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Clamorosa la gaffe della Provincia sul Piano Territoriale, ma non è quello il peggior di tutti i mali. Infatti…
di Alberto Frizziero

 
Autogol della Provincia - Abito troppo stretto per la provincia - Le due scelte - Il PTP non é un "Piano regolatore più grande" - Ragioni e responsabilità - Evitare il peggio - Ma ci sono le elezioni. E allora? - Compatibilità con il nuovo Codice

Autogol della Provincia
La Provincia ha dovuto revocare la delibera della Giunta con la quale adottava il Piano Territoriale-Paesistico per un errore di procedura. Prima di trasmettere il Piano ai Comuni per le osservazioni di rito doveva invece essere sottoposto alla Camera di Commercio. Prendiamo tal quale la notizia così come é uscita da Palazzo Muzio anche se non conosciamo ancora il testo della delibera.
Appresa la notizia allibito ma dispiaciuto, fortemente dispiaciuto.
Qualcuno, sentendo parlare di procedura, potrebbe pensare a qualche disguido burocratico o cose del genere. Non é affatto così. In questa materia, in questo argomento non si tratta di una formalità, di un banale errore di procedura. E' ben più seria la cosa come, con ragioni e responsabilità, vedremo più avanti.
La provincia al top per qualità di vita e per una serie d'altre cose, alle prese con grandi prospettive come i mondiali di sci, con una serie di iniziative che la impongono all'attenzione del Paese, fa autogol.

Abito troppo stretto per la provincia
Non entriamo nel merito, almeno per ora, nei contenuti di questo Piano che si era presentato in retta d'arrivo, e ora dovrà ripresentarsi, con straordinario ritardo. In una serie di interventi, in memorie, in articoli chi scrive ha sempre ritenuto la scelta di un Piano Territoriale tradizionale un abito troppo stretto per la provincia, inevitabilmente destinato a "congelare" il territorio diventando anziché occasione di sviluppo motivo di freno.
Siamo, come abbiamo ripetuto innumeri volte riprendendo la definizione dell'amico prof. Alberto Quadrio Curzio, una vera e propria Regione Alpina, dalle Alpi Lepontine all'Ortles, con, per fare un esempio e solo limitato alla Valtellina,
1533,565 km di corsi d'acqua, con la rete di canali e tubazioni per la produzione idroelettrica, con 1300 km di elettrodotti, con ampie porzioni del territorio destinate a Parchi. E metà della provincia sopra i 2000 metri con convalli - sono 105 solo gli affluenti dell'Adda! - di pendenze rilevanti, sia longitudinali che trasversali.
Avremmo quindi avuto, e avremmo, bisogno, di uno strumento innovativo, flessibile che sopperisca con questa caratteristica alla rigidità del sistema complessivo tuttora soggetto, nonostante recenti passi avanti compiuti, alla vincolistica passiva.
Avremmo quindi avuto, e avremmo, bisogno di uno sforzo di fantasia urbanistico-territoriale all'insegna della processualità dinamica, pane prelibato per i denti non già dei tecnici bensì degli amministratori cui competono le scelte e quindi gli input ai tecnici. Non si tratta di utopie o di astrazioni. In fin dei conti in tempi non recentissimi ma neppure troppo lontani proprio nella provincia di Sondrio erano state sperimentate vie nuove di pianificazione territoriale, riprese poi a Milano. Certo, queste cose non sono di tutti, anzi sono da pochi
, pochissimi, e, ripetiamo, non ci riferiamo al lavoro dei tecnici incaricati, perché le scelte di cui stiamo parlando appartengono al livello politico-amministrativo che, al più, avrebbe potuto scegliere questa strada se chi é in grado di interpretare la realtà territoriale secondo schemi innovativi fosse stato in qualche misura coinvolto nella elaborazione del Piano, o in una sorta di rinnovata Consulta - come quella del Piano a suo tempo della C.M. unica di Valtellina - o in un vero e proprio Ufficio di Piano.

lE DUE SCELTE
Il problema torna dunque alle due scelte di fondo compiute: quella dell'imboccare la via di un Piano tradizionale, per la verità probabilmente senza adeguata valutazione dell'alternativa della processualità dinamica cui abbiamo dianzi accennato e l'altra della metodologia.
Chi scrive ha sempre ritenuto, e quindi coerentemente agito nelle diverse responsabilità del settore ricoperte anche a livello nazionale, che la via che magari va benissimo in altre materie o altri provvedimenti, quella "illuministica", non é affatto adatta a un Piano Territoriale-Paesistico. La partecipazione nella fase finale ha un senso molto limitato. Non siamo alle prese con un Piano Regolatore la cui redazione può essere influenzata dai valzer di plusvalori fondiari - ed anche dai minusvalori - in base alla disposizione dei vari retini sulle tavole di destinazioni di zona.

Il PTP non é un "Piano regolatore più grande
Il PTP non é un "Piano regolatore più grande". La partecipazione é utile se gli apporti giungono fin dalla fase di elaborazione con un rapporto iterativo fra tali apporti, la valutazione dei tecnici, la presentazione al livello politico-amministrativo, l'assunzione di scelte conseguenti, di nuovo gli input ai tecnici.
Questa impostazione metodologica, con scelte innovative, aveva del resto splendidamente funzionato in occasione del citato Piano della Comunità Montana unica di Valtellina. Ne era venuto quanto di meglio prodotto fin allora in Italia sotto il profilo culturale ma ad un tempo una soluzione di grande spessore per la gente di Valtellina. Presidente Garbellini con il suo CD, chi scrive, una Consulta di Piano con S. Venosta e G. Spini a coordinare i lavori per gli aspetti rispettivamente territoriali e socio-economici, incarico progettuale alla soc. CERPI.
Nella Consulta di Piano quasi cinquanta persone ciascuna delle quali portava un apporto culturale o di professionalità specifica - qualcuno ne aveva parlato come "la sede della Cultura di Valle", qualcun altro di "Pensatoio"... -
Se non ci fosse stato l'assassinio della Comunità Montana unica di Valtellina, e ci fosse stata l'approvazione in Regione del Piano, oggi non ci sarebbero una serie di problemi che affliggono la provincia perché il Piano Territoriale non solo si era posto i problemi ma ad essi aveva anche dato soluzioni tali da non costituire imposizione col rischio, come spesso in questi casi, o di non approdare a nulla o di scrivere grida di manzoniana memoria.

"Ragioni e responsabilità
Si diceva di ragioni e responsabilità di una gaffe così abnorme da risultare incredibile. Non é, dicevamo, una questioncella burocratico-formale. La procedura é sostanza.
Se fosse stata seguita la via della partecipazione razionale in sede di elaborazione non ci sarebbe stata questa gaffe. E perché? Per la semplicissima ragione che chi ha esperienza di queste cose, e sono pochissimi, sa che esse debbono essere pilotate direttamente.
Non c'é delega che tenga, anche in questioni e tecniche e procedurali. Troppo importante la materia per essere delegata.
La delega implica anche, di fatto e inevitabilmente, delega di interpretazione. Chiunque si deve occupare di queste cose deve, visto quel che é successo bisogna usare il termine "dovrebbe", essere pienamente consapevole dello scenario, anche giuridico, nel quale si deve operare.
Ovvio che la responsabilità maggiore compete alla Presidenza dell'Ente in quanto, negli input ai tecnici, é solo lui ad avere in mano la situazione nella sua completezza, in misura certo ben maggiore che non un assessore per valido che possa essere nel suo settore.
In ogni caso nelle responsabilità si ritrovano, con il Presidente, l'assessore che ha coordinato i lavori, la Giunta che ha deliberato evidentemente rifacendosi a quel che veniva riferito. Non basta. Ce n'é anche per la Commissione consiliare competente, e quindi per i consiglieri sia di maggioranza che di minoranza, nessuno dei quali ha ritenuto di verificare cosa ci fosse da fare.
Qualcuno dirà "ma i tecnici?". Il Piano é atto complesso per sua natura e quindi se una responsabilità ha da esserci questa non può che riferirsi alla sola Segreteria Generale cui spettava e spetta il compito di verificare la corrispondenza del progetto presentato con quel che la legge prescrive.

Evitare il peggio -
Tristezza dunque nel registrare quel che é successo.
C'é però da chiedersi se non ci sia invece dietro l'angolo qualcosa di peggio. C'é troppo malumore tra i Sindaci - ma anche fra tecnici dei Comuni - che si sono incontrati per le valutazioni sul Piano, o meglio sul progetto di Piano. Taluni lo hanno espresso, altri no, ma che Il Piano sia mal digerito é evidente.
Non vogliamo entrare nel merito, come abbiamo detto prima. Poniamo però una semplice domanda, cui ciascuno dia la sua risposta, di scegliere, come abbiamo detto e scritto in diverse circostanze, fra questi due corni del dilemma:
"deve essere l'ambiente al servizio dell'uomo o l'uomo al servizio dell'ambiente?" (ovviamente per noi deve essere l'ambiente al servizio dell'uomo).
Si veda il Piano, in particolare alcune sue rigidità, e si dia risposta in base a questo dilemma. Se si ritiene che esso possa essere tranquillamente visto come strumento in cui l'ambiente é al servizio dell'uomo si proceda. Se così non fosse ci si pensi due volte perché allora sì che occorrerebbe evitare il peggio. Quando il Piano sarà approvato infatti sarà dura cambiare, quand'anche emergesse che cambiare é giusto.
Sotto questo profilo non é condivisibile la posizione sostenuta dalla minoranza in Provincia per un'approvazione comunque rapida del Piano. Per l'approvazione deve esserci tutto e solo il tempo necessario per arrivare alla migliore soluzione fra quelle possibili.
Il Piano arriva con straordinario ritardo e quindi non si tratta di disquisire per qualche settimana in più o in meno.

Ma ci sono le elezioni. E allora?
Ci sono le elezioni, é vero.
Intanto però si tratta di tema di non facile comprensione e quindi utilizzabile elettoralmente solo fra addetti ai lavori oppure con ampio uso di demagogia, in un senso o nell'altro.
Anche se la gaffe é stata grossa, i ritardi eccessivi (a cominciare dall'incarico stranamente affidato solo nel luglio 2001), pesante qualche contenuto (é la stessa Giunta in delibera ad affermare "l'esistenza di punti critici che troveranno possibilità di ulteriore riflessione nella fase che ora si apre di discussione del progetto", ma non si capisce, vista la scelta "illuministica" perché questi punti critici non sono stati risolti prima di presentare il progetto...), incerte le prospettive (ci riferiamo alle preoccupanti rigidità) vogliamo auspicare che la campagna elettorale possa avere altri motivi di scontro.
Troppo importante il Piano Territoriale Paesistico per accantonare la via del confronto scegliendo invece di dar fuoco alle polveri.

COMPATIBILITA' CON IL NUOVO CODICE
Il Consiglio dei Ministri del 16 gennaio ha varato il nuovo Codice per i Beni Culturali e Paesaggistici, sulla base della delega prevista dall'art. 10 della legge n. 137 del 6 luglio 2002. La parte che interessa é la parte terza. Una valutazione di compatibilità si impone

Torneremo in argomento. Forse anche sui contenuti.
Alberto Frizziero

GdS 20 I 04 - www.gazzettadisondrio.it
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