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I racconti di Cristina:
Non è poi così lontana Samarcanda…

di
Cristina Cattaneo

Racconto in tre puntate (di seguito)

Non è poi così lontana Samarcanda - 1
Ho comprato un povero quaderno con carta grigiastra, copertina inconsistente di un verde sbiadito dal sole. L’ho comprato su una bancarella in una strada di Bukhara, che lo esponeva insieme a due saponette, qualche paio di calze, alcuni pacchetti di sigarette e altre misere cose.
Già l’anno scorso in Russia avevamo notato la costante carenza di carta. Qui è peggio. A Nukus, desolata “capitale” della “Repubblica Autonoma del Karakalpakstan”, per intenderci la regione del lago d’Aral, la carta igienica dello squallido albergo è quasi come la carta vetrata che usano i falegnami.
Fosse solo quello. Ho comprato un piattino come ricordo e il ragazzo che me l’ha venduto l’ha avvolto in un bel pezzetto di tela bianca. Non ho visto un solo giornale e nemmeno un giornalaio da quando sono qui. Né in russo né in uzbeko, niente. Stasera, vigilia della festa nazionale, 14° anniversario dell’indipendenza dall’Unione Sovietica, alla televisione si vedono solo i due canali uzbeki, con l’onnipresente dittatore Karimov che inaugura stazioni fantasma, scintillanti palazzi vuoti, enormi teatri, anch’essi vuoti.
Noi sappiamo che sono vuoti perché quando lui e la sua cricca si muovono tutta la città è bloccata. Ad ogni incrocio poliziotti come formiche – ma inoperose – fermano tutte le macchine e vietano di percorrere le strade volute. Due o tre camion messi di traverso – sono tutti viali molto larghi –ne bloccano l’ingresso. L’idea è geniale perché, quando a qualche raccomandato viene concesso di passare, il camion fa marcia indietro e libera per un momento la carreggiata. Il nostro autista all’arrivo a Samarcanda ha dovuto mostrare i documenti, dire da dove venivamo e dove eravamo diretti. Solo dopo una telefonata di controllo all’albergo abbiamo potuto proseguire.
Di posti di blocco ne abbiamo incontrati tanti. Addirittura, mentre ci stavamo dirigendo verso quello che una volta era il lago d’Aral e che adesso è quasi un deserto con barconi abbandonati nella sabbia e la disperazione rassegnata negli occhi dei pochi abitanti rimasti, uno zelante poliziotto ha voluto vedere tutti i nostri passaporti e non riuscendo a leggere i caratteri latini ha preteso che Zita – la nostra guida – li ricopiasse in cirillico, uno per uno. Forse non era obbligato, ma lì sono così rari i passanti che non si è lasciato sfuggire una così ghiotta occasione di distrazione.
Il lago d’Aral fino a pochi decenni fa era il mare uzbeko, Moinak, dove ci siamo fermati, un’amena località di villeggiatura, con impianti per la conservazione del pesce e persino un cinema -teatro.
Poi, forse anche per cause naturali, ma soprattutto a causa del selvaggio sfruttamento della regione con la monocultura intensiva del cotone e l’uso scriteriato di pesticidi, concimi chimici ed anticrittogamici, il lago ha cominciato a ritirarsi ad un ritmo impressionante, lasciando il posto ad un deserto “bianco”, micidiale miscuglio di sale ed agenti chimici.
In questo villaggio, dove rimangono ancora vecchi cartelli arrugginiti che mostravano con orgoglio l’appartenenza all’impero sovietico, siamo andati in pellegrinaggio al povero, disperato “museo” che testimonia del degrado attuale e del passato benessere della regione. Abbiamo chiesto chi fossero tutti quei bambini ritratti in un enorme poster. Sono i bambini della zona curati da “Medici Senza Frontiere” a causa della loro salute a rischio. Situazione “precancerosa” viene definite. Veleni nella terra e nell’acqua. Genitori alcolizzati. Adesso i bambini sono in vacanza. Ne incontriamo un gruppetto intorno alle barche abbandonate nel deserto.
Sembra una scena dal “Signore delle Mosche” di Golding.
C’è il capo, il sottocapo, il piccolino, il buono e il meno buono, i piccoli e i più grandicelli. Tutti maschi. Tutti vogliono guardare dal binocolo di Nando, Tutti vogliono mettersi in posa per una foto e vederla sul piccolo schermo dell’apparecchio digitale. Mi dicono i loro nomi. Ripassiamo i numeri in inglese e in russo. Ridiamo insieme. Uno è particolarmente interessato, vuole sapere più parole in inglese e in italiano. Chiede, vuole sapere, sorride fiducioso. Che futuro avrà questo ragazzino? Il più grande non è così intelligente, lo vedo a rischio. Ma suo è il sorriso che ci commuove di più quando distribuiamo le automobiline e le piccole motociclette che abbiamo portato apposta per loro. Non è bello infatti offrire soldi a bambini, meglio un piccolo dono.
La visita al cimitero delle barche e a quel piccolo mondo si è conclusa. Ci aspettano duecento chilometri di strada sconnessa, con troppe buche, attraverso un paesaggio piatto, cosparso da ciuffi di un rosa intenso.
Sembra infatti che il tamerice sia l’unica pianta che prospera in quel terreno sabbioso e salato. Non lo sapevo, ma in altre zone del mondo è considerata una pianta infestante perché succhia litri e litri d’acqua al giorno, proprio come il cotone. Peccato perché è un arbusto molto bello, fiorito anche in agosto, che rende la steppa desertica una macchia costellata di cespugli di un rosa intenso.
Per fortuna gli alberghi delle tappe successive non saranno squallidi come quello di Nukus, probabilmente costruito in epoca sovietica con profusione di marmi ed ampie stanze, ma che da allora non è stato più pulito e riparato. Certamente i caravanserragli della via della seta erano più accoglienti e i viaggiatori più interessanti dei pochi ubriachi presenti. Inutile entrare qui in descrizioni dettagliate, accontentiamoci di dire che mio papà, usando un eufemismo, l’avrebbe definito “délabré”.
Ma,” non si può sempre perdere”, dice il solito proverbio cinese, ed ecco che dopo tutte queste deprimenti esperienze l’indomani abbiamo la piacevole sorpresa di visitare uno splendido museo storico, etnografico, ma soprattutto di arte moderna. A Nukus, mi si chiederà, come mai?
Per una di quelle felici ma rare coincidenze a Nukus fin dagli anni della guerra era arrivato uno studioso russo che si era letteralmente innamorato della zona, per la sua storia, per i suoi siti archeologici, per la sua gente, e che decise di stabilircisi e incoraggiare gli artisti locali. Non solo loro.
Erano infatti momenti molto bui per l’umanità, guerre, persecuzioni, miseria. In quelle zone dimenticate c’erano anche artisti che noi, per usare un altro eufemismo, diremmo “mandati al confino”, solo perché la loro arte era considerata “degenerata” dai vertici del partito.
Ebbene questo generoso “mecenate” – che non era però ricco di suo – riuscì a proteggere questi artisti, nutrirli di pane e colori e salvarne le opere e forse anche la vita. Grazie a lui in questa remota località dell’Asia Centrale c’è quella che viene considerata, anche a detta di illustri critici, una delle più preziose collezioni d’arte moderna.

L’Uzbekistan non è certo una meta abituale di vacanza. Non ci sono villaggi turistici in cui isolarsi dalla realtà locale. L’incontro con la popolazione e la sua cultura sono, allora, inevitabili, per chi ci va. In molti, forse, abbiamo qualche difficoltà persino a localizzare il paese sulla carta geografica. Non ci sono nemmeno voli diretti dall’Italia; bisogna, per forza, passare per la Turchia. Solo il nome di Samarcanda evoca qualcosa, ma solo una canzone. Difficile è capire come tanta lontananza possa giustificare un viaggio così impegnativo.
Cristina, in questi suoi resoconti, ci racconta, invece, come la nostra storia e la nostra cultura, siano passati anche di lì, nel loro lungo processo di formazione e che Samarcanda non è poi così lontana come sembra

Non è poi così lontana Samarcanda - 2
Zita –la nostra guida - ha rappresentato per noi la salvezza. Ci è apparsa come una visione, salvifica appunto, alla dogana dell’aeroporto di Tashkent. Dovrebbero andare più spesso in paesi del terzo mondo quei nostri concittadini che sono contro l’Unione Europea, quelli che danno per acquisiti valori come la cortesia e l’efficienza dei funzionari pubblici, il numero al banco del supermercato, il rispetto dello straniero e del turista. Che bello passare senza fare un attimo di coda all’arrivo a Londra, Parigi, o in qualsiasi città dell’U.E. mostrando solo la copertina del passaporto. In quegli aeroporti il nostro passaporto ci garantisce persino la precedenza su coloro che hanno il passaporto svizzero!
Provino a fare due ore di coda in piedi, spintonati da omoni e donnoni che si fanno avanti a colpi di borse, pance e quant’altro, che non rispettano certo la “distanza discrezionale” dei nostri uffici postali. Se poi la fila si fa dalle tre e mezzo alle sei della mattina dopo un volo di cinque ore, naturalmente insonne, superarla è una vera ordalia. Finalmente arrivati al colloquio col poliziotto questi ti chiede in russo “Otkudà?” (Da dove?) E’ stato uno dei miei momenti di gloria. Fierissima ho risposto “Schvizaria” e siamo passati. Una nostra giovane compagna di viaggio è stata bloccata per ben dieci minuti per non aver risposto a tempo e a tono a quella domanda.
Verso le cinque – l’aereo era atterrato alle tre e mezzo – sento un giovanotto dietro di me che dice in inglese: “ La prima impressione non si scorda mai”. Io, che aspettavo solo di chiacchierare con qualcuno per ingannare il tempo, ne ho approfittato subito per intavolare una ricca conversazione. Abbiamo fatto in tempo a raccontarci le nostre vite. Era uno studente kazako che studia a Mosca. L’amico che era con lui, già laureato in economia, tornava invece a Bukhara. Mi ha anche offerto un passaggio. Stava completando un master, conosceva russo, inglese e tedesco. Mosca sembra ancora lo sbocco naturale per chi vuole continuare i propri studi, ma soprattutto trovare un’attività. Un po’ come gli irredentisti di Sarajevo che andavano a studiare a Praga o Vienna. Grazie a questi due giovani intelligenti il tempo è passato più veloce, abbiamo cominciato a vedere le prime luci dell’alba e finalmente abbiamo intravisto l’esterno dell’aeroporto.
D’un tratto sentiamo una voce femminile, ma fortissima, esclamare in perfetto italiano: “Lo sapevo, i miei turisti europei sono sempre gli ultimi!” Poi si rivolge in russo ai doganieri, che d’un colpo perdono la loro arroganza, come dei bambini con la maestra severa, inserendo qua e là qualche espressione in italiano “Vaffanc.., questo è cretinismo!” ed eccoci fuori. Da allora per quindici giorni sarà il nostro angelo custode, il nostro nume tutelare. Bacchetterà camerieri e poliziotti, cuochi e autisti. Ci sorprenderà con le sue barzellette su Berlusconi – sono arrivate fino là – e le sue esibizioni estemporanee - danze, canzoni, discorsi ufficiali – con le sue toilettes vistose un po’ fuori moda, ma soprattutto con la sua energia e l’instancabile parlantina. Mai un segno di stanchezza, mai un cedimento.
Non molto alta, ma molto robusta, più vicina ai sessanta che ai cinquanta, Zita ha quella sicurezza che solo le donne che sono state molto ammirate e corteggiate riescono ad avere. E’ armena. Suo nonno era arrivato a Tashkent ai primi del novecento. Aveva parecchi negozi di mobili. L’Asia Centrale era abbastanza lontana dalla Turchia per non essere sfiorata dal genocidio del 1915. Zita non ne parla mai. Pensare positivo è il suo motto.
Nel 1937 però il nonno viene dichiarato “nemico dell’Unione Sovietica”, prelevato e ucciso. La famiglia non saprà mai dove. Solo cinquant’anni più tardi verrà riabilitato, con documento ufficiale. Ma il papà e la mamma di Zita sono persone speciali, grande saggezza antica, grande apertura – tante le lingue che parlano, ma proprio tante, russo, georgiano, turco, greco, francese naturalmente, e poi persiano e anche arabo - parenti e amici in tutto il mondo, grande amore e senso della famiglia, ma soprattutto tanta voglia di lavorare. E’ fiera Zita della loro ricchezza, che a noi non sembra tanto speciale, ma che in un paese così povero doveva saltare agli occhi.
Ci racconta Zita di come il padre lavorasse di notte perché i suoi bambini avessero le scarpe più belle, che confezionava lui stesso con le proprie mani, il piatto sempre pieno, la casa sempre aperta per gli ospiti e gli amici.
Gli armeni sono come gli ebrei. Popolo senza patria, o meglio con una patria inconsistente. Hanno però una lingua con un antichissimo alfabeto, una religione, cultura e tradizioni cui non rinunceranno mai. L’Armenia faceva infatti parte dell’Impero Ottomano. Erano cristiani in ambiente musulmano, e come altri gruppi di religioni diverse avevano un loro statuto, diritti e doveri.
Prima di essere travolto dalla follia nazionalistica (1915 genocidio degli armeni) l’impero ottomano era sempre stato molto tollerante con le minoranze. Elias Canetti – ebreo - ricorda con piacere la sua infanzia multilingue in Bulgaria. Gli armeni, così come gli ebrei, erano commercianti, apotecari, medici, impiegati. Conoscevano molte lingue ed erano i funzionari ideali in uno stato così vasto e multietnico. Ancora oggi sono presenti un po’ ovunque, dall’Asia all’America.
La piccola Armenia attuale, ex repubblica socialista sovietica, poverissima e dimenticata, senza sbocco sul mare, racchiusa fra Azerbaijan, Iran, Georgia e Turchia, rappresenta ben poco lo spirito della sua gente. Difficile riprendersi da una distruzione di così vaste dimensioni.
Ma torniamo alla nostra Zita. Quante cose ci racconterà. Di come i Tagiki siano i discendenti di quei soldati di Alessandro Magno, magari feriti, che erano stati mandati in convalescenza sulle montagne e lì rimasero. Si riconoscono dal “naso greco”. Sembra che ancora adesso siano bravissimi medici. Molti dei più stimati medici sovietici erano tagiki. E’ importante Alessandro Magno in Uzbekistan. Molte le leggende che Zita ci ha raccontato ma anche i reperti archeologici che ci ha mostrato e che testimoniano la sua presenza qui. Dolcissima la storia d’amore di Alessandro con la bella Roxana, figlia di un nobile bactriano sconfitto dallo stesso Alessandro. Sembra che il nome Roxana stia a significare “la bella dell’Oxus” (Oxus è il nome antico del fiume Amu Daria, che nasce nel Pamir e sbocca nel lago d’Aral, fonte di vita per tutto il paese).
Rimpiange l’Unione Sovietica Zita, pur non essendo mai stata comunista. Ne rimpiange l’organizzazione, la tranquillità (per chi non si occupava di politica), il lavoro e la scuola per tutti. Adesso invece non è più così, scuole e musei non più gratuiti, lavoro non assicurato, droga anche lì
Non solo. Gli abitanti di origine europea si trovano a vivere in Uzbekistan una situazione anomala e imprevista. Sono diventati infatti minoranza, loro abituati ad essere considerati classe superiore, hanno dovuto scambiare i ruoli. Non importa se sono più colti, parlano più lingue, hanno maggiore esperienza. Erano gli occupanti in una semicolonia russa – così veniva infatti chiamato il Turkestan – fin dal secolo scorso. Adesso sono ospiti.
Con il comunismo le popolazioni si sono mescolate e infatti si vedono persone bellissime, il russo era diventato la prima lingua, erano tutti compagni. In realtà i problemi non erano dimenticati ed ora in tutti i paesi dell’ex Turkestan (Turkmenistan, Kazakistan, Kirgizistan, Tagikistan e Uzbekistan) si assiste alla rinascita di forti nazionalismi, che a noi sembrano anacronistici, ma che forse sono un passo inevitabile verso l’autodeterminazione. Peccato che il momento storico non sia dei più favorevoli.
Ecco allora che piccoli dittatori, ma loro si considerano grandi, prendono in mano questi paesi con grande prepotenza e arroganza e fanno tutto quello che hanno sempre fatto i dittatori. Si fanno erigere monumenti, mausolei, scrivono frasi storiche e memorabili dappertutto, anche nei musei, ma soprattutto si arricchiscono e appaiono troppo spesso in televisione.
Così è in Uzbekistan, dove l’ex compagno di Putin, Ismail Karimov, fa il bello e il cattivo tempo, cercando di barcamenarsi fra Usa e Russia e i loro fortissimi interessi. L’Uzbekistan infatti galleggia su un mare di gas, bramato da tutti.
Quante volte sentiremo Zita ripetere la sua frase preferita “Questo è cretinismo!” . Almeno tutte le volte che pigri poliziotti ci fermeranno negli innumerevoli posti di blocco, magari all’imbocco del ponte di barche sull’Amu Daria, sulla strada da Nukus a Khiva, dove non vorrebbero lasciarci passare. Chissà perché ci fermano. Ho dovuto girarmi e guardare altrove per non far vedere che ridevo dopo aver colto le parole “aereo” “partire” “stasera” e visto la sua espressione assolutamente tranquilla mentre le pronunciava. . Il mio russo infatti grazie a lei progredisce sensibilmente.
Per lei sono tutti amici o meglio ancora “nipoti”. Ovunque si vada tutti la salutano e l’abbracciano, la chiamano zia Zita e lei si rivolge a loro con una parola uzbeka che vuol dire “Vita mia”. Ha quell’autorevolezza che mi renderebbe facilissima la vita a scuola. Confesso di invidiargliela non poco.
Ha anche lei le sue debolezze naturalmente. Come quando ha voluto distribuire personalmente i piccoli giocattoli che avevamo portato per i bambini poveri. Io so a chi darli, ha detto, e giustamente l’abbiamo lasciata fare. E’ la sua gente, che rivedrà spesso, magari già la prossima settimana, perché toglierle questo piccolo piacere.
Ha una vita difficile alle spalle. Ha sempre lavorato. Parla forse un po’ troppo ma è generosissima. Ci ha adottato, come il barcaiolo che traghetta i passeggeri dall’altra parte del fiume. Ci ha dato sicurezza, con i suoi saggi consigli. Chi sapeva infatti che un ottimo rimedio contro la diarrea è un bicchierino di vodka pieno di sale?
Dice di non credere, ma si rivolge con estremo rispetto a tutti i “servitori di culto” che incontriamo nelle moschee, ci regala gli insegnamenti dei grandi saggi, mistici e studiosi come Avicenna e Ulug Beg, il principe astronomo nipote di Tamerlano. Cerca di aiutare tutti in modo equo, dai piccoli commercianti ai musicisti russi che sembravano usciti direttamente da una commedia di Cechov.
E’ infatti riuscita ad organizzare un concerto in una vecchia chiesa sconsacrata costruita per gli ufficiali russi di stanza a Samarcanda alla fine dell’ottocento. Il pianoforte a coda un po’ scordato, le cantanti con vecchi vestiti assolutamente fuori moda ma rigorosamente lunghi, il flautista con una pancia troppo prominente. Ma la musica è bella, la nostalgia tanta, la rivoluzione dimenticata. Non lo stile però. Chi infatti accoglie gli spettatori con un fresco bicchiere di vino bianco? A Mosca, a Mosca, a Mosca, sembrano voler dire le tre musiciste, proprio come le Tre Sorelle di Cechov. Invece, adesso che la guarnigione russa si è spostata, rimarranno sempre a Samarcanda, prigioniere della loro nostalgia e della loro povertà, alla mercé di quei pochi turisti che la brave Zite riusciranno a portare ad assistere alle loro patetiche esibizioni.

Non è poi così lontana Samarcanda – 3
Il vero viaggio comincia a Khiva. Il viaggio da turista intendo, cappellino per il sole, abbigliamento comodo, marsupio per non farsi scippare niente, macchine fotografiche, monumenti da visitare e torri da scalare. Esclamazioni di meraviglia, ah, che bello, guarda, facciamo una foto. L’espressione divertita e anche un po’ impietosita dei locali che vivono lì la loro vita. Gli inutili souvenir da comprare. Che bello questo, l’ho pagato pochissimo. Davvero, ma dove, dove l’hai preso. A pensarci bene i turisti sembrano tutti un po’ stupidi. Meglio fare un veloce cambio di consonante ed ecco che diventano “stupiti”, ecco, così va meglio.
Anch’io naturalmente ho fatto la turista. Senza ritegno e senza alcun pudore, la macchina fotografica sempre in mano, perché adesso con gli apparecchi digitali si può anche esagerare. Una nostra compagna di viaggio ha persino fotografato un cesso. A futura memoria. Cessi uzbeki e cessi svizzeri, trovate le differenze.
Non essendo una professionista le mie immagini sono imperfette, storte, sfocate, gli oggetti irriconoscibili, ma fra tanti scatti qualcuna si salva. Riguardandole a volte si riesce a rivivere le emozioni provate in quei momenti, si ricordano gli sguardi e i sorrisi delle persone incontrate, frammenti di vite ormai lontane ma in quell’attimo così vicine. Ho fotografato di tutto, dal fiore di cotone al tamerice nella sabbia, dalla bambina con gli occhi azzurri al ragazzino che mi ha probabilmente salvato la vita quando, precedendomi nella scalata di un minareto, ha fatto appena in tempo a dirmi “Watch your head” (Attenta alla testa) perché io potessi chinarmi e non sbattere contro la bassissima architrave della porticina d’uscita. Furbi quei ragazzi, perché hanno notato che i turisti vagano sempre con la testa per aria e non vedono scalini, muretti, buche e altre pericolose insidie di cui è costellato il percorso.
Quante fotografie! Le splendide facciate delle moschee e delle madrasse, con le loro decorazioni di ceramica azzurra. Azzurro il cielo, sempre, azzurre le decorazioni. Mai uguali però, si potrebbe stare ore a contemplarle, a notarne i dettagli, le differenze, le simbologie, i richiami ad altre religioni.
Il colpo d’occhio all’arrivo a Khiva. Ho cercato di fotografare, ma il cuore ricorda meglio la poesia di quell’immagine. La cittadella sembra un grande castello di sabbia rosata. Uno di quelli belli, con torri rotonde e merli e muri obliqui, di quelli fatti con l’aiuto di un grande, magari il papà.
La piazza così ampia, tanti fiori e una grande vasca che riflette il cielo, e, oltre la porta della cittadella, ecco che si intravede quella grande torre a tronco di cono, un minareto incompiuto, rivestita di piastrelline azzurre– il mio colore preferito – in tutte le sfumature, che cambiano a seconda della luce. L’ho fotografata di notte, sembra dorata.
E poi i particolari delle decorazioni sui muri, sulle porte, sui soffitti. La stella di Davide accanto alla svastica, antico simbolo che rappresenta il sole e il passaggio delle quattro stagioni, e poi fiori e uccelli stilizzati. Sono presenti anche gli uccelli veri, upupe, pavoni, cicogne di cui abbiamo visto però solo i nidi.
Anche nella bandiera uzbeka c’è un uccello, il Simurgh, il simbolo sufico per eccellenza. Il Simurgh rappresenta la meta finale, che gli uccelli guidati dall’upupa dovranno trovare al termine di un lungo e faticoso viaggio, attraverso sette valli. Da tanti che erano partiti arriveranno al termine solo in 30 (Simurgh significa infatti trenta uccelli) e sarà una sorpresa.
Come si può intuire in un viaggio così il turista non può però limitarsi a guardare e fare fotografie. Si rende conto che sta camminando su antiche strade ancora molto simili a quelle che erano secoli e secoli fa. Deve, vuole capire di più.
C’è un grande manifesto nella piazza della cittadella di Khiva. “Silk Road Project”. “Progetto per la Via della Seta”, patrocinato dall’Unesco. Khiva fa parte del patrimonio dell’umanità. Noi europei sappiamo poco di queste zone, conosciamo poco queste civiltà. Siamo troppo eurocentrici. Forse dovremmo fare un piccolo sforzo e ricordare per esempio Marco Polo, il Viaggiatore per eccellenza e lo spirito con cui viaggiava. O fare un salto indietro di altri millecinquecento anni e ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Qualche anno fa un archeologo inglese, Michael Wood, l’ha fatto. Tutto. Ne ha realizzato un interessante servizio per la BBC.
Forse dovremmo documentarci anche sull’avanzata araba verso oriente. Chi c’era prima, com’è stato dopo.
Quante cose scopriremmo! Per esempio che lungo la via della seta c’era ricchezza, cultura e tolleranza. Poco si addicono gli scontri armati ai commerci. Scopriremmo che si parlavano tante lingue e che c’era una grande libertà religiosa. Qui trovavano rifugio i perseguitati delle altre religioni e convivevano pacificamente. Dai cristiani nestoriani agli ebrei karaiti, dai sufi islamici ai manichei e ai buddisti, dai seguaci di Zoroastro ai cultori dello sciamanesimo. Ciò dava luogo anche ad interessanti fenomeni di sincretismo. Ancora oggi il turista profano avverte che qui l’islam è ben diverso da quello praticato nei paesi arabi.
Cos’avevano in comune tutte queste religioni? Probabilmente un misticismo di fondo. I mistici di tutte le religioni sono infatti molto simili.
Khiva, Bukara, Samarcanda, Shakrisabz (la città di Tamerlano). Quante fotografie! Moschee e madrasse, madrasse e moschee. Ci sono due architetture tipiche per le moschee, quelle come la moschea azzurra di Istambul, cupola in mezzo, quattro minareti agli angoli esterni, che si ispirano a Santa Sofia, e quelle che seguono il modello di Medina, un grande chiostro con cortile al centro. Qui sono così. Ci sono alcune eccezioni, come una piccola moschea a Bukhara sorta sul sito di un antico tempio zoroastriano, con un portale le cui colonne laterali ricordano non a caso il dorso di due libri.
Altri monumenti sorprendono il turista curioso, come i mausolei a San Daniele e a San Giobbe. Ancora sincretismo, l’antico testamento che rimane in ambiente islamico. Oppure il piccolo mausoleo di Ismail Samanid, piccola costruzione cubica, le cui uniche decorazioni sono i giochi geometrici ottenuti con i piccoli mattoni. Risultato: un gioiello cesellato. Anche lì riferimenti al culto di Zoroastro, le dodici finestrelle che rappresentano i dodici mesi. Non dimentichiamo che i seguaci di Zoroastro, persiani, erano anche i più grandi astronomi dell’antichità. In queste zone così ricche di gas naturale essi erigevano templi là dove c’erano dei fuochi alimentati dal gas sotterraneo. Avevano appunto il culto del fuoco. Ho scoperto che anche gli arcangeli sono figure di “origine persiana” che sono passati poi all’ebraismo e all’islam.
Ancora fotografie alle moschee estive, di solito all’interno di corti, alte, con tre lati chiusi e uno aperto rivolto a nord, e uno splendido soffitto di legno lavorato sostenuto da una colonna centrale in legno. La lavorazione del legno è tipica di Khiva, abbiamo visto e fotografato i laboratori dove i bambini vanno ad imparare il mestiere, l’arte. Sorridono, si lasciano fotografare. Ci mostrano gli oggetti che creano.
Anche la tessitura di tappeti di seta ospita giovani che lavorano e ci sorridono. Tingono la seta con colori naturali in grandi pentoloni, le matasse di filato sono poi appese ai muri ad asciugare. Sembra di fare un salto nel tempo. I tappeti sono bellissimi. Il laboratorio dove si producono gli strumenti musicali si trova anch’esso, come i precedenti, in un’antica madrassa, scuola coranica. Un musicista cieco comincia a suonare e i pochi presenti improvvisano per noi uno spettacolo di danza e musica, cui si aggiunge la nostra Zita.
Khiva era una città universitaria, con moltissime madrasse, dove si insegnavano le arti liberali del Trivio (Grammatica, dialettica e retorica) e del Quadrivio (Astronomia, matematica, geografia e musica). Anche l’università di Bologna è cominciata così.
A Bukhara ci sono davvero i tappeti. Belli con i tipici disegni geometrici. Non costano molto. Troppo pochi i turisti in questa città. Hanno forse paura? Paura di essere rapiti e venduti proprio qui in questi androni, nel più ricco mercato di schiavi fino al secolo scorso? O paura di essere rinchiusi nella tremenda prigione della fortezza insieme a ratti e insetti malefici, su un letto di putrido liquame? O di avere la testa mozzata, proprio qui, davanti alla fortezza, per un capriccio del crudele emiro, come capitò ai due ufficiali inglesi intorno al 1840? O di essere aggrediti dal temibile “verme di Bukhara”, micidiale parassita che viveva proprio in queste belle vasche in cui si conservava l’acqua? Ma Bukhara è bellissima, nonostante il suo sinistro passato. Bisogna vederla.
Abbiamo scattato fotografie nei cimiteri, luoghi sacri per eccellenza, dove ci siamo soffermati a riflettere all’ombra di alberi di giuggiole. Le ho anche comprate le giuggiole, al grande mercato coperto di Tashkent, dove erano esposte in mezzo a un trionfo di frutta secca, spezie, pesce e carni affumicate. Somigliano un po’ ai datteri.
Gli ultimi giorni non passano in fretta, rotolano. Le emozioni e le sensazioni si sommano. Clic, clic, sempre più fotografie da scattare, quasi a fermare il tempo. Vedere, vedere tutto quello che si può. La città di Tamerlano, da cui si intravedono le montagne probabilmente del Pamir! Altro nome leggendario. Forse ancora più importante di Tamerlano è stato il nipote, Ulug Beg, grande astronomo, così illuminato che voleva insegnare l’astronomia anche alle ragazze. Come tante persone illuminate con idee in anticipo sui propri tempi fu ucciso proprio da chi gli doveva tutto, il figlio. Ma, come tutti i grandi, egli rivivrà nei suoi studi, nelle sue opere, nel suo osservatorio.
Proprio in quella città siamo ospiti a pranzo da amici di Zita. Si festeggia un matrimonio. Avrei voluto fotografare gli sposi, ma ho preferito di no. Entrambi infatti hanno un’aria tristissima. I matrimoni sono ancora combinati, nascono tanti bambini, ma perché sono così tristi? Nessuno sembra accorgersene. La festa è grande, musica, danze e cibo, tanto cibo ber tutti. Vediamo la sposa inchinarsi tre volte alla nonna dello sposo, poi ritirarsi con altre donne. Lo sposo riparte non si sa per dove su una luccicante mercedes nera. I festeggiamenti dureranno ancora tre giorni. Chissà.
Via di nuovo. Chilometri e chilometri in mezzo a colline desertiche, dorate dalla luce del tardo pomeriggio. Fermo! diciamo all’autista. Come per incanto su una collinetta d’oro appaiono tre figure in lontananza. Si avvicinano tre macchie di colore. Tre ragazzine, su tre minuscoli asinelli. Eccole, cosa possiamo offrire a queste tre sorridenti e variopinte creature? Una bottiglia d’acqua, un dolce, una mela. Ci guardano, ci sorridono, ecco che dal nulla spunta un’altra bambina, una pastorella bionda, anche lei coloratissima. Sistra, sistra, (sorella) mi dicono e ridono. Ecco, a queste tre graziose kazake ho scattato la foto più bella del viaggio. Posso considerarmi soddisfatta.
L’ultima tappa importante è proprio Samarcanda. I monumenti di Samarcanda, tutti ricostruiti in seguito a distruzioni e terremoti sono troppo grandi per la mia macchina fotografica. Non ci stanno proprio. La piazza del Registan, con le sue splendide ceramiche azzurre, è troppo imponente e maestosa per entrare in un piccolo obiettivo. Dovrò comprare delle cartoline, ma non sarà la stessa cosa. Comunque non è più la stessa cosa. Immaginiamo il viaggiatore che arriva qui dopo un’estenuante marcia nella steppa e d’un tratto si trova in questa splendida piazza racchiusa fra edifici colossali, cupole azzurre e altissimi minareti. Immaginiamolo che arriva proprio mentre si stanno svolgendo le pubbliche esecuzioni sulla piazza del Registan, tutta coperta di sabbia per assorbire il sangue dei condannati… Siamo davvero in un luogo reale o siamo entrati direttamente in una favola delle Mille e Una Notte? Spiccano sulla moschea le immagini di due tigri… Non era poi così lontana Samarcanda.
Cristina Cattaneo

GdS 30 I 2006 - www.gazzettadisondrio.it
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