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LE DIGHE DELLA PROVINCIA E RISCHIO TERRORISMO
(IN APPENDICE. I GRUPPI ELETTROGENI)
di Alberto Frizziero

PREMESSA
Allarme mondiale terrorismo. Nessuno, si dice, é più sicuro e certamente qualche riflessione si impone quando si sente parlare di possibili obiettivi come Venezia, Firenze o lo stesso Vaticano.

Qualcuno in provincia si é chiesto se non possano essere nel mirito di quei terroristi dell'orrore anche le nostre dighe.

Ne abbiamo 60, oltre a due sul versante svizzero, con una capacità complessiva di 529 milioni di metri cubi più i 361 oltre lo spartiacque.

Ci si chiede quale rischio possono correre valtellinesi e valchiavennaschi.

Non é cosa da poco, per cui la questione va trattata approfonditamente e, già che ci siamo, non solo in funzione della ipotesi terrorismo.

Esamineremo preliminarmente tre casi significativi di sinistri legati alle dighe: 

- IL CROLLO DELLA DIGA DEL GLENO (BERGAMO)
- IL CROLLO DELLA DIGA DI MALPASSET-FREJUS (FRANCIA)
- IL CROLLO DEL MONTE TOC (VAIONT)

Poi ricorderemo un evento bellico:

- IL CASO DELLA DIGA TEDESCA DISTRUTTA DAGLI ALLEATI

per arrivare infine alle conclusioni che interessano, e in merito alla sicurezza delle dighe in generale e all'eventuale riscio - terrorismo.

I tre casi anzidetti:

IL CROLLO DELLA DIGA DEL GLENO (BERGAMO)
1 dicembre del 1923, crollo della diga del Gleno, in provincia di Bergamo, in una valle laterale della Val di Scalve, sul versante meridionale delle Orobie, diga che alimentava con le sue acque la centrale di Bueggio e Valbona dove era prodotta energia per oltre 5000 HP.  

Rase al suolo le frazioni di Bueggio e Dezzo, alluvione nei paesi della Valle Camonica alla confluenza dei fiumi Dezzo e l’Oglio, giù fino a Costa Volpino e al Lago d'Iseo. 
La parte centrale della diga, che al coronamento aveva uno sviluppo di 180 metri, cedette poco dopo le sette del mattino, dopo che tutti avevano rilevato nei giorni scorsi copiose perdite d'acqua dalla diga stessa.  Sei milioni di metri cubi d’acqua si riversarono nella vallata: più di seicento morti e danni materiali ingentissimi. Di tutto questo rimane solo lo scheletro della diga, come se il tempo si fosse fermato, i paesi sono stati tutti ricostruiti. Se si sale alla diga dal sentiero che parte dalla frazione di Bueggio lungo il tracciato che segue il torrente Povo, si vedono i resti della 
diga, in sponda sinistra e in sponda destra. nella quale sono rimasti intatti, particolare per i superstiziosi, tredici grandi archi.

Ma come é successo?
La Valle del Gleno si trova a un altitudine di circa 1550 metri ed è contornata dalle stupende cime dei Pizzi del Gleno e dei Tre Confini, ricca d’acqua, stupende cascate e ruscelli che ne fanno una delle più belle della Val di Scalve. La diga sbarrava le acque dei torrenti che scendono dalle ripide pareti delle cime che la circondano. Aveva preso il nome dalla cima del monte Gleno, alto 2852 m. Costruita tra il 1919 e il 1923,
era un esempio unico al mondo di diga mista, cioè a gravità e ad archi multipli, composta cioè di due parti, ossia di un tampone che chiudeva la stretta del torrente, e di una serie di 25 archi di calcestruzzo armato, poggianti su 26 speroni; il tutto formava uno sbarramento lungo 180 metri. L'invaso prevedeva una capacita di sei/sette milioni di metri cubi d'acqua e formava un lago lungo circa 4 chilometri e largo due. 

Inizialmente si era partiti con un tipo di diga a gravità con la costruzione di un muro dello spessore dai 30 ai 40 metri che formava il così detto tampone. Arrivati a questo punto, fu mutato il progetto, e si pensò di costruire la diga ad archi multipli, il che implicava un minor volume di muratura e conseguentemente un risparmio di materiale. Si era cosi elevata la vasta serie di piloni che avevano alla base una larghezza di una trentina di metri. Dove non era stato ancora eseguita il tratto di diga a gravità, i piloni erano stati appoggiati direttamente sulla roccia, gli altri erano stati appoggiati sulla costruzione precedente. 

La parte caduta è stata quella impostata sul tratto di diga a gravità costruito in precedenza. 
Qualche analogia, in termini di risparmio rivelatosi esiziale, con il caso successivo, quello della diga di Frejus.


IL CROLLO DELLA DIGA DI MALPASSET-FREJUS (FRANCIA)
In Costa Azzurra, vicino a S. Raphael e Frejus, a poca distanza dall'Autoroute, c'é una località Malpasset, non facile a trovarsi. Benché in una piazza di Frejus vi sia, anche quello scarsamente leggibile, un monumento, alla solidarietà internazionale che si mobilitò in occasione del disastro, scarsissime sono le indicazioni e la gente o non sa o parla malvolentieri di quello che é successo quasi 42 anni fa.
In un posto dal nome lugubramente significativo, "Malpasset" e cioé "Mal Passo", datogli per via dei briganti che lo infestavano, era stata costruita la diga più sottile del mondo:
6,78 metri alla base, 1,5 in sommità, 43,5 m di altezza dal suolo, sviluppo al coronamento 225 metri. L'invaso era di 49,3 milioni di mc. Un prodigio di ingegneria, progettista l'ing. Coyne, Presidente dell'Associazione Internazionale delle Grandi Dighe, che pochi mesi dopo morrà di crepacuore continuando a ripetere che i calcoli, rifatti due volte, erano giusti. E lo erano in effetti dato che fu appurato che la catastrofe di Frejus era stata provocata da una economia di nove milioni di franchi (su un costo totale di oltre 600). il rapporto degli esperti aveva infatti concluso che un più approfondito studio geologico e geotecnico, mancato per risparmiare, sulle condizioni del terreno sarebbe bastato ad evitare la terribile catastrofe nella quale persero la vita, la notte del 2 dicembre del 1959, 423 persone, di cui 135 bimbi di meno di 5 anni, per la rottura della diga. 951 edifici coinvolti di cui 155 distrutti, 1350 ettari di territorio su cui si fece tabula rasa, un treno spostato verso il mare come un fuscello, blocchi enormi della diga, più grandi di una casa, portati a grande distanza e ancor oggi visibilissimi.  
Testimoni locali con i quali abbiamo parlato aggiungevano che prima del sinistro c'era stato un mese intero di piogge particolarmente intense.
"La causa del crollo di Malpasset - ha dichiarato uno dei sei esperti incaricati di studiare le ragioni del crollo, il professor Max Jacobson - è la cattiva qualità della roccia che costituiva il terreno delle fondamenta". 
Chi si reca oggi là, anche senza essere un tecnico, può vedere come la collina in sinistra idrografica sia stata come "tagliata" di netto, determinando una torsione della diga stessa che per un po', pur non essendo calcolata per questa sollecitazione, riuscì a resistere. Poi la rottura secondo una linea triangolare, con la diga intatta in sponda destra.
Va aggiunto che nel luglio del 1950, si era constatato  che la diga si era spostata di diciassette millimetri e nessuno si era preoccupato di avvisare progettista e costruttore. Un segnale mancato e quindi un disastro evitabile, avvenuto.

IL CROLLO DEL MONTE TOC (VAIONT)

9 ottobre 1963. Dal monte Toc, sovrastante la diga del Vajont, crollarono a valle 260 milioni di metri cubi di roccia, piombando nel lago formato dalla diga e sollevando un'onda di cinquanta milioni di metri cubi. 
La diga resistette ad una sollecitazione molto superiore a quella di calcolo, ne trattenne venticinque milioni ma altri venticinque la scavalcarono irradiandosi in parte verso il ramo interno del lago, in parte verso la diga, alzandosi sino a 200 metri di altezza e spazzando via cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. 1909 i morti.

La diga, ad arco e a doppia curvatura alta 354,6 metri, con spessori di 27 metri alla base e 3,4 in sommità, con una capacità di invaso complessiva di 158 milioni di mc. e utile di 150, é ancora là intatta, salvo la passerella superiore travolta, Era stata iniziata nel 1857 e finita nel 1959.
L'energia della massa d'acqua in caduta da quell'altezza, compressa entro la gola del Vajont, aveva creato uno spostamento d'aria due volte più potente della bomba atomica di Hiroshima (ricordiamo che nel 1987 le case di Aquilone sotto la quota della Statale subirono questo evento, mentre l'ultimo sassolino di frana era arrivato a ben 800 metri di distanza).
IL CASO DEL MANTARO. Il caso del Mantaro, Perù - 1974, é del tutto diverso in quanto la diga non c'entra. Franò infatti una montagna intera, di massa decine di volte superiore alla frana del Coppetto, costituendo uno sbarramento naturale che, nonostante una serie di lavori effettuati per alcuni mesi, fu sfondato dall'acqua, nonostante la ridotta portata del fiume (una cinquantina di mc/secondo, meno di un decimo della portata del Mallero nel 1987). L'ing. Eugenio Del Felice di Sondrio, noto esperto del settore, era là ed ha un'ampia documentazione, anche fotografica, dell'evento).

IL CROLLO DELLA DIGA TEDESCA ATTACCATA DAGLI ALLEATI DURANTE LA II GUERRA MONDIALE
Il caso di distruzione di dighe durante i conflitti non é isolato - pensiamo ad esempio alla guerra del Vietnam -. Quando ciò é avvenuto ha sempre riguardato perà, per così dire, dighe minori come traverse fluviali, dighe che in realtà erano degli argini e simili.
Un solo caso vistoso per dighe di una certa dimensione, e quindi quelle potenzialmente più pericolose, é quello della diga tedesca - il nome ora sfugge - divenuta bersaglio degli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Nessun bombardamento però, che avrebbe portato a modesti, se non nulli, risultati. Fu invece usata una tecnica particolare.
La diga fu trattata come una nave e quindi molti aereosiluranti in serie la attaccarono sganciando, uno dopo l'altro, i loro siluri che riuscirono ad aprire una breccia e quindi a determinare il crollo.
Dopo quell'evento in molti bacini artificiali furono stese a protezione reti, del tipo di quelle che venivano poste intorno alle navi da battaglia (a Taranto l'Italia perse diverse unità perché queste reti ci si era dimenticate di porle!!!), tali da rendere inoffensivi i siluri, e probabilmente per questo l'episodio restò isolato.
Vogliamo però ricordare, e i meno giovani lo ricorderanno, quel segno - un cerchio bianco con all'interno un punto esclamativo - che era stato dipinto sulle pareti di molte case intorno alla Centrale Venina, a Busteggia, a Faedo ecc. Quel segno stava ad indicare che ove fosse successo qualcosa alle dighe di Venina (11,22 milioni di mc.) e Scais (9,06), al suono delle sirene, scattato una sola volta ma per errore dei guardiani, queste case e le zone circostanti dovevano essere abbandonate dagli abitanti.

RISCHIO TERRORISMO PER LE DIGHE
L'unico esempio bellico é illuminante.
Un attacco alle dighe richiederebbe una organizzazione tecnica superiore a quella usata negli USA l'11 settembre. 

Questo sia nel caso che si volesse seguire l'unico esempio in materia ma anche in un'altra ipotesi che non indichiamo per evidenti motivi. In questa seconda ipotesi infatti occorrerebbe un'organizzazione logistica anche questa superiore a quella usata negli USA l'11 settembre.
Terza considerazione: nel caso che i terroristi dell'orrore ponessero il loro sguardo verso il settore energetico vi é un'ampia gamma di obiettivi più facili, più alla loro portata.
Ultima considerazione: i terroristi, nella fase di preparazione, debbono ovviamente passare inosservati. In Valtellina e Valchiavenna non si passa inosservati e la nostra gente, anche nei posti più isolati, saprebbe benissimo cosa fare, riferendone a chi di dovere, nel caso percepisse qualcosa di anomalo.

Qualche timore, circolato nei giorni scorsi, non ha pertanto ragion d'essere.

SICUREZZA DELLE DIGHE
Le dighe nel mondo, per contare solo quelle con altezza superiore a 15 metri, sono circa 45.000 con una capienza complessiva di 5.000 miliardi di metri cubi d'acqua, quanta cioé basterebbe per i consumi della popolazione mondiale, pur a consumi non europei, per una ventina d'anni.
Abbiamo in precedenza voluto illustrare i disastri che hanno visto protagoniste le dighe. Vediamo ora le ragioni che militano a favore della sicurezza:

-1) Dopo il crollo della diga del Gleno il problema-dighe fu affrontato in Italia molto seriamente lungo tre direzioni: la legislazione, con norme efficaci, le strutture di controllo, di alto livello, lo studio approfondito, teorico e pratico. Il frutto lo si vide fin dagli anni successivi con gli italiani inseritisi all'avanguardia nel mondo;

- 2) L'aggiornamento continuo della normativa. Un esempio: oggi i concessionari delle opere di sbarramento, dighe di ritenuta o traverse, sono tenuti, ogni sei mesi, a una dichiarazione con la quale l'ingegnere responsabile, che deve esserci per legge, assevera lo stato delle opere, ivi comprese le sponde del serbatoio, e delle apparecchiature, per quanto riguarda la manutenzione, l'efficienza e le condizioni di sicurezza; nonché il rispetto del foglio di condizioni per l'esercizio e la manutenzione durante, la gestione dell'impianto. Inoltre in allegato devono esserci i diagrammi aggiornati delle misure significative del comportamento dell’opera. 

Deve altresì essere asseverato che non si ravvisano situazioni di pericolo per le popolazioni ovvero indicare gli eventuali provvedimenti di urgenza assunti.
- 3) I controlli. Il Servizio Nazionale Dighe effettua i sopralluoghi e gli accertamenti e provvede ad eventuali interventi. Sono previste sanzioni.

- 4) L'interesse. Le dighe oggi non contengono acqua ma oro (una volta si parlava di "oro bianco"; questa dizione può a ragione essere rispolverata). 

"Pregiata" viene chiamata l'energia prodotta con l'acqua immagazzinata nei bacini artificiali. L'energia elettrica infatti, come tale, non può essere immagazzinata, salvo che per modestissime quantità in accumulatori e batterie. Le centrali termoelettriche o nucleari marciano a produzione sostanzialmente costante. La società non viaggia con domanda costante, ma ci sono le punte. Per queste provvede l'idroelettricità e chi la fornisce la fattura a un prezzo ben superiore. Si tratta quindi per queste opere di investimenti a certa e pingue remunerazione, tali da essere adeguatamente mantenuti in efficienza.

Ricordiamo al riguardo cosa fece la Falck, oggi Sondel, negli anni '70 per la diga di Venina, ad archi multipli (8 archi che scaricano la spinta oltre che sulle due sponde su 7 grandi speroni,) ultimata nel 1926. Inizialmente  impermeabilizzò l'intera superficie a monte della diga con una resina speciale che però non diede buon esito per alcuni effetti dovuti al ghiaccio. Allora passò a un'altra tecnica, impermeabilizzando la superficie con acciaio inossidabile.
- 5) Il progresso scientifico e tecnico che consente oggi, soprattutto nel settore più delicato - abbiamo visto i casi Malpasset e Vaiont -, cioé a dire quello geologico e geotecnico, accuratezza di analisi e quindi affidabilità dei controlli.
Potrebbe restare qualche dubbio, in particolare sulla tenuta, soprattutto dopo una serie di eventi a costruzioni in calcestruzzo e in cemento armato (ponti, edifici civili ecc.) che hanno ridotto il periodo dopo del quale é necessario porre particolare attenzione alla resistenza dei manufatti.
Ebbene, uno dei maggiori esperti al mondo in fatto di corrosione, ed in particolare per c.a. e calcestruzzi, é un convalligiano, il prof. ietro Pedeferri, cattedratico al Politecnico di Milano.
Provincia, BIM, altri Enti potrebbero da lui avere risposte più autorevoli che non questa nota, e forse, per la tranquillità di valtellinesi e valchiavennaschi, non "potrebbero" ma "dovrebbero".

a.f.
GdS 21 settembre 2001

                   APPENDICE: I GRUPPI ELETTROGENI
La complessità della società contemporanea é ragione stessa di fragilità. Lo abbiamo visto con l'orrore di martedì 11 settembre, non solo per quello che é successo ma anche per quello che si é ipotizzato. I terroristi, e ancor più i terroristi-suicidi, hanno la possibilità di attentare all'ordinato svolgimento della vita quotidiana in mille modi.
Fra quelli possibili c'é anche l'enrgia.
Tutti noi dipendiamo in una misura enorme dall'energia. Lo si é visto a New York molti anni fa quando ci fu un colossale black-out, ma lo abbiamo visto una quindicina di anni fa quando ce ne fu uno molto più modesto a Sondrio che interessò per giunta solo la parte a destra del Mallero della città, dalle 9 del mattino alle due di notte. Allora, quando l'informatica era ai primi passi e quindi quasi inesistente la dipendenza di mille attività da essa e quindi dalla regolare erogazione di energia, i sondriesi toccarono con mano cosa voleva dire avere gli ascensori fermi (specie per gli edifici più alti e per perone anziane o con handicap), gli impianti di riscaldamento inattivi, i frigoriferi e i freezer spenti, i boyler - per chi non aveva quelli a gas - impossibilitati a fornire acqua calda, le pompe, per chi ne ha bisogno, inservibili, tutti gli elettrodomestici di casa, rasoi compresi, inutili, eccetera e eccetera.

Da allora é èassato un bel periodo di tempo, e l'unica differenza é che i gruppi elettrogeni di ospedali o altre strutture pubbliche vengono tenuti sotto controllo e in efficienza, mentre allora c'era chi lo faceva ma chi no. Alcuni soggetti, come banche o grandi aziende ne sono dotati.
Non risulta che vi sia qualche condominio che ne abbia installato uno.

Bisognerebbe pensarci, seppure di una potenza minima, tale da assicurare le funzioni essenziali. Se oggi, ad esempio, un condominio di 30 appartamenti ha in totale impegnati 100 kW, è per l'emergenza basterebbe un gruppo da 20, da installarsi, e manutenersi, in una con la caldaia del riscaldamento centrale, ove c'é.
Sarebbe saggio, ma, non illudiamoci, lo faranno in pochi.


GdS 21 settembre 2001

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