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Lettera aperta sulla sanità provinciale
di Gian Maria Bordoni

Destinato a chi vuole - Spunti di riflessione - Giunta Regionale e Consiglieri del territorio - Provincia, Comunità Montane, Comuni - Parti sociali - I manager

DESTINATO A CHI VUOLE
Ho molto pensato a questa lettera che non ha un destinatario preciso, ma che si rivolge un po’ a tutti quelli che con la sanità hanno a che fare, dalle Istituzioni ai Direttori Generali.
Scrivo lontano dalle tensioni locali e dalle leggende giornalistiche di questo agosto, incerto nel clima e nelle prospettive.
Sento l’Italia mentalmente in vacanza, anche se quest’anno spiagge e montagne sono più deserte e molta gente è rimasta in città, aiutata da temperature non sahariane come quelle dello scorso anno.
Qualche giorno fa a Sondrio si è tenuto un incontro molto atteso tra l’Assessore alla Sanità Lombarda Carlo Borsani, le Istituzioni locali, i Sindacati e gli Operatori della Sanità.

Spunti di riflessione
Parto da quel confronto per alcuni spunti di riflessione.
A chi lamentava l’incertezza sull’assetto futuro del nostro sistema ospedaliero, Borsani ha risposto di leggere la delibera della Giunta Regionale che, approvando il Piano Organizzativo Aziendale, sanciva: il mantenimento dei 4 ospedali, la messa in rete degli stessi, la distrettualizzazione organizzativa.
A chi rivendicava il diritto di partecipare alle decisioni organizzative, l’Assessore ha ricordato che esiste un solo sistema per farlo: costituire una fondazione di soggetti pubblici ed eventualmente privati che, concorrendo alla spesa sanitaria, hanno titolo a decidere le finalizzazioni.
A chi sosteneva che la Regione non aveva attuato la previsione del Piano Socio Sanitario, con la creazione di un modello di sanità di montagna che, pur inevitabilmente più costoso, fosse in grado di fornire risposte adeguate, Borsani ha ricordato che la nostra sanità costa ai lombardi 50 milioni di euro all’anno in più del budget assegnato, pur maggiorato delle quote per i territori montani.
Si tratta di considerazioni assolutamente pertinenti, sulle quali è difficile non convenire.
Vediamo un po’ di trarre alcune conseguenze e di assumere atteggiamenti che non lascino da parte né il buon senso (virtù da riscoprire!), né il realismo (da apporre alla demagogia imperante).

Giunta Regionale e Consiglieri del territorio
Comincio da me, dalla Giunta, dal mio collega Tam. Ho responsabilità precise in questa storia della sanità di montagna, che rivendicai per la prima volta scrivendo la legge 10/1998, più conosciuta come Legge della Montagna.
Poi proposi l’emendamento, accolto nel Piano Socio Sanitario, sempre per il riconoscimento della particolarità di questo territorio. La Giunta doveva declinare un modello adatto.
Non l’ha fatto, anche perché forse si aspettava qualche suggerimento dai consiglieri del territorio.
Tam ed io, peraltro, abbiamo visioni talmente distanti, che risulta francamente impossibile immaginare percorsi comuni. L’occasione la lasciamo dunque in mano ai Direttori Generali Spaggiari e Triaca: tecnicamente spetta a loro.
Certo noi faremo la nostra parte, io per costruire, Tam per distruggere. E’ un gioco delle parti che occorre accettare.

Provincia, Comunità Montane, Comuni
Al di là delle rivendicazioni “gestionali” di cui ho già detto, credo si imponga qualche considerazione sui ruoli. Non sarei così preoccupato di stabilire formali diritti per la Provincia di avere un Assessore alla Sanità. Credo sarebbe utile per tutti che questo percorso fosse sancito dai fatti, con il riconoscimento di un ruolo di coordinamento delle istanze comunali e comunitarie, in affiancamento alla Conferenza dei Sindaci. Ad andare oltre si rischia unicamente di creare confusione e questo non giova.
Suggerisco di sviluppare questo potenziale supporto alle decisioni dei manager sanitari, mutuando da altre provincie lombarde la costituzione di un “tavolo tematico sulla sanità”, nel quadro del rinnovato rapporto tra Regione e Provincia, da sancire con l’avvio (finalmente) del Tavolo Territoriale di Confronto.
Quella sarà la sede vera per verificare proposte, soluzioni, elementi gestionali della sanità in provincia.

Parti sociali

i piacerebbe pensare ad un mondo imprenditoriale che si fa carico della gestione delle tematiche socio-sanitarie, così come avviene in alcune parti del mondo e anche della Lombardia, all’interno delle Fondazioni. A parte quelle private, alle quali oggi i lombardi possono rivolgersi per le cure senza sborsare più un euro, mi sembra di grande interesse il modello proposto di istituzioni miste pubblico-privato per la gestione della sanità. Sappiamo di avere fieri oppositori su questi modelli nella sinistra dello schieramento politico dove, si sa, si mettono davanti le ideologie (la sanità non deve essere privatizzata) e si pratica, dove si comanda, esattamente quanto altrove si nega.
Speriamo che si riesca a praticare anche in politica la regola del buon senso.
Un cittadino emiliano e uno lombardo pari sono e davvero non si capisce perché le cose che sono giuste in Emilia Romagna debbano essere considerate orribili in Lombardia.
E veniamo al sindacato. Il discorso qui è davvero complesso, anche perché i livelli di confronto tra segreterie generali e segreterie di categoria viaggia su logiche molto diverse. Sarebbe quanto mai opportuno trovare un equilibrio praticabile tra gli interessi collettivi e quelli dei dipendenti della sanità, i cui rappresentanti sono, troppo spesso, arroccati su posizioni anacronistiche, difese in modo assolutamente incomprensibile. Un sussulto di responsabilità si impone, anche al fine di evitare soluzioni drastiche, laddove la ragionevolezza fa difetto. Speriamo bene.

I manager
Tocca a loro il compito vero di proporre un assetto credibile, praticabile e compatibile nel nostro sistema socio-sanitario. Non è solo una questione di ospedali! Una sanità di montagna, in grado di tenere conto di 200 km di valle, degli insediamenti in quota nelle valli laterali, della neve, delle strade trafficate e tortuose, della dispersione della popolazione, e chi più ne ha più ne metta, esige un sistema multipolare, distrettuale e integrato. In forma più semplice: di più presidi, di un sistema di emergenza-urgenza efficiente, di razionalità organizzativa che eviti doppioni inutili, di forte integrazione con i servizi territoriali. A questi principi deve obbedire il riordino del sistema socio-sanitario, con forme che risultino in grado di fornire risposte adeguate a un territorio che non è un quartiere di Milano e neanche un distretto della Brianza.
Questo già dice che la nuova sanità non è solo un problema di Spaggiari, ma anche di Triaca. Dice che è illusorio pensare di assolvere i propri compiti aziendali senza curarsi del sistema nel suo insieme. Dice che i manager saranno promossi o bocciati insieme.
C’è un Piano Strategico Triennale da maturare per tradurre operativamente il Piano Organizzativo.
E’ ora di fare proposte concrete su cui ci si possa anche confrontare. Serve comunque uscire dal limbo delle non scelte e dal pantano delle decisioni estemporanee. Lo chiedono a gran voce sindacati, medici e personale in genere, istituzioni, ma soprattutto la gente, disorientata da notizie vere e fasulle che si intrecciano, in un gioco la cui utilità appartiene più al disfattismo che alla corretta informazione.
Non spetta a me proporre ricette, ma ritengo utile dichiarare preventivamente cosa mi aspetto, anche perché non mi riuscirebbe di difendere politicamente percorsi privi di alcuni elementi irrinunciabili.
Un piano strategico, lo dice questo aggettivo, deve anzitutto premettere la strategia che lo ispira. Obiettivi che si vogliono raggiungere, modalità per arrivarci, tempistica di attuazione e costi devono essere messi avanti in bella mostra, assoluta trasparenza e comprensibilità. Dai massimi sistemi del POA si passa alla traduzione rigorosa di come raggiungere gli obiettivi, partendo dal corretto dimensionamento dei posti letto nei vari ospedali, alle funzioni che agli stessi vengono riservati, alla declinazione compiuta dell’organizzazione distrettuale e giù fino alla organizzazione dei reparti, ai lavori necessari, alle priorità e via discorrendo.
Da qui si capirà la qualità della proposta, che dovrà risultare convincente sul piano della risposta ai cittadini, su quello dell’utilizzo del personale e delle strutture, sull’efficacia della integrazione tra sanità e servizi territoriali.
Sulla proposta dovrà poi svilupparsi un confronto vero con i diversi interlocutori (che non sono solo i sindacati di categoria!). Dal confronto si arriva al consenso, almeno è sperabile.
Perché il confronto sarà anche sulle compatibilità economiche e sarà obbligatorio per tutti fare i conti con le risorse disponibili.
In giro per l’Italia ci sono formule diverse: c’è chi ha chiuso e venduto i piccoli ospedali e chi, come in questi giorni la Liguria, ha adottato la formula grigionese dei Country Hospital (ospedali di comunità), chiamando i medici di base a fare i primari di alcuni settori sanitari all’interno degli ospedali.
Vedremo le proposte. Quello che è certo è che mi aspetto un piano concreto, con risposte non banali sui temi della emergenza-urgenza, della specializzazione dei “piccoli ospedali”, della qualificazioni delle grandi strutture di Sondrio e Sondalo, della cura delle patologie più importanti, della integrazione con i servizi territoriali.
Sono certo che non sarò deluso.
Gian Maria Bordoni

GdS 30 VIII 04 - www.gazzettadisondrio.it
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