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RECENSIONI: Trent’anni di storia della cultura a Torino (1920-1950), di Norberto Bobbio.
Edizioni Einaudi. 134 pagine, € 12,50.
di Massimo Bardea


Scritto nel 1977 per un’edizione fuori commercio e recentemente pubblicato da Einaudi, questo libro ritrae i personaggi e le vicende che più influenzarono la vita culturale e politica di Torino tra il primo e il secondo dopoguerra. La rievocazione di Bobbio è velata di quella nostalgia riservata ai momenti della vita che, col senno di poi, si avrebbe voluto vivere in prima persona, ma che invece ci si è limitati ad osservare.
Alla fine della prima guerra mondiale, Torino è una città pigra che guarda con disinteresse i cambiamenti sociali che la investono (sempre più uomini, provenienti da tutta Italia, cominciano ad ingrossare le fila degli operai-fiat). Dopo lo spostamento a Roma della capitale, la politica perde interesse: la culla del rinascimento italiano sta lentamente diventando una grigia e stanca cittadina di provincia.
Siamo alla fine del 1918 quando nasce, ad opera di Piero Gobetti, la rivista di cultura militante “Energie nove”: un piccolo “segno di risveglio in questa morta Torino”, per usare le parole dello stesso ideatore. Gobetti è un giovane liberale che negli anni a seguire si renderà protagonista della vita culturale della città attraverso la sua opera di scrittore, giornalista ed editore. “Energie nove” risveglia lentamente gli animi degli intellettuali che gravitano attorno a Torino, al suo liceo D’Azeglio, alla sua università. In breve tempo, Torino diventa la capitale della resistenza culturale nei confronti di un regime, quello fascista, che intanto si sta facendo sempre più oppressivo ed autoritario. Le redazioni delle riviste e delle case editrici “non allineate” vengono chiuse con la forza, quelli che vi collaborano vengono arrestati, costretti all’esilio, assassinati, condannati al confino in isolati villaggi dell’Italia meridionale. Tra gli intellettuali “confinati” troviamo anche Cesare Pavese, che chiude la galleria di personaggi proposta dal saggio di Bobbio. Pavese si pone già con il suo carattere, prima ancora che con le sue scelte artistiche e le sue riflessioni, come punto terminale del cammino iniziato da Gobetti. Se lo scopo principale dell’ideatore di “Energie nove” è quello di comprendere la realtà per cambiarla, lo scopo di Pavese è soltanto quello di osservarla. Pavese già matura una forte disillusione verso il mondo della politica. Se per Gobetti la storia è quella del risorgimento, dei D’Azeglio e dei Cavour, per Pavese la storia è quella dei contadini, dei semplici, delle strade deserte, delle vigne arse dal sole e bagnate di sudore.
Dopo Pavese, il nulla e Torino ritorna una città pigra e disinteressata.
Massimo Bardea

GdS 8 VI 2002

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