28 luglio. 31 anni fa la tragedia

Il precedente dedicato al 18 luglio: "http://www.gazzettadisondrio.it/speciali/18072018/trentuno-anni-fa-disastroso-evento-tragica-ma-grande-valtellina"

Ricordiamo l'anniversario riprendendo quanto già scritto. Una pagina di storia. Nelle due foto delle prime pagine del Centro Valle lo stesso titolo. Il primo - allagamento post 18 luglio - con il secondo - post Val Pola - ripreso, simbolo di unità
"Capitolo decimosesto. LA TERRIBILE CALAMITÀ DEL 1987.. UN PAESE SEPOLTO. VENT’ANNI DOPO (quarta parte)

Le preoccupazioni del 28 luglio - Quadro fosco - Tre esempi di eventi disastrosi: Valchiosa, Biasca e Deborence - Tre esempi di laghi rimasti: Poschiavo, Scanno e Alleghe - Un caso particolare: Cerredolo - By-pass (e frana di Spriana) – Consolidamento - Le controversie – Intanto la viabilità… - Flash: la cravatta – Flash: il telefono – Due pesi e due misure non vanno bene – L’occasione persa da Magistratura Democratica - GIORNALISTI (IN MAIUSCOLO) Quelli che han capito cosa vogliono dire 1836 metri cubi al secondo, quando il record storico del 1911 era di 1190!
- Flash: Chiavegatti e la comunicazione giudiziaria – APPENDICE: 1) Da “Il Giornale” venerdì 24 luglio 1987 “FOSSE TUTTA VALTELLINA” di Indro Montanelli – 2) Da “Repubblica” giovedì 23 luglio 1987
“NON SPARARE NEL MUCCHIO” di Giorgio Bocca

Le preoccupazioni DEL 28 LUGLIO
28 luglio mattina terrificante disastro della Val Pola. La riunione in Provincia alle 18 del 27 luglio era parsa a tutti una sorta di 'rompete le righe' per quanto riguarda l'emergenza. La situazione era gravissima ma non si era più – si pensava – alle prese con il rischio di perdite umane. Unico punto che restava è quell'allarme lanciato dal dr. Presbitero cui deve la vita un migliaio di persone. Il suo allarme aveva avuto riscontro con la decisione di Zamberletti che si convocasse il Gruppo LL,PP, per assumere le determinazioni del caso. Ce ne furono due: l'evacuazione  nella zona di S. Antonio e l'installazione nei pressi della Chiesa di San Bartolomeo de Castelaz di fotoelettriche puntate sul versante destro servite e seguite da militari. Era ormai giorno quando un soldato richiamò l'attenzione dei colleghi “sugli alberi che stanno muovendosi”. Lo ritennero una conseguenza della notte insonne senonchè tutti videro le piante in leggerissimo movimento discendente. Non ebbero molto tempo perchè un polverone enorme con una gragnuola di sassi, anche grossi li spinse a gambe levate su per la montagna.
A Sondrio, sentito lo sciamare di elicotteri, chiesi notizie – le voci erano di un finimondo con dei morti – di corsa in Prefettura. Sul portone incontro con il generale Muraro che aveva fatto una puntata lassù fra i suoi militari. Era scosso ma almeno con  la buona notizia che i militari erano stati indenni. Nessuno di loro, come la Chiesa, nonostante l'ira di Dio fu colpito da sassi, grandi e piccoli. Si pensò ad una sorta di miracolo. Notizie, notizie! Tutti le cercavano. Fu il Presidente della Provincia a informare che Don Carlo, il parroco, aveva parlato di una trentina di morti. Triste sorte ad Aquilone lontano almeno 800 metri dall'ultimissimo lembo della frana. Come una lama lo spostamento d'aria aveva polverizzato le case sottostanti alle SS38 lasciando pressochè intatte quelle sopra.
A complicare il dramma il lago in formazione. Vediamo intanto in Prefettura.
Nelle prime ore dopo la grande frana il quadro era di grandissima preoccupazione:

1) la quota soprastante l’alveo dell’Adda a monte dell’ammasso di frana rappresentava di fatto il colmo di una diga naturale e del livello del futuro lago.
2) la portata dell’Adda, pur in quel momento relativamente modesta, faceva prevedere in poche settimane il riempimento di questo bacino naturale. In realtà occorreva mettere in conto precipitazioni meteoriche, maggiore portata e quindi riduzione dei tempi.
3) un primo calcolo dava la cubatura dell’ammasso di frana superiore alla cubatura dell’incavo nella montagna il che poteva far supporre l’esistenza di cavità pericolosissime per la spinta che masse d’acqua le riempissero
4) il rischio di un “effetto Vaiont” qualora la montagna avesse ulteriormente scaricato materiale a lago pieno

Quadro fosco
Molte voci, molte congetture da parte di tanti per i quali il lago non avrebbe prodotto danni. Si citava il Lago di Poschiavo. I tecnici avevano però ben presenti ben altre situazioni. Nella maggior parte dei casi infatti le frane che hanno causato uno sbarramento e la formazione di un lago sono state erose nel giro di pochi giorni o mesi, trascinando a valle il materiale franato e provocando un’alluvione a valle. Persino il Mantaro, in Perù, con una frana decine e decine di volte superiore a quella della Val Pola, e nonostante lavori imponenti duranti sei mesi, spazzò via il tappo con danni per 200 km. I casi in cui lo sbarramento ha resistito ed il lago è rimasto si possono contare sulle dita di una mano (lago di Poschiavo in era preistorica, lago di Alleghe nel 1771, Lago di Scanno). Riportiamo quindi alcune situazioni per cercare di ricreare il quadro che a partire dalla stessa mattina del 28 luglio si poneva ai tecnici e ai responsabili della protezione Civile
Vi sono poi racconti che nelle Alpi fanno frequente riferimento a paesi sepolti, a grandi frane e quindi a relativi sbarramenti in genere non rimasti ma distrutti dalla pressione delle acque a monte. “Si narra che nel 563 una parte del monte Grammont, all'estremità orientale del Lago Lemano, abbia ceduto provocando una frana che creò uno sbarramento al fiume Rodano. qualche mese più tardi, in questa diga formatasi naturalmente si aperse una falla, il lago esondò inghiottendo villaggi su entrambe le rive, distruggendo il ponte di Ginevra e provocando la morte di molti dei suoi abitanti”, ad esempio, è uno dei tanti racconti...
Tre esempi di eventi disastrosi: Valchiosa, Biasca e Deborence
In dettaglio vediamo alcune situazioni ripetendo che i casi in cui lo sbarramento ha resistito ed il lago è rimasto si possono contare sulle dita di una mano. Esaminiamo i tre citati in letteratura e cioè Poschiavo, Alleghe e Scanno, aggiungendo il caso particolare del Cerredolo che però ha caratteristiche diverse con quella che potremmo chiamare una colata e non una frana come comunemente la si intende. Prima presentiamo fra le tante tre situazioni alpine tipiche: Valchiosa, sopra Tirano, Biasca in Ticino e Deborence nel Vallese.

Valchiosa. La frana del 1807. 160 giorni e poi il collasso
http://www.pgstirano.it/tirano/tirano_storia.html
L'autunno del 1807 fu una stagione molto piovosa per la Valtellina; temporali ed acquazzoni violentissimi si abbatterono in modo particolare nella zona di Tirano e del monte Masuccio (la montagna che sta a nord dell'abitato). Successe allora quello che purtroppo si era temuto per molto tempo; una enorme frana scese a valle dal monte Masuccio partendo poco lontano dall'abitato di Baruffini ed andò a sbarrare il corso del fiume Adda, poco prima della sua confluenza con il torrente Valchiosa. Tutto avvenne la notte dell'8 dicembre 1807 ed il terribile boato che la frana provocò, fu udito nei paesi di Sernio, di Lovero, ma anche di Tirano. Grande naturalmente fu lo spavento della popolazione, che accorse in massa sul luogo della caduta. Fino all'alba però, i contorni dell'avvenimento rimasero poco comprensibili poi, alla luce del giorno, il disastro assunse connotazioni più precise. Erano andati distrutti quasi completamente i vigneti situati sui fianchi del monte Masuccio in comune di Sernio e furono sepolti completamente quattro torchi e cinque mulini. Ma la cosa più grave fu la morte di un'intera famiglia sepolta con la propria casa dalla frana. Alla disperazione degli abitanti di Sernio che avevano perso i loro beni, si aggiunse presto la preoccupazione degli abitanti di Lovero per i quali lo sbarramento dell'Adda rappresentava una vera e propria trappola. Infatti si capì subito che l'acqua dell'invaso che si stava formando, sarebbe stata in grado di allagare tutto il paese e seppellire ogni cosa. La frana che si era staccata 600 metri più in alto, aveva creato una barriera alta 43 metri. L'Adda impiegò 11 giorni per riempire questo bacino ed il giorno 18, superato il bordo superiore dello sbarramento, riprese a defluire nel vecchio alveo. Restava un lago lungo 2580 m, largo 830 m e con una superficie di 1522 pertiche valtellinesi. L'invaso ebbe conseguenze gravissime per tutta la zona.La chiesa di S. Agostino di Lovero era in gran parte sommersa, così pure buona parte delle case e tutti i prati. Nonostante le promesse di intervento immediato, il 14 maggio 1808, la situazione non era migliorata anzi, lo sciogliersi delle nevi, aveva aumentato la portata dell'Adda e quindi il pericolo che lo sbarramento di terra e sassi si sbriciolasse. Alle 5 del mattino di lunedì 16 maggio, la parte alta dello sbarramento cedette e le acque limacciose si riversarono dentro il vecchio letto giù verso Tirano. Per fortuna il crollo interessò solo i 12 metri sommitali e non tutta la diga, comunque, il mare di fango e di acqua che scese verso il basso, travolse tutto ciò che incontrò sul suo cammino. Spazzò via i terreni coltivati e le vigne che fiancheggiavano il corso dell'Adda e, aiutato in questo anche dalla pendenza, in quel tratto molto accentuata, fece a pezzi il ponte di Tirano, sul quale passava la strada principale della valle. Alcune case che si trovavano all'interno degli argini vennero travolte. Gli stessi argini, aperti in più punti in quegli anni, per poter meglio accedere al fiume per attingere acqua, furono in parte divelti e il fiume allagò e danneggiò molte abitazioni. Allagamenti molto vasti subirono anche le campagne intorno a Tirano perché l'impeto delle acque distrusse buona parte dell'argine che faceva compiere al fiume una decisa curva verso il torrente Poschiavino. Pur avendo mitigato la loro violenza le acque dell'Adda in piena riuscirono ad allagare i campi di molti comuni, da Bianzone giù fino a S. Pietro Berbenno. Dopo le prime opere urgenti per la chiusura delle falle prodotte negli argini (si usarono gabbioni riempiti di sassi e fascine), fu costruito in Tirano un ponte provvisorio in legno lungo 35 metri. L'opera di ricostruzione vera e propria si presentò però molto più ardua, sia per l'impossibilità di mettere d'accordo i danneggiati (oltre 2500), sia per la cronica mancanza di fondi. I segni lasciati dalla frana furono visibili per molti decenni così come i segni delle distruzioni ed i depositi di ghiaia lasciati dal lago nel piano di Lovero.
Buzza di Biasca (CH – Ticino). Frana del 1513. 597 giorni e poi il collasso
http://hls-dhs-dss.ch/textes/i/I28662.php?PHPSESSID=090916529649fdde4dc2...
“Il 30.9.1513 un enorme scoscendimento si produsse sul fianco ovest del Pizzo Magn (chiamato anche Monte Crenone), a monte di Biasca. Il materiale caduto raggiunse un'altezza di 60 m, creando un vasto sbarramento, che ostruì lo sbocco della valle di Blenio e il decorso del fiume Brenno. Durante più di un anno e mezzo le acque formarono un lago di 5 km di lunghezza con ca. 200 milioni di m3 di acqua, che sommerse completamente il villaggio di Malvaglia (fino all'altezza di metà campanile), altre località, vigne e colture presenti nella valle. Il 20.5.1515 la diga naturale cedette alla pressione e riversò le acque nella valle Riviera, sommergendo il Bellinzonese e il piano di Magadino; causò numerose vittime (600) ed enormi danni. Preda delle acque fu anche il ponte della Torretta, fatto costruire dai duchi Sforza nel 1487, con parte delle mura che lo congiungevano ai forti di Bellinzona, interrompendo per sec. le vie di comunicazione e il transito fra le due sponde del Ticino e fino alle rive del lago Maggiore. A questo evento si ricollega la vicenda delle accuse di ricorso alle arti magiche da parte degli abitanti di Malvaglia, per liberarsi del lago, promossa contro di loro da Biasca nel 1517; la sentenza assolse i bleniesi, ma la tradizione del loro ricorso alla magia perdurò a lungo”.
Derborence (CH – Vallese). Frana del 1749. Collasso
http://hls-dhs-dss.ch/textes/i/I8206.php
“Sito alpestre vallesano posto in un bacino elevato del massiccio dei Diablerets, ai piedi del fianco meridionale della Tour Saint-Martin e allo sbocco delle valli di Cheville e della Derbonne. Nel corso del XVIII sec., l'area di D. fu colpita da due gigantesche frane: la prima fece 18 vittime (24.9.1714), la seconda provocò la formazione del lago di Derborence (23.6.1749). Questo smottamento, il più voluminoso prodottosi in Svizzera nei tempi storici (50 milioni di m3 in totale), è anche quello con il maggiore dislivello mai registrato, con ca. 1900 m fra la cresta dei Diablerets e la località di Besson. Ramuz si ispirò a questa catastrofe per scrivere uno dei suoi romanzi più belli, Derborence (1934).
http://64.233.183.104/search?q=cache:WcAb4A9jPfoJ:www.brusio.ch/Contenut...
Tre esempi di laghi rimasti: Poschiavo, Scanno e Alleghe
E ora gli unici casi rimasti:
Lago di Poschiavo. Frana di 15000 anni fa. Rimasto (come Scanno e Alleghe)
http://th05acc0252.swisswebaward.ch/lagoformazione.html
http://www.popso.it/selettore.php?idCat=116&idGer=9&idRec=5505&cdOp=estr...

“La formazione del lago di Poschiavo è da attribuire a un'enorme frana caduta 15000 anni fa tra il Corno del Giumellino e il Corno di Valüglia (la frana infatti non proviene dalla parte di San Romerio, bensì dalla parte destra della valle). L'enorme massa ha acquistato durante la caduta quasi verticale un'enorme energia cinetica, ed è stata scaraventata contro il versante opposto. Se osserviamo l'ecogramma anziché incontrare una linea ricurva, cioé una riva che sale lentamente, riscontriamo addirittura un angolo.Ciò ci indica che il lago non è una buca naturale, ma deve la sua esistenza alla caduta della frana.”.
“Il materiale si accumulò sbarrando la valle all'altezza di Meschino, si sollevò formando la Motta e creò una diga naturale di grande solidità. Le acque crebbero finché, trovato un varco, poterono riprendere a scendere verso l'Adda e con il tempo ricrearono un alveo erodendo parte del franamento”.

Lago di Alleghe. Frana del 1771. Rimasto
http://www.infodolomiti.it/dolomiti.run?3B023B74

La sua formazione è dovuta ad una grande frana staccatasi da una propaggine del monte Forca, che sorge alla destra del Cordevole di fronte al paese di Alleghe. Di tale propaggine, denominata Piz (anticamente Spiz), non rimane attualmente che la metà inferiore, sulla quale appare evidente la la grave mutilazione che ha dato origine alla nascita del giovane lago alpino. L'11 gennaio 1771 un'enorme frana precipitò dal monte Piz seppellendo i villaggi di Marin, Riete, Fusine. La colossale diga di detriti formatasi fermò l'affluenza inferiore dell'acqua del torrente, che si innalzò finchè, sormontando le rovine medesime, potè riprendere il suo corso. Rialzandosi, quest'acqua, diede origine al lago attuale che in soli tre giorni raggiunse l'altezza di 35 metri, e la lunghezza di di mezzo miglio, inondando e sommergendo i villaggi di Sommariva, Torre, Costa, Peron e Alleghe, villaggio posto "sul col", sul punto cioè più alto salvatosi dall'immane catastrofe.

Lago di Scanno. Frana in tempi remoti. Rimasto
Il lago di Scanno in Abruzzo ebbe origine dall’ostruzione del fiume Tasso a seguito di una frana staccatasi dal Monte Genziana in tempi remoti. 922 metri di quota, 6,65 Km di perimetro con una profondità massima di 32 metri. Va osservato che siamo nell’Appennino con non grandi portate e anche caratteristiche delle rocce ben diverse.

Un caso particolare: Cerredolo
Lago di Cerredolo. Frana del 1960. Tracimazione naturale
http://associazioni.monet.modena.it/gcvpcm/index.htm?annovi10.htm

“Nel pomeriggio del 23 aprile 1960 una frana in prossimità dell'abitato di Cerredolo (Comune di Toano, Provincia di Reggio Emilia), di ben 13 milioni di metri cubi, scendendo dal versante destro del Fiume Secchia lo sbarrò completamente. Si formò un lago, il cosiddetto Lago di Cerredolo, della superficie di 110 ettari, che si mantenne per nove mesi, tempo che impiegarono le piene per incidere definitivamente lo sbarramento creato dalla frana. Durante l'intero periodo gli abitati del fondovalle furono tenuti in allarme e durante i momenti più critici fu disposta l'evacuazione.
I primi segni premonitori erano stati avvertiti il giorno precedente e la massa franosa impiegò 33 ore per giungere alla sponda opposta del fiume, coprendo una distanza di circa 1,5 km alla velocità media di 45 metri l'ora. I circa 13 milioni di metri cubi staccatisi dal versante sbarrarono il fiume, in questo tratto largo circa 200 metri, con un'altezza dell'accumulo di 25 metri. La frana avvenne per  scivolamento su di una superficie parallela al versante, sia per l'instabilità dei terreni, naturalmente predisposti al franamento , che per le intense piogge dei giorni precedenti (166 mm dal 16 al 20 aprile, il doppio della media mensile nel periodo 1921-1950). Rimase in movimento fino al 27 maggio e da allora è quiescente.
Quando avvenne la tracimazione principale lo sbarramento non cedette completamente e si riversò a valle solo una parte del volume invasato, creando un'onda di piena paragonale alla massima conosciuta per il Secchia, distruttiva ma non catastrofica”. Va osservato che siamo nell’Appennino con non grandi portate e anche caratteristiche delle rocce ben diverse e che vi era stato scivolamento e non crollo disastroso.

By-pass (e frana di Spriana)
Su una sorta di lavagna a fogli, nell’ufficio del Prefetto, già nella stessa mattina si vedeva uno schema, tracciato a pennarello, di by-pass. Il ragionamento era stato semplice: il lago si formerà rapidamente, occorre creargli uno sfogo, come il troppo pieno della nostra vasca da bagno,cercando di pompare più possibile acqua per evitare che il livello arrivi in cima. Se questo succede la tracimazione può determinare il collasso. Se si arriva al collasso povera Valtellina! I danni per la Valchiosa, ben più modesta della frana della Val Pola, arrivarono allora fino a Sondrio.
Non è detto che succeda così, ma occorre intervenire per evitare simili conseguenze.
D’altronde come sono le cose per la frana di Spriana?
E’ inguaribile, nel senso che non si può fare nulla per impedire la sua inevitabile caduta a valle, magari fra mille o cinquemila anni. Probabilità molto bassa, salvo eventi sismici eccezionali di gravità anche superiore a quello del Friuli che ne aveva riavviato il movimento (un metro e mezzo la settimana nel 1977 i caposaldi 6 e 14!). Rischi però talmente alti per la città di Sondrio da determinare, nella combinazione dei due elementi, l’indispensabilità di intervenire. Come? Con un by-pass che, nel caso si producesse l’evento con la formazione di in lago per lo sbarramento della valle, possa far defluire l’acqua e ridurre la pressione su questa sorta di diga naturale.
La soluzione ipotizzata simile dunque a quella per Spriana.

Consolidamento
Non basta. Nessuno è in grado di stabilire l’affidabilità del piede dell’ammasso di frana. Anche qui c’è chi dirà che non serve. Chi ha la responsabilità della decisione non si può affidare al testa e croce o al risultato di un referendum fra la gente. Deve valutare a fondo e deve anche tenere presente quello che dicono i rappresentanti delle popolazioni che il lago ce l’hanno sopra la testa.
Si decide di consolidare e lo si fa in tempi anche abbastanza veloci. Ci saranno critiche ma il realtà le briglie, doppie, svolgeranno il loro compito. Solo le ultime in cima possono essere rimosse ma sono biglie semplici,

Le controversie
Ci saranno anche controversie per il pompaggio. Da un lato la Snam Progetti. Dall’altro Condotte. Paradossalmente società pubbliche entrambe, dell’ENI la prima, dell’IRI la seconda. E poi ci si metterà di mezzo anche l’AEM, sempre pubblica, del Comune di Milano.
Non entriamo però in queste controversie. Riprenderemo il tema quando si tratterà della tracimazione controllata avviata il 30 Agosto alle quattro del mattino con una correzione per incanalare l’acqua nel verso giusto. C’erano quella ruspa minuscola nella ripresa TV a campo lungo, il suo conduttore, e l’impresario, Paride Cariboni, con quel rivolo d’acqua osservato in tutta Italia, in altri Paesi in diretta ma soprattutto dai valtellinesi per 12 giorni dal 25 agosto fuori casa. Andò bene. Avevano ragione qui a Sondrio. Aveva torto il prof. Zampagliene, consulente dell’AEM, che aveva profetizzato un disastro immane.
Vedremo le prospettive successive e i dettagli del maxi-progetto di intervento della Società Condotte, dello studio del BIM, delle scelte conclusive.

Intanto la viabilità… (Via Chiavenna, Via Gavia, Via Tirano-Livigno)

Via Chiavenna
Non appena possibile avevo deciso di andare su in Alta Valle a rendermi conto. Mi avevano chiesto quando volevo andar su per combinare gli orari per un elicottero. “No, vado in auto”. Sguardi strani ai quali devo dare una spiegazione “voglio rendermi conto di persona della situazione nello stesso modo dei residenti lassù o comunque di chi deve andarci”. Dopo 193 km. via Chiavenna - Passo del Maloia a 1815 m. – Passo del Bernina a 2323 m. – Passo della Forcola a 2315 m. – Livigno – Passo d’Eira a 2208 m. – Passo del Foscagno a 2291 m. arrivo a Bormio. Da precisare che chi avesse avuto, o avesse anche oggi dovendo fare quel giro, l’idiosincrasia per i passi, da quello del Maloia, poteva o può passare per S. Moritz seguendo il corso dell’Inn andandosene fino a Zernez e poi arrivando a Livigno passando per il tunnel a pedaggio de Munt la Schera. 17 km in più, per un totale di 210.
Normalmente sono 62. Più che i chilometri, pure tanti, conta il tempo necessario non solo per i saliscendi ma per il traffico, compreso quello pesante e quello di gente a disagio su queste strade. Probabilmente la montagna più alta vista prima era per loro la collinetta di San Siro.
Alcuni incontri in Bormio con amministratori ma anche altri per capire situazione e stato d’animo. Molte preoccupazioni per l’isolamento e per il turismo. La stagione estiva se ne è andata. Quella invernale è un grosso punto interrogativo, ma nessuna emotività, molta razionalità e soprattutto voglia di farne. Anticipo che la prossima seduta dell’esecutivo del BIM la faremo a Bormio.

Via Gavia
Con me il figlio maggiore, Claudio. Decido per il rientro di fare il Gavia. Sono 114 km. da Bormio a Sondrio via Passo del Gavia a 2650 m. – Edolo – Passo dell’Aprica a 1176 m.
Stop al rifugio Berni (2541 m.) non solo per avvisare casa e bere un caffè ma anche per tastare il polso sentendo i gestori e la gente. In effetti l’incoscienza domina sovrana e la sperimenteremo di persona. E’ ancora periodo di ferie e sono tanti che vengono anche da Brescia, dalla Bassa Padana, da Milano e oltre a vedere “lo spettacolo della frana” forse pensando che la strada del Gavia sia come l’Autosole. Non è così. La strada era stata costruita durante la Prima Guerra Mondiale per rifornire le nostre truppe al fronte. Da ricordare che al passo una stele di marmo ricorda il 20 luglio 1954 quando un camion militare, per il cedimento del ciglio stradale, volò nello strapiombo uccidendo i 18 Alpini del plotone pionieri del Battaglione Bolzano, 6° Reggimento Alpini, Brigata Tridentina che da Santa Caterina stavano andando al Tonale. Strada da montanari e automobilisti espertissimi.
Abbiamo appena iniziato la discesa ecco che, infatti, ci siamo dentro. C’è una strettoia, con strapiombo sulla destra. Passo aperto solo d’estate, strada stretta, in genere senza parapetti (in quei giorni, visto l’isolamento dell’Alta Valle, l’ANAS deciderà ad una serie di interventi migliorativi). Non si va né avanti né indietro. Quelli lato strapiombo sono per lo più terrorizzati. Quelli lato montagna non se la sentono di andare avanti quando sia a sinistra con le altre auto che a destra con la montagna se non ci sta in mezzo un foglio di carta velina poco ci manca, diciamo un paio di centimetri per parte. Soprattutto ormai domina la psicosi. Per fortuna c’è anche qualche macchina targata Sondrio: una famiglia che rientra dalle ferie, due soldati che hanno ottenuto una licenza straordinaria e qualcun altro. Danno una mano. Versante Ponte di Legno qualcuno intelligente – strano ma capita in queste occasioni che qualcuno lo si trovi! – ha bloccato il serpentone di auto in salita in zona più agevole.
Operazione anti-ingorgo al via. Con fatica, arretrando con spinte a mano alcune auto si riesce ad avere libero qualche metro dove i due cm. per parte diventano forse anche 5 o 6. Prioritario fare avanzare quelli lato strapiombo. Si tratta di una decina di auto ma non c’è nessuno che se la sente, Pazienza. Chiedo se sono d’accordo che provveda io. L’adesione è fulminea con grossi respiri di sollievo che aumentano quando sanno che possono tornare a casa loro passando da un’altra parte, via Svizzera, percorso lunghissimo ma non a rischio d’infarto. Ci andranno tutti.
Operazione dunque: prima controllo accurato del ciglio stradale per non fare la fine dei poveri alpini, e poi su sulla prima macchina, testa fuori del finestrino a sinistra. Staffetta dopo un centinaio di metri a strada più larga. Un altro dei nostri ci dà il cambio e porta l’auto al Rifugio. Seconda auto, bis. Vediamo i proprietari delle auto e familiari che si rasserenano. Probabilmente erano in ambascia per il rischio di vedere la loro auto nel burrone. Chissà se la preoccupazione maggiore era per l’auto o per chi gliela stava tirando fuori dai pasticci. Una dopo l’altra le portiamo via dalla zona a rischio mentre un altro dei nostri sopraggiunto dal passo fa la stessa cosa con le altro auto lato montagna. Fatta la mia parte, gli passo idealmente il testimone e mi avvio in discesa non senza, lampeggiando, fermare il primo delle varie colonne in salita per informatlo della situazione. Dal Rifugio intanto hanno avvisato perché quando arriviamo ai prati stanno fermando le auto. Non c’è un’ordinanza ma molto di più: il buon senso. Passano quelle targate Sondrio e qualcun’altra che probabilmente ha ragioni serie per salire di là. C’è anche un milanese che protesta con chi lo sta fermando perché non ci sono i cartelli, non si è avvisato, e chi ha disposto eccetera. Mi fermo anch’io, con la mosca al naso, e gli urlo semplicemente cosa lo aspetta lassù. Tace. Poi nello specchietto retrovisore vedo che sta facendo manovra per tornare indietro…
Questo sul Gavia.

Via Tirano-Livigno
Vista la situazione decisi di convocare l’esecurivo del BIM a Bormio, un modo di esprimere la solidarietà oltre che di manifestare il cordoglio andando ad Aquilone, in riva al lago in formazione, per depositare un messaggio floreale per le vittime, sepolte là sotto.. Il vicepresidente, i sette consiglieri e il segretario concordarono sulla scelta di andare in auto – le nostre - senza usare l’elicottero da Sondrio o quello navetta da Sondalo. Via Svizzera dunque per i 115 km. via Tirano - Passo della Forcola a 2315 m. – Livigno – Passo d’Eira a 2208 m. – Passo del Foscagno a 2291 m. Livigno e infine Bormio che, senza l’interruzione della Valle e quindi della strada, sarebbe a soli 62 km. Anche qui però più ancora che i km pesava il tempo. Lunghissimo per il traffico, i camion, mezzi speciali che portavano ruspe o altri macchinari, corriere, autotreni della Lievissima, e poi per il maltempo, inizialmente addirittura infernale.
Seduta dell’esecutivo giovedì 29 ottobre nel Municipio di Bormio, presenti i Sindaci dei Comuni dell’Alta Valle. Ovviamente impegno ad intervenire che ovviamente ci sarà, straordinario. Il ritorno, ore, per la stessa strada.

FLASH: LA CRAVATTA

Nell’attesa dell’arrivo del Ministro Gaspari nel gruppo dei Sindaci dell’Alta Valle uno di loro si volta al collega di Valdisotto, in maniche di camicia fra l’altro piuttosto malmessa, dicendogli “passi per la giacca ma potevi mettere almeno una cravatta!”. Lui, Amanzio Bonetti, lo guarda in un modo così strano, quasi inespressivo, lo sguardo rivolto chissà dove. Non serve la risposta. E ci sono abbracci e affettuose scuse di tutti. Quella camicia è l’unica che gli è rimasta. Al di là di quello che porta addosso non ha più nulla. Tutto, i vestiti, i ricordi di una vita, il suo albergo è là sotto sepolto da decine di metri. Unico segno di vita il telefono.

FLASH: IL TELEFONO
Chiama la collega Giuliana Cerretti, agitata, emozionata: “Chiama l’albergo dell’Amanzio”. “Cosa?!?!?”. Lo ripete, in modo perentorio. Guida, pagina di Valdisotto, Albergo Camoscio. Il numero. “Tuuu, tuuu, tuuu..”. Il telefono risponde. I cavi evidentemente non si sono spezzati, il segnale arriva e dalla centrale parte il suono. Impressionante. Si pensa a là sotto. Viene in mente Debussy e la sua “ Cathédrale engloutie” (“Cattedrale sommersa”) con il suono delle campane che viene da sotto le acque del lago. Ma quello è racconto, fiaba, sia pure in musica, questo suono è reale. Lo immaginiamo fisicamente questo telefono da cui avevamo chiamato casa durante una cena di qualche sera prima. Perduto, come tutto il resto. Resta solo la memoria delle cose, nessuna testimonianza.

FLASH: DUE PESI E DUE MISURE NON VANNO BENE
“Troviamo i responsabili” titola Centro Valle riferendosi all’ostinata ricerca da parte di taluni di chi ha provocato il disastro cui sono dedicati molti articoli e molti titoli vistosi. Se responsabili hanno da esserci pur in presenza di una quantità d’acqua impressionante, - molte volte superiore a quella che a Roma verrà considerata una straordinarietà naturale -, allo zero termico alle stelle, al trasporto solido originato a quote che la presenza dell’uomo la vedono solo quando arrivano alpinisti, responsabili devono esserci anche per altro. Per esempio in Grecia e al Sud, pur in presenza di caldo torrido, quei tali ricerchino anche i responsabili di così tante vittime.. E poi i responsabili dei terremoti, degli uragani, delle valanghe e quant’altro.
Due pesi e due misure non vanno bene. Larga condivisione (i bastian contrari ci sono sempre e, pur isolatissimi, non mancano neppure per questa presa di posizione, perdendo una splendida occasione di evitare una figuraccia).

FLASH: L’OCCASIONE PERSA DA MAGISTRATURA DEMOCRATICA
Magistratura Democratica ha perso una grandissima occasione di evitare una figuraccia.
Giovedì 23, quando è momento di funerali,  il fango domina, nel Mallero i pacheristi combattono con la quantità di inerti venuta già dalla Valmalenco, decine di migliaia di persone si danno da fare per tentare di ripristinare un minimo di normalità, la corrente progressista della Magistratura fa una conferenza stampa a Milano. Attacca il Procuratore della Repubblica di Sondrio con l’accusa di avere insabbiato indagini condotte dal Pretore di Tirano Scelsi dopo la frana di Tresenda del 1983. A MD evidentemente è tutto permesso. Liberi di farlo, di prendere questa o quella posizione ma non quando la pietas avvolge le vite perdute e i cari rimasti, quando la gente lotta per sopravvivere, quando migliaia di persone hanno perso le cose più care, quelle che nessun risarcimento potrà surrogare.. Che poi siano addirittura magistrati ad attivare pesanti e delicate polemiche senza tenere conto della drammatica situazione c’è da far cadere le braccia. Anzi peggio: a leggere sui giornali di questa iniziativa di MD c’è solo da pensarla come un volatile, “quel volatile” che cerca di levarsi sopra il desolato panorama d’una Valle ferita, non piegata, che taluni cercano di ferire un’altra volta, dimenticando però di avere a che fare con i Valtellinesi, gente seria.

FLASH: CHIAVEGATTI E la comunicazione giudiziaria
Notizia riservatissima. Il Procuratore della Repubblica dr. Cordisco, sotto tiro sui giornali per la presa di posizione di Magistratura Democratica, ha inviato un avviso di garanzia al dr. Presbitero. Incredibile. Se non fosse stato per lui ci sarebbero stati centinaia di morti. La notizia non trapela oltre una ristrettissima cerchia. Il dr. Presbitero è annichilito. In quella ristretta cerchia Chiamiamo l’avv. Caramatti che scende subito dall’Aprica. Parliamo della cosa e va in Procura. Il procuratore, presente anche lui nella seduta conclusiva come negli altri incontri, conosce benissimo la situazione e rassicura. Atto dovuto ma tutto finisce lì. Il rischio è che la notizia esca. Titoloni. Capro espiatorio, proprio quello a cui ci sarebbe da fare un monumento.
E la notizia arriva ad un bravo e autorevole giornalista, Chiavegatti, a Sondrio per l’ANSA, autore di scoop memorabili che chiede, facendo riferimento alla riservatezza del caso, conferma al sottoscritto. Traggo nei più reconditi recessi della memoria dall’armamentario di bugie di quando si era ragazzi, se ne combinava qualcuna e bisognava scusarsi in casa, qualche spunto per fingere e cadere dal mondo delle nuvole, come se apprendessimo la notizia in quel momento. Escludo categoricamente la fondatezza di una simile notizia. Entrambi conveniamo che, se vera, la notizia rappresenterebbe un rischio gravissimo. Per l’opinione pubblica altro che comunicazione giudiziaria “atto dovuto”! Ci sarebbe il colpevole, guarda caso quello che invece, di fatto, ha salvato tante, probabilmente centinaia, di vite umane. Quello soprattutto di cui la macchina della Protezione Civile ha ancora assoluto bisogno. Sguardo complice. Entrambi sappiamo non solo che la notizia è vera ma facciamo finta che non lo sia ed anche di  credere che l’interlocutore ne sia convinto. Piombo dal Prefetto con la notizia che Chiavegatti sa, e lui è l’ANSA. Piccolo di nome ma non di statura, fisica e figurata. Rughe sulla fronte, ma conviene che Chiavegatti è persona serissima. Lo sarà. Aveva uno scoop per le mani, fasullo, ingiusto, rischioso ma sempre scoop. Non lo usò. Atto di grande sensibilità. L’umanità profonda all’interno di una tragedia per molti, di un dramma per altri, prevalse su un astratto ed amorale “diritto di cronaca” in nome del quale amorali colleghi sbattono il mostro, presunto e talora innocente, in prima pagina, indifferenti alle conseguenze per persone, famiglie, situazioni.
Nell’albo d’onore, quello in cui idealmente collocare quanti hanno speso il loro impegno per la Valtellina in quei frangenti, albo ideale perché nessuno purtroppo ha pensato di farne uno reale, ci sta benissimo anche Chiavegatti, il giornalista da uno scoop in meno ma da un luminoso esempio in più.

GIORNALISTI (IN MAIUSCOLO)
Quelli che han capito cosa vogliono dire 1836 metri cubi al secondo, quando il record storico del 1911 era di 1190!
Stiamo parlando di un giornalista, di un inviato speciale sul campo. Abbiamo parlato, senza nominarli, di molti che ne hanno scritto di tutti i colori, soprattutto i primi giorni quando la colpa dei valtellinesi e non si trattava di una fatalità. Pazzesco. Bastava il dato della portata d’acqua che l’Adda rovesciava nel Lago di Como, 1836 metri cubi al secondo, quasi due milioni di litri. Dato impressionante ma ancor più impressionante far presente che la portata storica maggiore fino allora era stata quella di martedì 22 agosto 1911 quando fu di 1190 metri cubi al secondo, Questo vuol dire che nel 1987 l’Adda aveva avuto una piena oltre una volta e mezza la massima sin allora registrata, Non basta. 76 anni prima non c’erano le dighe. Tutta l’acqua scesa dal cielo era finita negli alvei mentre nel 1987 una quantità enorme è stata intercettata sino a riempire i bacini, di centinaia di milioni di mc di capacità, allora fortunatamente abbastanza vuoti.
Due voci autorevoli si erano levate, e prima ancora della seconda mazzata, quella del 28 luglio. Ricordiamo integralmente in Appendice gli articoli di Indro Montanelli e di Giorgio Bocca non senza sottolineare quel passaggio finale che, in calce all’articolo, chiosiamo. (quarta parte -continua)
Alberto Frizziero
Ci fermiamo con alcuni cenni relativi all'emergenza:
1. Nella notte del 25 agosto ci fu un decreto di sgombero che fu osservato dai cittadini valtellinesi, consapevoli del pericolo incombente.Il grande “esodo” durò 12 giorni, le persone dovettero abbandonare le loro abitazioni per trovare rifugio in alta quota.
2. La mattina del 30 agosto,  migliaia di persone seguivano l’avvenimento in diretta televisiva. Alle 4 del mattino iniziò la tracimazione controllata sotto gli occhi di tutta Italia e tutti con il fiato sospeso. Come un buon thriller al momento clou l’acqua tentò di nuovo di sfuggire al controllo dell’uomo ma poi finalmente riprese a seguire la direzione sicura delle strutture preposte per defluire l’enorme massa d’acqua che sovrastava la Valtellina.
L’incubo finì, anche se la Val Pola rimarrà per sempre tremenda testimonianza della tragedia che colpì la Valtellina.

Ci fermiamo qui non senza però aggiungere due testimonianze si grandissimo significato,
innanzitutto etico e poi iperativo.
1. Le case. Ai terremotati di Centro  Italia sono arrivate dal Trentino alcune casette in legno accolte con grande clamore di stampa e TV. Sono casette provvisoroe. 30 anni fa i valtellinesi non hanno avuto bisogno di strutture provvisorie essendo andati subito al definitivo. Non hanno impiegato anni ma solo tre mesi per la costruzione e qualche giorno per le pratiche. 18 e 28 luglio le date-clou, 23 dicembre consegna delle chiavi di case  di qualità e a costi ridotti
2. Val Pola, gli interventi. Avevano preparato interventi per 1000 miliardi. Per il BIM grazie alla Commissione tecnica che aveva nominato i 1000 erano scesi a 120.Lu relative note omettendo quella che non si riferisce al tema::
LE CASE
IL 18 LUGLIO 1987 L’INIZIO DELLA CALAMITA’. IL 23 DICEMBRE (!!!) GIA’ LA CONSEGNA DELLE CASE - DI ELEVATA QUALITA’, COSTI CONTENUTI E COSTRUITE A TEMPO DI RECORD -, A CHI L’AVEVA PERDUTA
18 luglio – La situazione metereologica – Il disastro – Dolorosa statistica – Comprensibile timore ma anche fiducia – Una cronologia che rende orgogliosi – L’incredibile conclusione del 23 dicembre – La qualità – I costi - Copiare quanto fatto in Valtellina – Un augurio finale

18 LUGLIO. 18 luglio 1987, pomeriggio. Pioveva, come si suol dire, come Dio la mandava. Scrosci violentissimi. Era da giorni che un distratto Giove Pluvio aveva dimenticato che si era nel periodo detto del solleone, non delle piogge insistenti e men che meno di acqua a catinelle con quella furia.
DOLOROSA STATISTICA. Una dolorosa statistica quella delle vite umane perdute, nella prima fase e nella seconda, quella del 28 luglio, giorno della immane frana che seppellirà il paese di S. Antonio Morignone. Per altri, salvatisi a stento, il dolore di aver perso la propria storia, quella familiare, degli affetti, dei beni compagni d’ogni giorno di vita, nel bene come nel male. Nella provincia di Sondrio 341 le abitazioni distrutte, 1545 quelle danneggiate in quasi una cinquantina di Comuni. Fra questi i più colpiti Ardenno, Berbenno, Chiuro, Colorina, Forcola, Fusine, Morbegno, Piateda, Sondalo, Sondrio, Tartano, Tirano, Torre S. Maria,Valdisotto, Valfurva.
COMPRENSIBILE TIMORE MA ANCHE FIDUCIA. Il pensiero di molti è corso al Belice, al sisma di domenica 14 gennaio 1968; è corso all’Irpinia, sisma di domenica 23 novembre 1980, ad altre calamità naturali e a tanti servizi televisivi che documentavano, a distanza di anni, la permanenza della gente in alloggi di fortuna, se non tende quantomeno roulottes e containers. Il timore era comprensibile ma si avvertiva nelle persone, oltre al fatalismo proprio delle genti di montagna usi a convivere con le difficoltà e il rischio, anche una fiduciosa attesa, consapevole che non sarebbero stati lasciati soli. Non furono lasciati soli, fin dall’inizio.
UNA CRONOLOGIA CHE RENDE ORGOGLIOSI: - Sabato 18 luglio, pomeriggio, l’inizio del disastro.
- Lunedì 20 luglio. L’assessore regionale ing. Gianni Verga chiede all’IACP una valutazione dei danni all’edilizia residenziale pubblica per una iniziativa presso il C.E.R. (Comitato per l'Edilizia Residenziale) presso il Ministero del Lavori Pubblici.
- Martedì 21 luglio. Il Presidente dell’IACP in cinque punti trasmette una prima valutazione, sommaria molti luoghi essendo raggiungibili solo telefonicamente.
- Mercoledì 22 luglio. L’assessore regionale ing. Gianni Verga chiede al Comitato Esecutivo del C.E.R. un intervento straordinario ex lege 457/78, art. 3, lettera a) per Valtellina e Val Brembana. Una prima valutazione è di 2,5 miliardi di £. per la sovvenzionata e di 8 per l’agevolata.
- Martedì 28 luglio. Dopo l’immane frana del mattino l’assessore regionale ing. Gianni Verga sottolinea al C.E.R. la gravità e l’urgenza e richiede una convocazione urgente dell’esecutivo.
- Mercoledì 29 luglio. L’assessore regionale ing. Gianni Verga dettaglia le richieste al C.E.R., per IACP, Comuni, privati preannunciando comunque la predisposizione di programmi di intervento da sottoporre al C.E.R.
- Martedì 4 agosto la Giunta Regionale delibera la localizzazione degli interventi di recupero in Valtellina.
- Mercoledì 5 agosto, Viene convocato il C.E.R.
- Venerdì 7 agosto. Amplissima e dettagliata relazione al C.E.R. con richieste analitiche e precise garanzie anche d’ordine procedurale. Viene deliberata l’assegnazione allo IACP di Sondrio ai sensi dell’art. 3q della legge 457/78 della somma di 10 miliardi con decisioni sulla localizzazione affidata alla regione Lombardia.
- Mercoledì 12 agosto. Decreto ufficiale del Ministro dei LL.PP. che, correttamente, prevede la revoca del finanziamento se entro tre mesi non verrà presentato il programma esecutivo vistato dalla Regione. Alla scadenza prevista non ci saranno solo carte ma le case quasi pronte!!!
- Venerdì 14 agosto. Il Consiglio dello IACP di Sondrio delibera tre pronti interventi a Fusine, Sondalo e Torre S. Maria.
- Giovedì 20 agosto. Indetta la trattativa privata.
- Sabato 29 agosto. Assegnati i lavori che iniziano subito a Fusine mentre per Sondalo e Torre si stanno acquisendo le aree.
- Mercoledì 14 ottobre. Il Consiglio dell’IACP approva il Piano Esecutivo d’intervento straordinario per 10 miliardi complessivi e per di 142 alloggi.
- Martedì 3 novembre. Approvazione da parte della Giunta Regionale.

L’INCREDIBILE CONCLUSIONE DEL 23 DICEMBRE
- Mercoledì 23 dicembre, antivigilia di Natale.
- Sono passati giorni 158 dall’inizio della calamità.
- Sono passati giorni 138 dallo stanziamento dei fondi al C.E.R.
- Sono passati giorni 131 dal Decreto del Ministro dei LL.PP.
- Sono passati giorni 129 dalla scelta dei Comuni ove intervenire.
- Sono passati giorni 114 dall’assegnazione dei lavori
- Sono passati giorni 50 dalla definitiva approvazione regionale.

23 dicembre (DELLO STESSO ANNO) Sono le 10 del mattino in una splendida giornata tersa ma con freddo pungente. Siamo a Fusine, davanti a quelle abitazioni le cui chiavi stanno per essere consegnate a chi la casa del disgraziato luglio l’ha persa (dopo passeremo a Torre S. Maria, mentre per Sondalo ci vorrà qualche giorno in più). La soddisfazione è nei volti di tutti. La Pubblica Amministrazione con uno sforzo concorde, di lungimirante efficienza che nulla ha concesso alla burocrazia pur rispettando il rigore formale e la totale correttezza sostanziale, ha dimostrato cosa può fare se si trova l’assessore regionale giusto, un Presidente, un Direttore, un Consiglio, un Ufficio Tecnico come quelli dell’IACP di Sondrio, Sindaci come quelli che hanno collaborato alla realizzazione, imprese all’altezza.
LA TECNICA
Il sistema tecnologico, di grande versatilità, è stato basato sull’impiego di un elemento modulare “Triedro” costituito da una cellula tridimensionale realizzata in serie, con impianto di riscaldamento ed elettrico già predisposti. Studiate approfonditamente le diverse caratteristiche, compreso l’inserimento ambientale di cui è significativo esempio l’uso del legno per balconi e serramenti nonché dell’ardesia nei tetti.
LA QUALITA’.
La velocità di costruzione non è certo andata a scapito della qualità delle abitazioni. C’è una inequivocabile dimostrazione. Da quel 23 dicembre sono passati 19 anni e 59 giorni, un tempo che può provocare qualche insulto a qualsiasi edificio. Ebbene, basta andare a vedere queste case. E’ il miglior modo di valutare la bontà del lavoro allora svolto.
I COSTI
Chiunque, pur di dare l’alloggio in tempi di questo genere e non i soliti anni e anni, sarebbe disponibile a spendere di più, anche molto di più. In Valtellina non ce n’è stato bisogno. I dari, infatti, lo dimostrano.
Per tutti gli alloggi con autorimessa per superficie utile totale di 1845 mq, non residenziale di 802 mq, complessiva di 2326 mq pari a una superficie commerciale di 2676 mq., analiticamente i costi complessivi:
- Costruzione 1.390.000.000
- Spese tecniche e generali 69.050.000
- Geognostica 6.000.000
- Aree 176.250.000
- Urbanizzazioni 17.000
- IVA 41.700.000
- Totale 1.700.000
(Tutti costi in lire, non in €uro…).
= I costi di costruzione sono quindi risultati:
- Costo per mq. di superficie complessiva £. 597.600
- Costo per mq. di superficie commerciale £. 519.600
- Costo medio per alloggio con box £. 53.461.000
= I costi totali sono quindi risultati:
- Costo per mq. di superficie complessiva £. 730.800
- Costo per mq. di superficie commerciale £. 635.3600
- Costo medio per alloggio con box £. 65.384.000

GAD LERNER, “MILAMO ITALIA” E IL VERO “SCANDALO VALTELLINA”
Gad Lerner iniziò la sua trasmissione “Milano Italia” in diretta dal Teatro Perdetti di  Sondrio leggendo un corsivo pubblicato da Centro Valle in prima pagina a firma di chi scrive. Scrivevo, e lo ripeto ora, che quello fu il vero scandalo Valtellina, quel silenzio totale cioè di tutti gli organi di informazione. Il parlarne non interessava noi. Che fossimo stati bravi lo sapevamo da soli. Contava invece, e conta tuttora, mostrare cosa si può fare per la povera gente vittima di calamità le più varie. Se noi abbiamo costruito le case in tre mesi, con quella qualità riscontrabile ancor oggi e con quei costi limitatissimi, lo si dovrebbe poter fare anche altrove e non riusciamo a capire perché non lo si fa. Da notare che si possono avere anche diversi moduli urbanistici a disposizione. Cosa fare per ottenere un simile risultato? Basterebbe chiamare i valtellinesi a dirigere le operazioni.
Veniva e viene la rabbia a vedere le vittime di calamità naturali, aventi sismici, idrogeologici, alluvionali, per mesi in tende e roulottes e poi per anni confinati in containers sempre in attesa di quelle case che non arrivano nonostante che il problema non sia quello delle risorse per questo tipo di interventi. Il Belice, il Cratere, l’Irpinia, le Marche… La Valtellina ha dimostrato che si può fare a meno dei containers, che in tempi rapidissimi si possono consegnare le chiavi di case (e che case! Dopo 20 anni se ne può valutare la qualità!) a chi non l’ha più.
Possiamo capire che altrove non è Valtellina e quindi che i tre mesi possano diventare qualcuno di più ma sempre mesi e non anni, a condizione, come anzidetto, che si chiamino i valtellinesi – o gente come loro – a dirigere le operazioni, che l’assessore regionale di turno segua la strada percorsa a suo tempo da quello lombardo, l’ing. Verga, che i Sindaci copino quanto fatto dai Sindaci di Valtellina, senza perdere un minuto, che le imprese si comportino come quelle valtellinesi.
Non basta. Siamo un Paese ad alta intensità di calamità naturali con fosche previsioni a sentire i metereologi e i climatologi, con la speranza che si sbaglino. Tutti parlano, in ogni settore, di prevenzione. Poi però quando succede qualcosa ci si accorge che alle parole non sono seguiti i fatti.
COPIARE QUANTO FATTO IN VALTELLINA
La costruzione di case nuove per quanti l’hanno perse è un campo ideale per esercitare la prevenzione, facendo gli scongiuri e auspicando di non dover mai intervenire. Non solo in teoria perché basta seguire lo schema valtellinese, passo passo. Basta cioè copiare quanto fatto in Valtellina, semplicemente con l’adattamento alle diverse situazioni locali.
1) Un primo, immediato stanziamento, integrabile successivamente in caso di necessità.
2) L’ordinanza per poter applicare le procedure di emergenza.
3) I vari atti amministrativi propedeutici come descritto in sede di cronologia degli eventi del 1987.
4) La scelta delle aree con una duplice avvertenza. Da un lato termini perentori per la scelta, con poteri sostitutivi commissariali nel caso di inerzia. Dall’altro “serio ristoro”, come da sentenza della Corte Costituzionale n. 5 del 1980, eventualmente in parte come “diritto edificatorio”
5) Un salto di qualità: la predisposizione di una serie di schemi insediativi in modo da evitare i tempi di progettazione urbanistica e di quella funzionale per servizi, standard ecc, Schemi diversi per tipologia, per dimensioni. Schemi anche comprendenti una parte per edificazione privata utilizzando il diritto edificatorio parziale ristoro ai proprietari di aree, misura non solo equa ma anche tale da stimolare la volontaria cessione amichevole, fattore di accelerazione delle procedure.
6) Scelta del soggetto attuatore. In Valtellina l’abituale efficienza, anche nel contenimento dei costi senza venir meno in qualità, dello IACP, oggi ALER, rendeva scontata la scelta. Altrove da valutarsi, con preselezioni.
7) Qualcuno aveva a suo tempo espresso un dubbio, che cioè questo tipo di intervento è andato bene e può andar bene per un numero limitato di alloggi, ma non sarebbe così se si trattasse di grandi distruzioni e quindi di notevole necessità di nuovi edifici. Un dubbio che non ha fondamento. Procedure, modalità, formalizzazioni, scelte prioritarie sono le stesse. Per quanto concerne la parte costruttiva basta semplicemente predisporre le linee di produzione in numero sufficiente e così le imprese sul campo.
UN AUGURIO FINALE
Un augurio finale: visto che ne esiste la possibilità concreta si predisponga una serie di schemi di intervento, dopo aver verificato la bontà dei singoli passi proposti. Anzi, se ci sono esperienze migliori ben vengano. Finora per la verità non se ne è avuta notizia e il caso Valtellina è rimasto l’unico, ma non mettiamo limiti alla Divina Provvidenza…
E chissà che al Ministero di Porta Pia non si comprenda che la proposta che chiameremo “proposta Valtellina” è una cosa seria. Provata sul campo.

LA COMMISSIONE NOÈ DEL BIM
Premessa. La calamità iniziò sabato pomeriggio 18 luglio 1987 con un crescendo spaventoso. Molti in ferie, in Prefettura la sera (le notte, il giorno dopo, la sera dopo, senza due minuti di sonno) c’erano il Capo di Gabinetto dr. Fallica – eccezionale! – il sottoscritto Presidente del BIM, i radioamatori Bonvini e Sala. Teneva i collegamenti con il Comune l’ass. Calcinardi. Zamberletti era partito da Roma ma volevano fare base a Morbegno. Convinsi il Ministero che si poteva arrivare a Sondrio, via Cek-Ponte del Baffo-Valeriana, sia pure qui con mezzo metro d’acqua. Alle tre piombò il Ministro Zamberletti, amico di lunga data dei valtellinese e mio personale. Con lui Marchini, Presidente della Provincia recuperato a Morbegno e lo staff. Iniziò lì la mia esperienza. Marchini era sul campo, i Sindaci pure, convenimmo che io, come Presidente BIM, sarei stato fisso in Prefettura come riferimento dei locali per il Ministro, lo staff, il generale Muraro, il Prefetto Gomez ecc. Importante questo aspetto perché ebbi modo di seguire tutto, passo passo, comprese le cose più delicate come ebbi a testimoniare, su importanti aspetti tecnici e per quasi un’ora, in un processo a Milano per la Val Pola. Arrivo al dunque, saltando il periodo che va fino alla tracimazione e subito dopo.
Si poneva il problema degli interventi, in particolare per quanto riguarda l’Alta Valle, ma non solo.
C’era ovviamente un grandissimo interesse di tutto il mondo imprenditoriale italiano, come del resto testimoniavano, ad abundantiam, le centinaia di ruspe, anche gigantesche, parcheggiate in giro per la valle e speranzose – più di loro i proprietari – di mettersi in azione. Avevamo due interessi: il primo di interventi adeguati e appropriati a salvaguardia delle nostre comunità, persone e cose; il secondo la trasparenza perché qui il costume amministrativo, se Dio vuole, era quello “valtellinese”, non quello tangentopolitano. Nelle diverse sedi, Governo e Parlamento, Regione, incontri in provincia, ci si comportava secondo questa linea ma sfuggiva un elemento che già in occasione della tracimazione era emerso in tutta evidenza: l’impostazione tecnica e scientifica con le diverse linee difficili da giudicare. Venne all’on. Tarabini l’idea di sentire l’ing. Noé, già senatore, grande tecnico, persona stimatissima anche in Europa, già commissario per Severo, in quel momento Vicepresidente dell’ENEA. Ne parlammo, definimmo, e demmo al BIM l’incarico all’équipe, di altissimo livello e con collaborazioni “super”, di vedere il da farsi in primis per la Val Pola ma poi anche per il resto (strappammo anche la presenza nel Comitato scientifico a Milano, presenza che fu determinante per alcune scelte di fondo). Fu scelta indovinata.
Senza entrare in una serie di dettagli per ragioni di spazio, vado all’evento importante di cui parlò la stampa nazionale: la presentazione a Sondrio del progetto di sistemazione della Val Pola da parte di una grande impresa nazionale. Presenti il Ministro Gaspari, succeduto a Zamberletti, Presidente, amministratore delegato e Gotha della società, venne presentato a Sondrio il progetto di sistemazione della Val Pola, previsto anche il monumento alle vittime. Il Sole 24 Ore dava anche la previsione finanziaria, 1000 miliardi, e una battuta di un funzionario della società da me involontariamente colta, aveva aggiunto “iniziali” con la precisazione agli interlocutori che quanto necessario comunque non sarebbe mancato.
Un disegno, avanzato, difficilissimo da contrastare ma che dovevamo contrastare perché avevamo mille problemi e non potevamo assistere al prosciugamento delle risorse disponibili per un solo intervento. L’équipe si mise, intensamente, al lavoro con frequenti briefing a Sondrio o Milano, sopralluoghi approfonditi, campagne di rilevazione geologica ecc. pervenendo infine ad un progetto d’area. Il concetto-base era quello di rimettere in sicurezza la zona sostanzialmente facendo in poco tempo quel lavoro che altrimenti la natura avrebbe fatto in centinaia d’anni. La natura non avrebbe però potuto, salvo eventi parossistici, sistemare il lato valle, quello per il quale venivano avanti “autorevoli” progetti per far passare l’Adda in galleria, cosa che non avviene in nessuna parte del mondo. SENZA ENTRARE ANCHE QUI IN DETTAGLI OLTRE ALLA BONTÀ E QUALITÀ DEL PROGETTO NOÉ ESSO AVEVA UN MERITO FONDAMENTALE: QUELLO DI COSTITUIRE UN’ALTERNATIVA REALE, CONCRETA, TECNICAMENTE INECCEPIBILE AL MAXI-PROGETTO DI CUI SI È PARLATO E CON UN COSTO MASSIMO DI 120 MILIARDI DI LIRE RISPETTI AI 1000 (“iniziali”). Lo presentammo al Presidente della Regione Giovenzana portandolo al protocollo esigendo una ricevuta che non ci davano. E quando il prof. Lancellotta, Politecnico di Torino e autorevolissimo membro della nostra équipe mi chiamò dal Comitato Scientifico perché c’era solo un progetto e del nostro non sapeva niente nessuno risposi di dire che partivo per Milano con la ricevuta ma non per la sede del Comitato bensì per la Procura della Repubblica. D’incanto il progetto venne fuori e fu la tomba di quello scialacquatore di risorse.
Il progetto della società incaricata dalla Regione nella quale era confluito – non prendemmo per niente bene la cosa - un cattedratico che aveva fatto parte dell’équipe Noé ricalcò le linee del nostro e poi di conseguenza venne quello oggi sul tavolo per l’appalto. Un progetto quanto mai opportuno, anzi, se abitassi a Sondalo e paraggi, Grosso e via dicendo, indispensabile.
Conclusioni

2) Val Pola. S’è detto delle ragioni per cui non risulta opportuno lasciare le cose come stanno affidando alla spontaneità la rinaturalizzazione dei versanti e del fondo valle dopo il gigantesco trauma subito dalla montagna. Si è ricordato come si sia riusciti a ricondurre il problema in dimensioni accettabili rispetto all’enorme esborso di pubblico denaro che senza il nostro intervento si sarebbe verificato. I lavori programmati risultano sulla linea allora definita dall’équipe Noè-BIM, meglio dallo straordinario ed efficacissimo lavoro dell’équipe Noè-BIM oltre a tutto, al di là della qualità e dell’impegno profuso, costato un’inezia grazie alla serietà e professionalità di tutto lo staff.
Credo di poter quindi serenamente concludere che anche in questo caso non si tratta di “una bufala”.
Alberto Frizziero
PS Ripeto, come scritto nella prima puntata, che è talmente tanto il materiale che ho fatto stringate sintesi. Se qualcuno però organizzasse un dibattito in argomento sarei disponibile ad intervenire a tutto campo e su tutti gli aspetti sia di Spriana che della Val Pola.

UNA GRANDE PROVA. UN ESEMPIO DA SEGUIRE

Alberto Frizziero

 

Speciali