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I cristiani,
“ coloro che pregano la Croce”

di Maria De Falco Marotta

 

La vita é un passaggio - Cercare le cose di lassù -

La vita é un passaggio -
Sono tanti nel mondo i cristiani che pregano la “Croce”.
Da quella volta che Cristo n’è disceso e ha dato la certezza di un “dopo” per l’umanità dolente del suo tempo e di quella che n’è seguita.
Facendo coscientizzare, innanzitutto, che la vita è un “passaggio”.
Infatti, la tradizione biblica e patristica ha interpretato l’idea pasquale di “passaggio” come “passaggio sopra”, come “passaggio attraverso”, come “passaggio verso l’alto”, come “passaggio fuori” (exodus), come “passaggio in avanti” (progressio). La Pasqua è un passaggio “sopra”, quando indica Dio, o il suo angelo, che passa e “sorvola”, senza colpirle, le case degli ebrei in Egitto; è un passaggio “attraverso”, quando indica il popolo che passa dall’Egitto alla terra promessa e dalla schiavitù alla libertà; è un passaggio “verso l’alto”, quando la persona passa dalle cose di quaggiù alle cose di lassù; è un passaggio “fuori”, un esodo, quando si emerge dalla schiavitù del peccato; è un passaggio “in avanti”, quando l’umanità progredisce nella santità e nel bene.
Origene scrive che la Pasqua si fa “salendo”; Gesù la celebrò “nella sala alta” e anche il cristiano deve “salire” per celebrare la Pasqua con lui. Magari con tanta fatica, vista la caotica , quanto difficile situazione globale che sgomenta tutti.
Però, sempre stando agli insegnamenti patristici, Sant’Agostino diceva che quando si vuole attraversare un braccio di mare, la cosa più importante non è starsene sulla riva e scrutare l’orizzonte per vedere cosa c’è sulla sponda opposta, ma è salire sulla barca che porta a quella riva (Cfr.: Agostino, La Trinità IV,15, 20; Confessioni, VII, 21).
E i cristiani oggi, più di ieri e proprio per le sfide culturali e religiose cui sono continuamente sottoposti, devono salire sulla barca e avventurarsi per annunciare la risurrezione “nell’attesa della sua venuta” (cfr. 1 Cor 11, 26).
Memoria e attesa continueranno a essere entrambe nel cuore della Pasqua cristiana, tanto che per Origene, si fa Pasqua quando “si espongono i misteri del secolo futuro e la speranza dell’anima, strappata alla terra, viene proiettata in cielo e ancorata a quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì e che mai salirono in cuore di uomo” (Cfr.: Origene, Omelie sui Numeri, 23, 6 ; GCS, 7, p.218). Nel tempo, infatti, nel quale il secolo presente trascorre a guisa di notte, la Chiesa veglia con gli occhi della fede intenti alle Scritture come a fiaccole che brillano nell'oscurità, fino al giorno in cui il Signore verrà” ( cfr.: S. Agostino, Sermo Wilmart, 4, 3 ; PLS, II, 718).

Cercare le cose di lassù
Un filosofo greco, Eraclito, ha espresso la fondamentale esperienza della vita come “passaggio” con una frase rimasta celebre: panta rei, cioè: tutto scorre. Succede nella vita come sullo schermo televisivo: i programmi si susseguono rapidamente e ognuno cancella il precedente. Lo schermo resta lo stesso, ma le immagini che vi passano sopra cambiano. Così è di noi: il mondo rimane, ma noi ce ne andiamo una generazione dopo l’altra. Di tutti i nomi, i volti, le notizie che riempiono i giornali e i telegiornali di oggi - di tutti noi- cosa resterà da qui a qualche anno o decennio?
Nel tentativo di non passare e di non morire del tutto, ci aggrappiamo chi alla giovinezza, chi all’amore, chi ai figli, chi al successo, chi ai soldi…
Cosa ha da proporci la fede di fronte al dato che tutto passa? “Il mondo passa, ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1 Gv 2, 17).
E, tanto, per rimanere nel clima speranzoso della Pasqua eterna, ricordo una storia che ho sentito sin da piccola.
In un monastero medievale vivevano due monaci molto amici : Rufus e l’altro Rufinus. Nelle ore libere si confidavano come immaginavano che sarebbe stata la vita eterna nella Gerusalemme celeste. Rufus che era un capomastro se l’immaginava come una città con porte d’oro, tempestata di pietre preziose; Rufinus che era organista, come risonante di celesti melodie. Stabilirono un patto: chi sarebbe morto per primo avrebbe chiesto al Signore di tornare la notte successiva, per assicurare l’amico che le cose stavano proprio come le avevano immaginate., pronunciando semplicemente: “è proprio così”; se fosse stato diversamente, avrebbe detto: “diverso”!
Una sera, mentre era all’organo il cuore di Rufino si fermò. L’amico vegliò trepidante la notte, ma niente; attese in veglie e digiuni per settimane e mesi e mai nulla. Finalmente, nell’anniversario della morte, entra nella sua cella l’amico, cui chiede:- È così, vero?” Ma egli scuote il capo in segno negativo. Sconfortato domanda:- “È diverso?” Di nuovo un segno negativo del capo.
Però sussurra: - E’ tutto un’altra cosa! -
Un giorno, quando noi, magari il più lontano possibile nel tempo, saliremo alla “sala alta” dove si celebra la Pasqua eterna, pronunceremo felici:- È tutto un’altra cosa!
Ed è proprio per questo, sebbene il disprezzo per la nostra fede nel Cristo morto e risorto a volte pesa come un macigno, che i cristiani continueranno ad essere “coloro che pregano la Croce” (Cfr.: La Stampa, 17 marzo 2005).
I cristiani, “coloro che pregano la Croce”.
Maria De Falco Marotta

GdS 20 III 2005 - www.gazzettadisondrio.it
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