, diamo qualche leccatina alle pareti e ammiriamo qualche stalattite – o stalagmite? che pende dal soffitto. Accenna, la nostra guida, al grisù, il terribile gas che si forma nelle miniere. Sembra che una volta i minatori si portassero dietro delle creaturine, topini, uccelli, per riscontrare la presenza del gas. Se queste svenivano o morivano voleva dire che il gas c’era.
Non ci ha detto la nostra guida quale sia stato il tributo in vite umane pagato dalla miniera di Bex per rifornire di sale la popolazione. Non bisogna turbare i ragazzi.
La visita è stata un successo. Usciamo, con qualcosa in più, e respiriamo volentieri l’aria del bosco.
Si è rimesso a piovere. Non importa, siamo al coperto nel bus.
Montreux è una località amena sul lago Lemano. Gli alberghi sono grandi, grand hotel appunto, chiari, con balconi fioriti, facciate fin de siècle molto ornate, tende da sole colorate, abbaini che si affacciano alle mansarde. Tutto un po’ fuori tempo. Lo scenario, la passeggiata sul lago con piante esotiche, chioschetti liberty, padiglioni per la musica, si adatta di più a signore agghindate con merletti e crinoline, larghi cappelli, ombrellini da sole, che non a ragazzi in jeans coi capelli a punta, collari al collo, borchie dappertutto o a ragazzine con ombellico al vento, orecchie e nasi trapanati e pantaloni sotto i piedi. C’è forse ancora qualche carrozza, che mal si addice al traffico caotico del lungolago.
L’albergo, forse si chiama Bellevue, forse Parc au Lac, è gradevole, ingresso con pavimento in marmo, alcuni oggetti preziosi in una nicchia, balconi con ringhiere liberty, camere con tappezzerie e tende di cretonne fiorato, poltroncine, tavolini di cristallo, rubinetti in ottone. Ambiente ideale per una “spinster” inglese, che sta facendo il grand tour in Europa con la nipote. Il proprietario, un anziano siciliano, ex-allievo salesiano, ci osserva terrorizzato.
Noi cerchiamo di fare del nostro meglio per tenere a bada a ragazzi, fuori, sotto la pioggia, prima di farli entrare e assegnar loro la camera. Non ci riusciamo, è il caos più totale. Il proprietario, abituato alla discrezione e alla voce bassa delle zitelle inglesi, sembra stia per avere un infarto. Don Fausto è preoccupatissimo perché le stanze sono distribuite su tre piani diversi in due ali del fabbricato, difficili quindi da controllare. Voglio stare con Emilia, io voglio stare con Claudia, no, io non voglio stare con la Giovanna, non è giusto! Tutti vogliono assolutamente stare con l’amico del cuore. Nessuno vuole stare con Amalia o con Gigi.
Cinque minuti in camera per rinfrescarsi. Pronti di nuovo per la cena.
Strano il locale scelto per la cena, una specie di self service orientale, totalmente disorganizzato, ormai post-moderno, troppe luci colorate al neon, inospitale e squallido. Mangio qualche schifezza, né orientale, né europea, ma non importa, mangerò meglio domani a casa. I ragazzi tutti contenti in grandi tavolate schiamazzanti. Grandi bicchieri di Coca Cola, piattoni di patatine fritte, gelati. Dieta ideale. Per fortuna il servizio è lento, i ragazzi tirano abbastanza in lungo.
Piove che Dio la manda.
E adesso cosa facciamo?
C’è un locale lì vicino, al primo piano, piuttosto buio, con musica e qualche videogioco, frequentato per lo più da giovani orientali. Dovrebbe essere vietato l’ingresso ai minori di diciotto anni, ma ci accordiamo col proprietario che ci consente di portar lì i ragazzi. I quali ordinano tranquillamente dei cocktail e cominciano a bere. Trevisan chiude tutti e due gli occhi e gli fa compagnia. Non sopportando il fumo io preferisco scendere e stare all’ingresso a controllare che nessuno scappi. Ogni tanto torno su e vedo qualcuno che gioca, qualcuno appartato con la sua bella, altri un po’ inebriati.
Il locale comincia a riempirsi di altra gente, molto diversa dai nostri ragazzi, così usciamo.
E’ bello il lungolago, facciamo una passeggiata! Sì, certo, ma continua a piovere. Quando tutti sono zuppi decidiamo di rientrare e affrontare l’ordalia della notte. Un professore per piano, Don Fausto nell’altra ala, separata in modo ermetico dalla nostra, con un gruppo di ragazzi.
Trevisan e Scanu sono stanchi, hanno sonno e si ritirano.
C’è un problema con la Morena, mi dicono le sue compagne di stanza. Ha bevuto troppo. Non può stare con noi. Bene, può dormire con me. Cedo la mia bella stanza singola a una ragazza affidabile e cerco di convincere Morena a spogliarsi e andare a letto. Va a letto ma non si spoglia. Straparla, dice cose strane. Dice che sua sorella è più brava perché non si è mai fatta una canna. Mi racconta anche di un nostro ex-allievo, tale Battacchi, che è così bello, ma ogni tanto ruba, è stato anche denunciato. Poi si addormenta.
Mi sembra che siano tutti a posto. Faccio un giro veloce, auguro la buona notte, mi prendo due aspirine per il tragico mal di testa che non mi abbandona e me ne vado a letto. E dormo anche, per un’oretta.
Mi sveglio, con la testa che batte, per il gran silenzio. Esco, busso alla camera vicina, Silenzio. Busso a un’altra porta, silenzio. Provo ad aprire, letti disfatti ma non c’è nessuno. Allora vado a prendere la lista con i nomi e la disposizione dei ragazzi nelle stanze e comincio sistematicamente a fare un giro. Mi sento molto kapò, ma è necessario. Entro in una stanza, tre ragazzi tutti vestiti. Ma cosa ci fate ancora alzati alle due di notte. Parliamo di politica. Quante palle, andate a letto. Stanza di Christian e Andrea, quasi non si entra per il fumo. Aprite le finestre e andate a letto. E qui chi ci sta? Tre fanciulle. Veramente sul foglio c’è scritto che qui ci dovrebbero essere Luisa, Marta e Lucia. Tornate immediatamente nella vostra stanza. Aprite, sono io. Chi io? Colombo. Due ragazze che non c’entrano, fare sospetto. Entro nel ruolo del detective, apro un armadio, per curiosità, oh ciao Lorenzo, come mai da queste parti?
Faccio il giro di tutte le camere, apro tutti gli armadi, trovo gente nascosta sotto i letti, nelle docce, negli armadi, sui balconi.
Oh guarda, non siete nella vostra stanza. Beh, veramente, mah, sa. Andiamo a vedere chi c’è nella tua stanza. Scoop formidabile, Samanta, la più brava della classe, con Ottentotti, non l’avrei mai detto! Faccio minacce terribili, e faccio anche finta di crederci. Torno un momento in camera.
Sembra tutto tranquillo. Dopo un quarto d’ora riparto velocissima per un altro giro, qualcuno sembra essersi calmato. Oh, scusatemi tanto, sono ancora io. Trascino alcune irriducibili in mutande giù per le scale sotto la minaccia del mio mitra virtuale.
Torno a letto. Basta, mi sono stancata, prendo mezza pastiglia di sonnifero e chiudo gli occhi, non ne posso più, al diavolo tutto e tutti.
A quanto pare, come mi ha raccontato il mattino dopo un ragazzo che era nell’ala di Don Fausto, durante la notte brava la rete di telecomunicazioni, anzi della telefonia mobile, non ha mai smesso di funzionare. Aveva infatti ricevuto parecchi messaggi che denunciavano la mia presenza ubiqua nelle stanze. La Colombo è dappertutto, diceva un messaggio. Non è possibile, aveva risposto lui, di Colombo ce n’è una sola! Sembra anche che nell’ala di don Fausto non sia stato tutto così tranquillo. Ci sarebbero stati disperati tentativi di evasione, anche dalle finestre. A quanto pare i malcapitati, dopo essersi arrampicati su per il muro, proprio mentre stavano per scavalcare il davanzale, si sono trovati don Fausto ad aspettarli. E’ così che il buon Rocco, futuro forestale, si è guadagnato l’appellativo di Spider Rock.
Tutti tranquilli la mattina dopo a colazione, anche se con gli occhi un po’ cerchiati.
Troppo bello per essere vero. Proprio mentre stavamo uscendo, Krizia, che voleva raggiungere la compagna Emilia di corsa, prende una scorciatoia e travolge un tavolino facendo cadere un bellissimo vaso di cristallo Art Déco. Cerco di confortare il disperato proprietario che in lacrime ci dice che era un prezioso ricordo della sua povera moglie. Gli dico, stia tranquillo, senz’altro la ragazza è assicurata, non si preoccupi. Sì, sì, so che lei mi aiuterà. Era così bello quel vaso!
Purtroppo non ho potuto far nulla. Krizia non era assicurata e il padre ha fatto finta di niente. Ho chiesto a Passerini, ma non ha più saputo niente nemmeno lui. Speriamo che il nostro economo, buon salesiano, l’abbia aiutato tramite l’assicurazione della scuola.
E così sono sopravvissuta anche alla gita numero tre, ringraziando il cielo. Il secondo giorno infatti va, automaticamente. Siamo tutti più rassegnati, stanchi e contenti di tornare a casa.
Ma l’anno prossimo? Quali altre esperienze tremende ci aspettano? Ne vale la pena?
Cristina Cattaneo

GdS 30 X 2005 - www.gazzettadisondrio.it
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